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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 13 DICEMBRE 2004
Forza mafia
STEFANO SANTACHIARA

Per Berlusconi, che si avvale ancora della facoltà di non rispondere in pubblico, "questi scherzano col fuoco..", per il sottosegretario Mantovano di An "sono come i nazisti in fuga che facevano rappresaglie", per Follini versione La Palisse "ci sono tre gradi di giudizio", per gli alleati ben oliati e sotto ricatto come la Lega (che nel 99' votò in Parlamento per l'arresto di Dell'Utri) il silenzio è d'oro. Per l'integerrimo Feltri il senatore è solo un "co.co.co della mafia", collusione che andrebbe cancellata buttando a mare legge sui pentiti e il concorso esterno voluti dal giudice Falcone.

Il nervosismo, le minacce, le uscite di senno della Casa della Libertà danno il peso della condanna a nove anni di carcere del noto bibliofilo Marcello Dell'Utri, alias senatore, parlamentare europeo con annessa immunità, Mister Publitalia, braccio destro di Silvio Berlusconi, co-fondatore di Forza Italia. Perché si tratta della quadratura del cerchio, dell'ufficializzazione di quanto giornalisti non asserviti al regime mediatico e magistrati non a libro paga di Berlusconi andavano dimostrando da tempo: il legame diretto di Fininvest con la mafia, che ha avuto in Marcello Dell'Utri il referente dal 1974.

In pratica una vita al servizio di Cosa Nostra, come sancisce la sentenza del Tribunale di Palermo, logica conclusione di un processo fondato su prove documentali, intercettazioni telefoniche, ammissione dello stesso imputato di incontri con boss di Cosa Nostra. Altro che "manovra dei pentiti". I 9 anni di reclusione per Dell'Utri e i 7 all'altro imputato Gaetano Cinà confermano in sostanza il mosaico ricostruito dai pm Ingroia e Grosso intorno alla figura di Dell'Utri, con prove schiaccianti sui rapporti economici (che si tratti di favori, protezione, regali spontanei sempre di verdoni si tratta) diretti coi Boss impressi per esempio nel Libro Mastro della cosca di San Lorenzo e nelle documentazioni relative a società siciliane e sarde date in gestione a mafiosi acclarati. Fino all'assunzione (1974) e al mantenimento nella villa di Arcore del boss della famiglia di Porta Nuova Vittorio Mangano, già condannato per associazione mafiosa e traffico di droga, che mantenne rapporti con Dell'Utri anche dopo aver lasciato Casa Berlusconi di sua sponte.

E poi la "protezione delle antenne" in Sicilia, il cessare degli attentati dinamitardi alla Standa, la nascita di Forza Italia avvenuta, secondo alcuni pentiti, con la benedizione di Cosa Nostra, spaesata dalla caduta dei vecchi referenti e necessitante di leggi contro il carcere duro e i collaboratori di giustizia. Il tutto supportato naturalmente dalle testimonianze, ma più ancora dalle intercettazioni che inchiodano l'onorevole ai rapporti con capimafia come Stefano Bontate (anche nell'intento di assoldare falsi pentiti), incontri in alcuni casi ammessi dallo stesso imputato. Risultato: il noto bibliofilo è colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa. Altro che "restituitemi alla politica", come chiese prima della sentenza, sostenuto dall'affettuoso consiglio di Casini ai giudici appena entrati in Camera di Consiglio.

Un tentativo di influenzare la Corte assolutamente infruttuoso, se non ai fini della laurea anche della terza carica dello Stato in "Peralogia": ossia specializzarsi nella manipolazione delle sentenze e nella difesa di personaggi collusi con la mafia(Andreotti riconosciuto colpevole di "associazione a delinquere fino alla primavera dell'80") o corruttori salvi solo grazie alla prescrizione come Berlusconi. Come ha ben riassunto Di Pietro, il poco nobile quadretto (tutte sentenze di primo grado) ora vede a sinistra Previti condannato a 16 anni per corruzione, a destra Dell'Utri a quota 9 per mafia (piu due per false fatture ed estorsione), e in mezzo l'Unto dal Signore, corruttore di professione miracolato. Che alla vigilia delle sentenza di Palermo ha tenuto a ribadire: "Su Dell'Utri metto tutte e due le mani sul fuoco". Anche la faccia e il portafogli.

Riferendosi al caro Silvio - testimonia un'intercettazione risalente all'80 - Marcello Dell'Utri disse allo stalliere mafioso Vittorio Mangano: "Quello non paga". A cosa si riferiva? E i primi finanziatori occulti del Berlusconi palazzinaro, a cui neppure il dirigente incaricato di Bankitalia Giuffrida riuscì a risalire, erano i Boss di Cosa Nostra? Domande che sono rimaste senza risposte certe, e che infatti hanno significato archiviazione delle accuse nei confronti di Silvio Berlusconi. Ma la condanna per mafia di Dell'Utri si contestualizza in modo efficace sullo sfondo dei 114 miliardi (oltre 500 di oggi) di ignota provenienza che dal 1978 al 1985 confluirono, perlopiù in contanti, nelle 22 holding Fininvest, sul ricorso sistematico a prestanome e alle tante società off-shore. Perchè il Cavaliere oggi è leader di un partito fondato da un signore che ha tenuto dal 1974 stretti contatti con Cosa Nostra.

Riconosciuto dalla sentenza di Palermo come il "referente politico della mafia in seno a Fininvest". Che la cosa abbia significato favori, convenienze, fiumi di denaro ripulito, protezione, ricatto, questo non è dato ovviamente sapere ma resta il quadro terrificante, che conferma la potenza della mafia ramificata ad altissimi livelli nell'economia e nelle istituzioni di un paese che scoraggia i cittadini onesti e insulta quotidianamente le vittime della mafia: tutti quei giudici, poliziotti, carabinieri, giornalisti, sacerdoti e testimoni morti ammazzati perchè facevano il loro dovere. A testa alta. Proprio come il procuratore della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino, che dopo l'uccisione dell'amico e compagno di mille battaglie Giovanni Falcone, sapeva già di dover morire.

Ma continuò a servire lo Stato, a cercare giustizia, a lavorare come e più di prima per arrivare agli assassini di Falcone, e alle collusioni di Cosa Nostra con l'economia e le istituzioni. "Devo far presto", ripeteva ai suoi uomini, ma lo Stato lo lasciò solo e lui fu ammazzato assieme agli agenti della scorta, il 19 luglio 1992, davanti alla casa dell'anziana madre in Via D'Amelio. Due giorni prima che venisse ucciso Falcone nella strage di Capaci, Borsellino aveva concesso un'intervista a due giornalisti francesi. Intervista in cui il giudice parlò dei rapporti mafia-politica facendo preciso riferimento a indagini in corso su Berlusconi e Dell'Utri, e in particolare commentò un'intercettazione che avvenne tra mister Publitalia e il boss Mangano. I due parlavano di cavalli da consegnare in albergo e, disse Borsellino, "quando i mafiosi parlano di cavalli (tesi sancita al maxiprocesso) significa partite di droga"..

Offerta alle tv italiane, la cassetta con l'intervista fu rifiutata persino dal Tg1 dell'allora direttore Gad Lerner e sdoganata solo nella trasmissione di Santoro e nel "Satyricon" di Luttazzi, nella puntata in cui Travaglio presentò il libro "L'Odore dei soldi". Le tre eccezioni alla regola furono immediatamente epurate e bandite per sempre dal servizio pubblico, mentre resta tutta la vergogna di una televisione che censura l'eroe dell'Antimafia.

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