
La seconda sezione penale della Corte di Cassazione ha oggi reso note le
motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 15 ottobre confermò il
verdetto della Corte di Appello di Palermo, che il 2 maggio 2003
dichiarò prescritto il reato di associazione a delinquere commesso dal
senatore a vita Giulio Andreotti fino alla primavera del 1980. In
sostanza, i Magistrati affermarono che, fino al 1980, il sette volte
presidente del Consiglio ebbe rapporti con diversi esponenti di Cosa
Nostra, ma che il reato non era punibile perché prescritto. Andreotti fu
invece assolto dall'accusa di associazione mafiosa per i fatti a lui
imputati dopo la primavera del 1980.
Con duecentodiciassette pagine di motivazione la Suprema Corte ha oggi
dichiarato "esaustivi e logici" i ragionamento dei Giudici che emisero
la sentenza di secondo grado. In primo grado Andreotti fu assolto con
formula dubitativa.
La difesa del senatore aveva chiesto il terzo grado di giudizio perché
voleva un verdetto più chiaro e privo di ombre. I legali, insomma,
volevano cancellare la grave macchia della prescrizione per un reato
gravissimo come l'associazione a delinquere.
La Suprema Corte ha invece confermato che l'imputato fu colluso con la
mafia fino al 1980.
"Sono lieto della chiusura del mio calvario giudiziario - ha commentato
Andreotti - ho dovuto guardarmi le spalle dalla mafia e dall'antimafia".
Per l'avvocato difensore Giulia Bongiorno le duecentodiciassette pagine
della Cassazione sono "un netto, chiaro e lampante miglioramento della
motivazione della precedente sentenza".
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