
Per Berlusconi, che si avvale ancora della facoltà di non rispondere in
pubblico, "questi scherzano col fuoco..", per il sottosegretario
Mantovano di An "sono come i nazisti in fuga che facevano rappresaglie",
per Follini versione La Palisse "ci sono tre gradi di giudizio", per gli
alleati ben oliati e sotto ricatto come la Lega (che nel 99' votò in
Parlamento per l'arresto di Dell'Utri) il silenzio è d'oro. Per
l'integerrimo Feltri il senatore è solo un "co.co.co della mafia",
collusione che andrebbe cancellata buttando a mare legge sui pentiti e
il concorso esterno voluti dal giudice Falcone.
Il nervosismo, le minacce, le uscite di senno della Casa della Libertà
danno il peso della condanna a nove anni di carcere del noto bibliofilo
Marcello Dell'Utri, alias senatore, parlamentare europeo con annessa
immunità, Mister Publitalia, braccio destro di Silvio Berlusconi,
co-fondatore di Forza Italia. Perché si tratta della quadratura del
cerchio, dell'ufficializzazione di quanto giornalisti non asserviti al
regime mediatico e magistrati non a libro paga di Berlusconi andavano
dimostrando da tempo: il legame diretto di Fininvest con la mafia, che
ha avuto in Marcello Dell'Utri il referente dal 1974.
In pratica una vita al servizio di Cosa Nostra, come sancisce la
sentenza del Tribunale di Palermo, logica conclusione di un processo
fondato su prove documentali, intercettazioni telefoniche, ammissione
dello stesso imputato di incontri con boss di Cosa Nostra. Altro che
"manovra dei pentiti". I 9 anni di reclusione per Dell'Utri e i 7
all'altro imputato Gaetano Cinà confermano in sostanza il mosaico
ricostruito dai pm Ingroia e Grosso intorno alla figura di Dell'Utri,
con prove schiaccianti sui rapporti economici (che si tratti di favori,
protezione, regali spontanei sempre di verdoni si tratta) diretti coi
Boss impressi per esempio nel Libro Mastro della cosca di San Lorenzo e
nelle documentazioni relative a società siciliane e sarde date in
gestione a mafiosi acclarati. Fino all'assunzione (1974) e al
mantenimento nella villa di Arcore del boss della famiglia di Porta
Nuova Vittorio Mangano, già condannato per associazione mafiosa e
traffico di droga, che mantenne rapporti con Dell'Utri anche dopo aver
lasciato Casa Berlusconi di sua sponte.
E poi la "protezione delle antenne" in Sicilia, il cessare degli
attentati dinamitardi alla Standa, la nascita di Forza Italia avvenuta,
secondo alcuni pentiti, con la benedizione di Cosa Nostra, spaesata
dalla caduta dei vecchi referenti e necessitante di leggi contro il
carcere duro e i collaboratori di giustizia. Il tutto supportato
naturalmente dalle testimonianze, ma più ancora dalle intercettazioni
che inchiodano l'onorevole ai rapporti con capimafia come Stefano
Bontate (anche nell'intento di assoldare falsi pentiti), incontri in
alcuni casi ammessi dallo stesso imputato. Risultato: il noto bibliofilo
è colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa. Altro che
"restituitemi alla politica", come chiese prima della sentenza,
sostenuto dall'affettuoso consiglio di Casini ai giudici appena entrati
in Camera di Consiglio.
Un tentativo di influenzare la Corte assolutamente infruttuoso, se non
ai fini della laurea anche della terza carica dello Stato in "Peralogia":
ossia specializzarsi nella manipolazione delle sentenze e nella difesa
di personaggi collusi con la mafia(Andreotti riconosciuto colpevole di
"associazione a delinquere fino alla primavera dell'80") o corruttori
salvi solo grazie alla prescrizione come Berlusconi. Come ha ben
riassunto Di Pietro, il poco nobile quadretto (tutte sentenze di primo
grado) ora vede a sinistra Previti condannato a 16 anni per corruzione,
a destra Dell'Utri a quota 9 per mafia (piu due per false fatture ed
estorsione), e in mezzo l'Unto dal Signore, corruttore di professione
miracolato. Che alla vigilia delle sentenza di Palermo ha tenuto a
ribadire: "Su Dell'Utri metto tutte e due le mani sul fuoco". Anche la
faccia e il portafogli.
Riferendosi al caro Silvio - testimonia un'intercettazione risalente
all'80 - Marcello Dell'Utri disse allo stalliere mafioso Vittorio
Mangano: "Quello non paga". A cosa si riferiva? E i primi finanziatori
occulti del Berlusconi palazzinaro, a cui neppure il dirigente
incaricato di Bankitalia Giuffrida riuscì a risalire, erano i Boss di
Cosa Nostra? Domande che sono rimaste senza risposte certe, e che
infatti hanno significato archiviazione delle accuse nei confronti di
Silvio Berlusconi. Ma la condanna per mafia di Dell'Utri si
contestualizza in modo efficace sullo sfondo dei 114 miliardi (oltre 500
di oggi) di ignota provenienza che dal 1978 al 1985 confluirono,
perlopiù in contanti, nelle 22 holding Fininvest, sul ricorso
sistematico a prestanome e alle tante società off-shore. Perchè il
Cavaliere oggi è leader di un partito fondato da un signore che ha
tenuto dal 1974 stretti contatti con Cosa Nostra.
Riconosciuto dalla sentenza di Palermo come il "referente politico della
mafia in seno a Fininvest". Che la cosa abbia significato favori,
convenienze, fiumi di denaro ripulito, protezione, ricatto, questo non è
dato ovviamente sapere ma resta il quadro terrificante, che conferma la
potenza della mafia ramificata ad altissimi livelli nell'economia e
nelle istituzioni di un paese che scoraggia i cittadini onesti e insulta
quotidianamente le vittime della mafia: tutti quei giudici, poliziotti,
carabinieri, giornalisti, sacerdoti e testimoni morti ammazzati perchè
facevano il loro dovere. A testa alta. Proprio come il procuratore della
Repubblica di Marsala Paolo Borsellino, che dopo l'uccisione dell'amico
e compagno di mille battaglie Giovanni Falcone, sapeva già di dover
morire.
Ma continuò a servire lo Stato, a cercare giustizia, a lavorare come e
più di prima per arrivare agli assassini di Falcone, e alle collusioni
di Cosa Nostra con l'economia e le istituzioni. "Devo far presto",
ripeteva ai suoi uomini, ma lo Stato lo lasciò solo e lui fu ammazzato
assieme agli agenti della scorta, il 19 luglio 1992, davanti alla casa
dell'anziana madre in Via D'Amelio. Due giorni prima che venisse ucciso
Falcone nella strage di Capaci, Borsellino aveva concesso un'intervista
a due giornalisti francesi. Intervista in cui il giudice parlò dei
rapporti mafia-politica facendo preciso riferimento a indagini in corso
su Berlusconi e Dell'Utri, e in particolare commentò un'intercettazione
che avvenne tra mister Publitalia e il boss Mangano. I due parlavano di
cavalli da consegnare in albergo e, disse Borsellino, "quando i mafiosi
parlano di cavalli (tesi sancita al maxiprocesso) significa partite di
droga"..
Offerta alle tv italiane, la cassetta con l'intervista fu rifiutata
persino dal Tg1 dell'allora direttore Gad Lerner e sdoganata solo nella
trasmissione di Santoro e nel "Satyricon" di Luttazzi, nella puntata in
cui Travaglio presentò il libro "L'Odore dei soldi". Le tre eccezioni
alla regola furono immediatamente epurate e bandite per sempre dal
servizio pubblico, mentre resta tutta la vergogna di una televisione che
censura l'eroe dell'Antimafia.
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