
L’Accademia filarmonica romana è stata la splendida cornice della
presentazione di La fecondazione proibita (Chiara Valentini, Feltrinelli
pp. 187 € 13.00) nelle librerie dal mese di novembre. Nell'affollata
platea non più di quindici uomini letteralmente si perdevano tra la
schiacciante presenza femminile, a segnalare forse che il tema della
genitorialità finisce troppo spesso con l’esaurirsi e annullarsi in
quello della maternità. Pudore e ritrosia degli uomini nei confronti dei
problemi legati all’infertilità, vissuta ancora per molti versi come un
tabù, fanno il resto.
Ad introdurre la discussione su questo lungo e prezioso reportage di
Chiara Valentini, giornalista di lungo corso, che da anni segue le
vicissitudini legali e sanitarie di chi in Italia deve ricorrere
all’aiuto della scienza per avere un figlio, è stata un’altra
giornalista, Concita Di Gregorio, anch’essa attenta alle tematiche della
fecondazione assistita e non solo per ragioni professionali, ma anche
perché, ci racconta, la sua potrebbe essere definita, un po’
provocatoriamente, “una generazione di sterili”. Infatti, sono proprio
gli uomini e le donne tra i trenta e i quarant’anni a rivolgersi in
numero sempre crescente ai centri specializzati in tecniche di
inseminazione artificiale per avere un figlio.
Negli ultimi vent’anni si stimano in 50.000 i cosiddetti “bambini della
provetta” nel nostro Paese. Si tratta di un’intera generazione di
persone di cui si sa pochissimo. Basti dire che non è possibile
stabilire con certezza chi ha fatto nascere il primo bambino con
tecniche di fecondazione assistita in Italia.
Il primo grazie va dunque all’autrice per aver raccolto in questo libro
una gran quantità di informazioni e dati che squarciano la cortina di
silenzio che per decenni ha ricoperto questa materia. Un grazie
ulteriore merita la Valentini per usare scrupolosamente il termine
‘fecondazione’ (a cominciare dal titolo) in luogo di ‘procreazione’ che
impropriamente denomina la legge 40 e che non ha corrispettivi al di
fuori dei confini nazionali. Obiettivo dichiarato della Valentini è
infatti proprio la legge approvata definitivamente lo scorso marzo che
vanta il triste primato di essere la peggiore d’Europa e forse del mondo
in materia di fecondazione assistita.
Ma, soprattutto, La fecondazione proibita ha il merito di affrontare il
tema da una prospettiva squisitamente politica, riportando al centro del
dibattito le ragioni profonde che hanno prodotto una legge tanto
assurda. “E’ effettivamente in atto uno scontro di civiltà”, secondo
Antonio Padellaro, la cui testata (l’Unità) è stata tra le poche a
schierarsi da subito, senza se e senza ma, contro la Legge 40. Ma è uno
scontro tutto interno all’Occidente e riguarda “il modo di intendere i
valori fondamentali” del nostro tempo. L’obiettivo che la legge 40 punta
a centrare è “il compimento di una rivincita sulla libertà e
l’autodeterminazione che le donne hanno conquistato negli scorsi
decenni” come bene sintetizza la deputata Ds Barbara Pollastrini, in
prima linea nella raccolta delle firme per il referendum con cui si
intende abrogare la legge.
Ma non si capirebbe fino in fondo ciò che è avvenuto in parlamento in
occasione della discussione della legge, gli insulti irripetibili, le
frasi misogine, senza tener conto di un’altra ragione che sta dietro
alla irremovibile e irragionevole determinazione della maggioranza di
governo. Basta leggere ciò che la Valentini scrive a p. 129 del libro
per capire che la legge sulla procreazione medicalmente assistita altro
non è che l’ultima occasione per l’esecutivo di raddrizzare il rapporto
con il Vaticano logorato dalle profonde divergenze in politica estera
(la guerra in Iraq) e in materia di immigrazione (la Bossi-Fini).
Una materia che si pensava fosse di scarso interesse e poco conosciuta
ha fornito l’occasione ideale per uno scambio. “Una prova di grande
cinismo consumato sulla pelle di migliaia di uomini e di donne”, secondo
la Pollastrini.
L’obiettivo della legge d’altronde è chiarificato già dall’articolo 1
che per la prima volta attribuisce “al concepito” diritti potenzialmente
in grado di confliggere con quelli della madre. Per questa ragione le
proposte di modifica del testo, che si sono moltiplicate nelle settimane
successive alla raccolta delle firme per il referendum, risultano
insoddisfacenti - a partire da quella Amato - perché non mettono in
discussione l’impianto generale della legge 40.
D’altronde l’attuale governo ha perseguito con estrema coerenza una
politica di “erosione dei diritti e delle conquiste democratiche” nel
corso degli ultimi anni, come ha sottolineato Emma Bonino, ricordando
l’esito infausto cui sono andati incontro i tentativi di introdurre nel
nostro paese la pillola del giorno dopo e il divorzio breve.
Sul versante della ricerca le cose non vanno molto meglio.
Ci ha accompagnati per decenni la convinzione che l’estensione
progressiva dei diritti e delle libertà in campo democratico fosse
scontata e ineluttabile. Gli ultimi anni in Italia dimostrano il
contrario. Quel processo può arrestarsi e andare incontro ad
involuzioni.
In questa consapevolezza troviamo forse anche la ragione per cui la
platea dell’Accademia filarmonica, la sera dello scorso 2 dicembre, era
in prevalenza composta da quelle stesse donne che negli anni Sessanta e
Settanta hanno lottato per l’affermazione di diritti e libertà
fondamentali.
Sorprendentemente, dall’altra parte della barricata si trovano oggi le
stesse persone che in quegli anni si opposero a quel riconoscimento,
avversando l’introduzione del divorzio e la legalizzazione dell’aborto.
Allora si accusavano le donne di negare la vita, oggi, al contrario, di
volerla ad ogni costo. Il paradosso è solo apparente e si dissolve di
fronte all’amara constatazione che l’obiettivo è oggi lo stesso di
allora: limitare la libertà delle donne, che scelgano o meno di dare la
vita.
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