
Alle 11 di ieri mattina si apriva presso i padiglioni della Fiera di
Milano la prima edizione del Salone del Libro Usato, organizzato dal
senatore Marcello Dell’Utri.
Ci sono anch’io in compagnia del mio amico Paolo, per verificare la
presenza del Sindaco di Milano, annunciato per il taglio del nastro.
“Il Sindaco c’è?”, chiedo a un fotografo. “Ha dato forfait”, mi
risponde.
Il Sindaco Albertini, già testimonial dell’Intimo Armani, nemico giurato
degli ubriachi molesti e dei graffitari, all’ultimo momento ha detto no
all’amico Marcello.
Il Triumviro di Forza Italia, per nulla rattristato dalla defezione,
c’è.
Lo attorniano cinque agenti in borghese, un paio di segretarie, tre
giovani poraborse, amici dalla vivace aria intellettuale.
Anche le figliole del Senatore, che secondo il programma dovevano
gestire lo stand 210, purtroppo hanno girato al largo. Le conoscerò in
altra occasione.
Lo incrocio alle 11,15 mentre fa il giro degli stand. Il sorriso
vorrebbe essere ironico, l’espressione distesa, l’incedere disinvolto.
Porta un doppiopetto grigio, si guarda spesso le spalle. Non c’è niente
da fare: i nuovi mecenati sono fatti così..
Si intrattiene con i commercianti, sorride alle standiste, scambia
battute con questo e quello. Si mette in posa per i flash. Tutti devono
vedere quant’è sereno il Senatore nel decimo giorno di camera di
consiglio del Tribunale di Palermo, che sta cercando di decidere se è
mafioso o no.
“Speriamo che lo assolvano con formula piena”, dico a Paolo, “sarebbe
bello sapere che in Senato c’è qualche persona onesta. E poi ‘ste
prescrizioni spacciate per assoluzioni sono davvero insopportabili”.
Studio l’antico selezionatore di stallieri, rimpiango di non avere con
me una videocamera per immortalare i continui baci sulle guance con i
quali omaggia i devoti.
I bodyguard avvertono la nostra presenza, ci lanciano occhiate nervose,
il quadrato intorno all’Augusta Figura si fa più stretto.
Giro per gli stand anch’io e mi diverto a porre qualche domanda.
“C’è qualche saggio sulla mafia?”, chiedo a un espositore. “Mi è rimasto
qualcosa sull’Anonima Sequestri”, mi risponde.
“E l’Apologia di Socrate ce l’ha?”. “Non tratto i classici”.
“Lei cosa pensa di Dell’Utri?”, chiedo a una bella espositrice della
libreria Atalante, specializzata in cinema e teatro. “Alzo le
sopracciglia”, è la sorridente risposta. E mentre lo dice le alza
davvero. Prendo il suo biglietto da visita, le manderò questa
cronachetta.
Mi fermo allo stand dei libri Einaudi. “Come si sta sotto Mondadori’”,
chiedo a un signore che ha l’aria del vecchio libraio. “Non riapriamo
questa ferita, per favore”.
Toh chi si vede, una mia amica con negozio sui Navigli. E’ di sinistra
che più non si può. “Sei qui per lavoro?”, mi chiede. “No, volevo
contestare Albertini ma non c’è”. “E perché lo volevi contestare?”.
“Perché non sta bene che un sindaco si faccia vedere in giro con un
pluricondannato e imputato per mafia”. “Non capisco”. “Fa niente, e tu
che ci fai qui tra i Marcello’s boys?”. “Se queste cose le facesse la
sinistra andrei con loro”. “Ci vediamo, buon lavoro”.
Allo stand 191 un espositore si è appena fatto scattare una foto con
Marcello. “Se l’appenderà in negozio?”. “E perché no, è mio cliente, un
uomo molto acculturato”.
Passo al bar per un caffè. “Cosa pensa del signor Marcello Dell’Utri?”,
chiedo al barista. “Non conosco nessun Dell’Utri”.
Al 251 si vendono le locandine dei filmoni. “Quella del Padrino ce
l’ha?”. “Eccome no, basta cercarla”. La troviamo: è superba, con Marlon
Brando su sfondo rosso sangue. “Costa 50 euro, è rara”. La prendo la
prossima volta.
Albertini è assente, ma in compenso è presente Albertoni, assessore
regionale alla cultura in quota Lega. Immancabili la cravatta e il
fazzoletto verdi. Concede un’intervista al tg3 regionale, rappresentato
da Andrea Bosco. “Intervistato leghista, intervistatore leghista”, mi
avverte Paolo. “Beh, è già qualcosa. A Roma ormai buona parte delle
interviste ai politici le fa solo l’operatore”.
Avvicino Albertoni. “Mi scusi Assessore. Lei è uomo delle Istituzioni…”.
Lui annuisce con cortese modestia. “Mi dica”.
“… Ecco, come uomo delle Istituzioni non avverte, come dire, un certo
disagio a stare qui con un Senatore pluricondannato e imputato per mafia
a Palermo?”.
Perde subito la calma. “Io sono uomo di legge”, grida, “e credo nel
principio di presunzione di innocenza. Dovreste smetterla con questa
giustizia stalinista!”. Lui, il leghista, che parla in questo modo. “Non
si inalberi per così poco, sto parlando di opportunità, di regole non
scritte, di etica pubblica, ma anche di condanne definitive, di
un’enorme faccia di bronzo…”.
Il bossiano mi gira le spalle e se ne va.
Vedo un cameraman che conosco. “Sei qui per lavoro anche tu?”, mi
chiede. “No, sto studiando da vicino il Senatore Dell’Utri, sai quello
delle cassate”. Si inserisce un giornalista che ha assistito al
dialoghetto con il leghista. “Se posso permettermi, io sono abbastanza
d’accordo con Albertoni. Bisogna credere nel garantismo…”.
“Ma in questo caso non c’entra un fico secco. I primi a non crederci
sono loro. E infatti fanno l’impossibile per sottrarsi a regolari
processi, mentre vorrebbero la gogna per gli avversari”.
“Beh, a chi non è capitato di rubare le caramelle. Tutti hanno qualcosa
da nascondere. Non me la sento di scagliare la prima pietra. E poi anche
i giudici…”.
Sembra in buona fede, il giornalista.
Ecco che inizia il primo dei dibattiti in cartellone. C’è Lui in prima
fila, tra i relatori Stefano Folli, il direttore del fu Corriere della
Sera. Ospite d’onore Philippe Daverio, l’intellettuale col papillon.
Maurizio Belpietro ha bidonato all’ultimo minuto.
Pochi spettatori, molti fotografi. Le guardie presidiano porte e
finestre.
Si parla di giornalismo culturale, la famosa Terza Pagina.
Daverio si scaglia contro il trash. “L’intellettuale vero è un uomo di
azione, uno che si fa sparare addosso”, Dell’Utri si gratta la nuca.
“Oggi manca chi si prende la responsabilità di uscire dal coro, uno che
dica: questa è una bufala!”. “Così ci avviamo alla catastrofe. Non
dobbiamo rinunciare a capire la complessità del mondo”. Dell’Utri gli
dice “Bravo!”.
Stefano Folli se ne va via prima. “Ha un’importante riunione”, lo
giustifica il moderatore Ermanno Paccagnini. Dell’Utri lo accompagna
all’uscita a braccetto, tra i due c’è un affettuoso commiato di alcuni
minuti.
A fine dibattito assisto al siparietto fra Daverio e il Senatore. I
fotografi scattano, le segretarie attendono pazienti. I Due parlano di
alta cultura. Percepisco i nomi di Heidegger e Sartre. Mi cade lo
sguardo su Daverio: ha dei pantaloni gialli tagliati alla caviglia,
mocassini leggeri marroni, un improbabile soprabito. In casa Publitalia
fa battaglie contro il trash.
Mi sembra che Paolo non riesca più a trattenere la Nausea.
A siparietto concluso, Dell’Utri va via. Ma poi tornerà.
Avvicino Philippe. “Professore mi è piaciuto il suo richiamo alla
funzione intellettuale. Ma non le sembra un po’ strano riscuotere il
consenso di uno come Dell’Utri?”.
“Beh, bisogna distinguere... Io poi sono uno che parla con tutti”.
“Fa bene, non discuto. Ma dei paletti etici bisogna pur metterli. Esiste
cultura senza etica? E non le sembra che l’apparato Mediaset-Forza
Italia, macchina di affari consenso censura e impunità, c’entri qualcosa
con la compressione del pensiero critico?”.
“Io distinguerei etica e morale. Io sono per il rischio e per l’errore”.
“Sa che quel signore andava a cena con la Famiglia Bontade?”.
“Davvero?”.
“Già. Ma lei che viaggia, che cosa sente dire all’estero di questa
gente?”.
“Si parla male dell’Italia in generale. E poi, sai che ti dico: io ho
subìto molte più censure e repressioni dalla nomenklatura precedente”.
Assiste al dialogo uno dei giovani e impomatati assistenti del
Senatore..
Si giustifica così: “Ho l’incarico di invitare a pranzo il professore”.
Paolo lo invita caldamente a lasciarci soli per un po’.
Ne segue un vivace scambio di idee. “Ora chiamo chi di dovere”, dice il
giovane assistente estraendo un cellulare dalla tasca.
“Chiama chi cazzo vuoi ma togliti dai piedi!”, gli risponde Paolo.
Dopo cinque minuti ritorna il gruppone con in mezzo Dell’Utri.
“Philippe, mica mi stai rubando i libri?”, il Senatore sfotte il
Professore.
Mi si avvicina a trenta centimetri lanciandomi un’occhiata di sbieco.
A questo punto non posso più tacere. Riprendo le distanze e chiedo, con
tono garbato ma fermo:
"Senatore, mi scusi: mi può togliere una curiosità intellettuale?" .
"Prego mi dica" .
"Ho letto che lei avrebbe affermato una volta che la mafia da quel che
le risulta nemmeno esiste. Conferma o smentisce?".
"Io non l'ho mai detto. Lei queste cose le legge su giornali che
raccontano solo menzogne".
"D'accordo, ma secondo lei la mafia esiste o no?".
"Ma perchè mi fa questa domanda?" .
"Vorrei che lei ora smentisse quella affermazione che reputa falsa. La
mafia esiste o no?".
"Ma questa è una domanda del cazzo, la vada a fare a sua sorella!".
"Non ho sorelle, grazie. Mi può dire almeno se è d'accordo con l'on.
Miccichè il quale ha detto che i romanzi di Andrea Camilleri rovinano
l'immagine della Sicilia perchè parlano di mafia".
"Io di Camilleri ho letto solo un libro, "La concessione del telefono".
Ma anche questa cosa non è vera. L'avrà letta sui soliti giornali".
La scorta dà segni di impazienza. Chiedo a uno dei vigilantes: “Vuole la
mia carta di identità?”. Non risponde, ma mi guarda con disprezzo.
"Mi permetta di insistere. Vorrei che Lei, Senatore, mi dicesse se la
Mafia di cui tanto si parla esiste o è un'invenzione dei romanzieri".
"Ma va' a cagare!". Letterale.
"Senatore, si risponde così a un cittadino che la interpella su un grave
problema del Paese?
"Vada a cagare!".
“Auguri per il processo!”.
Interviene Paolo: "Impari l’educazione! La prossima volta facciamo un
bel convegno sulla Famiglia Bontade".
“Come ha detto?”.
“Sì con la Famiglia Bontade! Ha perso la memoria?”.
Il Senatore non risponde più. E si intruppa nel gruppone.
Ma alcuni guardiani rimangono: "Ora andatevene, smettetela di insultare
il senatore!".
Ne segue un surreale parapiglia con vari interlocutori. In molti sono
convinti che io abbia aggredito e insultato il Senatore della Repubblica
Marcello Dell'Utri, che mi ha appena mandato “a cagare” per avergli
fatto una domanda sull’esistenza della mafia.
Altri smentiscono indignati.
Nel Salone tutti tendono le orecchie.
L'organizzatrice chiama la vigilanza. "Basta! mandateli fuori, son
venuti qui a far casino! Mi stanno rovinando sette mesi di lavoro!".
A questo punto urliamo brevemente le nostre ragioni e poi ce ne andiamo.
“Paolo non stiamo sognando, mi ha mandato a cagare quando gli ho chiesto
se la mafia esiste o no, confermi?”. “Mi sa proprio di sì”.
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