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CENTOMOVIMENTI NEWS - 11 DICEMBRE 2004
La fecondazione proibita
MARCELLA MARCELLI

L’Accademia filarmonica romana è stata la splendida cornice della presentazione di La fecondazione proibita (Chiara Valentini, Feltrinelli pp. 187 € 13.00) nelle librerie dal mese di novembre. Nell'affollata platea non più di quindici uomini letteralmente si perdevano tra la schiacciante presenza femminile, a segnalare forse che il tema della genitorialità finisce troppo spesso con l’esaurirsi e annullarsi in quello della maternità. Pudore e ritrosia degli uomini nei confronti dei problemi legati all’infertilità, vissuta ancora per molti versi come un tabù, fanno il resto.

Ad introdurre la discussione su questo lungo e prezioso reportage di Chiara Valentini, giornalista di lungo corso, che da anni segue le vicissitudini legali e sanitarie di chi in Italia deve ricorrere all’aiuto della scienza per avere un figlio, è stata un’altra giornalista, Concita Di Gregorio, anch’essa attenta alle tematiche della fecondazione assistita e non solo per ragioni professionali, ma anche perché, ci racconta, la sua potrebbe essere definita, un po’ provocatoriamente, “una generazione di sterili”. Infatti, sono proprio gli uomini e le donne tra i trenta e i quarant’anni a rivolgersi in numero sempre crescente ai centri specializzati in tecniche di inseminazione artificiale per avere un figlio.

Negli ultimi vent’anni si stimano in 50.000 i cosiddetti “bambini della provetta” nel nostro Paese. Si tratta di un’intera generazione di persone di cui si sa pochissimo. Basti dire che non è possibile stabilire con certezza chi ha fatto nascere il primo bambino con tecniche di fecondazione assistita in Italia.
Il primo grazie va dunque all’autrice per aver raccolto in questo libro una gran quantità di informazioni e dati che squarciano la cortina di silenzio che per decenni ha ricoperto questa materia. Un grazie ulteriore merita la Valentini per usare scrupolosamente il termine ‘fecondazione’ (a cominciare dal titolo) in luogo di ‘procreazione’ che impropriamente denomina la legge 40 e che non ha corrispettivi al di fuori dei confini nazionali. Obiettivo dichiarato della Valentini è infatti proprio la legge approvata definitivamente lo scorso marzo che vanta il triste primato di essere la peggiore d’Europa e forse del mondo in materia di fecondazione assistita.

Ma, soprattutto, La fecondazione proibita ha il merito di affrontare il tema da una prospettiva squisitamente politica, riportando al centro del dibattito le ragioni profonde che hanno prodotto una legge tanto assurda. “E’ effettivamente in atto uno scontro di civiltà”, secondo Antonio Padellaro, la cui testata (l’Unità) è stata tra le poche a schierarsi da subito, senza se e senza ma, contro la Legge 40. Ma è uno scontro tutto interno all’Occidente e riguarda “il modo di intendere i valori fondamentali” del nostro tempo. L’obiettivo che la legge 40 punta a centrare è “il compimento di una rivincita sulla libertà e l’autodeterminazione che le donne hanno conquistato negli scorsi decenni” come bene sintetizza la deputata Ds Barbara Pollastrini, in prima linea nella raccolta delle firme per il referendum con cui si intende abrogare la legge.

Ma non si capirebbe fino in fondo ciò che è avvenuto in parlamento in occasione della discussione della legge, gli insulti irripetibili, le frasi misogine, senza tener conto di un’altra ragione che sta dietro alla irremovibile e irragionevole determinazione della maggioranza di governo. Basta leggere ciò che la Valentini scrive a p. 129 del libro per capire che la legge sulla procreazione medicalmente assistita altro non è che l’ultima occasione per l’esecutivo di raddrizzare il rapporto con il Vaticano logorato dalle profonde divergenze in politica estera (la guerra in Iraq) e in materia di immigrazione (la Bossi-Fini).
Una materia che si pensava fosse di scarso interesse e poco conosciuta ha fornito l’occasione ideale per uno scambio. “Una prova di grande cinismo consumato sulla pelle di migliaia di uomini e di donne”, secondo la Pollastrini.

L’obiettivo della legge d’altronde è chiarificato già dall’articolo 1 che per la prima volta attribuisce “al concepito” diritti potenzialmente in grado di confliggere con quelli della madre. Per questa ragione le proposte di modifica del testo, che si sono moltiplicate nelle settimane successive alla raccolta delle firme per il referendum, risultano insoddisfacenti - a partire da quella Amato - perché non mettono in discussione l’impianto generale della legge 40.
D’altronde l’attuale governo ha perseguito con estrema coerenza una politica di “erosione dei diritti e delle conquiste democratiche” nel corso degli ultimi anni, come ha sottolineato Emma Bonino, ricordando l’esito infausto cui sono andati incontro i tentativi di introdurre nel nostro paese la pillola del giorno dopo e il divorzio breve.

Sul versante della ricerca le cose non vanno molto meglio.
Ci ha accompagnati per decenni la convinzione che l’estensione progressiva dei diritti e delle libertà in campo democratico fosse scontata e ineluttabile. Gli ultimi anni in Italia dimostrano il contrario. Quel processo può arrestarsi e andare incontro ad involuzioni.
In questa consapevolezza troviamo forse anche la ragione per cui la platea dell’Accademia filarmonica, la sera dello scorso 2 dicembre, era in prevalenza composta da quelle stesse donne che negli anni Sessanta e Settanta hanno lottato per l’affermazione di diritti e libertà fondamentali.
Sorprendentemente, dall’altra parte della barricata si trovano oggi le stesse persone che in quegli anni si opposero a quel riconoscimento, avversando l’introduzione del divorzio e la legalizzazione dell’aborto. Allora si accusavano le donne di negare la vita, oggi, al contrario, di volerla ad ogni costo. Il paradosso è solo apparente e si dissolve di fronte all’amara constatazione che l’obiettivo è oggi lo stesso di allora: limitare la libertà delle donne, che scelgano o meno di dare la vita.

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