
I politici hanno certamente il diritto di difendere il proprio operato e
di presentare gli eventi sotto una certa luce quando sono messi alle
corde dalle domande dei cronisti, il problema è che in una conferenza
stampa di fine anno i giornalisti dovrebbero chiedere soprattutto
spiegazioni sull’operato del governo, quindi su quello che è stato
fatto, non su quello che eventualmente si farà, per costringere
l’interlocutore a spiegare i propri provvedimenti elencando fatti,
numeri, motivazioni tecniche e così via. Le domande rivolte ieri a
Silvio Berlusconi andavano in tutt’altra direzione, infatti sono stati
chiesti pareri sugli scenari politi interni, internazionali, economici e
così via, lasciando all’intervistato via libera per parlare di tutto
tranne che di fatti, permettendogli di superare la sottile distinzione
tra presentazione della strategia di governo e presentazione del
programma elettorale. Esemplare in questo senso l’intervento di Emilio
Carelli di Sky che chiedeva al presidente del Consiglio di commentare il
risultato di un sondaggio secondo cui la notizia più importante del 2004
per gli italiani è stato il taglio delle tasse.
Così la consueta conferenza stampa di fine anno del presidente del
Consiglio si è trasformata, come era prevedibile, in un perfetto
esercizio di propaganda elettorale per il governo e il suo primo
ministro. Inutile perder tempo cercando un significato politico nelle
parole del premier perché sono settimane che Berlusconi dice le stesse
cose su tasse, patto di stabilità, par condicio e Iraq, mentre è più
opportuno analizzare discorsi del presidente del Consiglio in chiave
elettorale, visto che è lo stesso premier a calibrare tutti i suoi
interventi su un piano prettamente comunicativo.
Berlusconi, purtroppo, ha capito che le prossime elezioni saranno vinte
dalla coalizione capace di conquistare l’alto numero di indecisi
rilevato dai sondaggi, non da chi saprà riportare alle urne gli elettori
del proprio schieramento che si sono disaffezionati alla competizione
politica e che nel 2001 non sono andati a votare. Berlusconi vuol dire
agli italiani che “noi siamo quelli che…, loro invece…” perché
convincere gli indecisi non vuol dire, come credono molti, proporre un
programma di centro che strizzi l’occhio ai cosiddetti moderati,
significa invece distinguere al massimo la propria offerta politica da
quella dell’avversario per recuperare la fiducia degli indecisi, cioè di
coloro che non riescono a cogliere la differenza tra le proposte del
centro-destra e quelle del centro-sinistra e che quindi evitano di
esprimere un giudizio definitivo.
Una strategia di questo tipo evita di demonizzare l’avversario, anche se
una certa dose di animosità è fisiologica alla vigilia dell’appuntamento
elettorale, e costruisce il proprio messaggio attorno a quattro o cinque
elementi strategici che per Berlusconi saranno il taglio delle tasse, un
modello socio economico liberista, la presunta pochezza politica del
centrosinistra, la visibilità internazionale dell’Italia, e la durata
del governo come garanzia di credibilità. Berlusconi condisce sempre le
sue dichiarazioni alla stampa con frasi tipo “parlerò con Blair”,
“sentirò Bush sul dollaro debole”, “proporremo una modifica del patto di
stabilità”, che non vanno sottovalutate come manifestazioni di
spavalderia e vanità, ma considerati messaggi modellati efficacemente
per dare al premier un’immagine dinamica e vincente da contrapporre
(perversamente certo, ma il risultato è assicurato) alla pacatezza di
Romano Prodi.
Una strategia di questo tipo è efficace se soddisfa due criteri: il
taglio delle tasse deve essere giudicato positivamente dai cittadini, e
bisogna battere sul tempo l’avversario e proporre per primi proposte su
quei temi dove tutti siamo più o meno d’accordo (combattere la
disoccupazione, la criminalità, favorire la crescita, dare prestigio
all’Italia) perché gli elettori tendono ad associare un problema e una
soluzione ai primi che ne parlano, come per esempio nel 2001 quando la
lotta alla criminalità divenne automaticamente un cavallo di battaglia
del centro-destra.
Il leader dell’Alleanza, Romano Prodi, ha ancora margini di manovra
significativi, perché paradossalmente Berlusconi è debole proprio sul
perno della sua comunicazione politica: il taglio delle tasse e la
ripresa economica. Prodi deve demolire lo scenario proposto dal premier,
cioè che la crisi è colpa della congiuntura economica e dei vincoli
europei, ma che verrà presto superata col taglio delle tasse e con la
politica liberista. Prodi deve evitare di utilizzare lo stesso
linguaggio del premier (è difficile parlare “contro il taglio delle
tasse”), mentre può efficacemente dipingere i suoi avversari come un
branco di incapaci che hanno solo peggiorato la situazione economica del
paese, puntando poi sul suo autorevole curriculum di esperto di economia
apprezzato in Italia e all’estero insieme ai cinque anni in cui è stato,
nella percezione comune, “il capo dell’Europa”.
Prodi ha, potenzialmente, un richiamo d’immagine che pochi leader in
Europa possono vantare ed è assurdo che i leader del centrosinistra
congelino il rilancio della coalizione con polemiche deleterie dal punto
di vista comunicativo (danno al Professore un’immagine ingessata, per
così dire). Solo così l’offerta politica del centro-destra cadrà come un
castello di carte. Se invece il gioco del taglio delle tasse riesce sarà
difficilissimo recuperare su un avversario che vanta, in effetti, il
primato di longevità dell’intera storia repubblicana e che in ogni
discorso sulla politica estera elogia lo “straordinario lavoro dei
nostri ragazzi” e che presenta l’amicizia con i vari Bush, Blair e Putin
come segno di prestigio internazionale del paese.
Un'altra opportunità per Romano Prodi è la criminalità, tema lasciato
clamorosamente scoperto dagli avversari e la tutela della legalità come
fattore si sviluppo e di benessere sociale. Prodi deve poi, spiace dirlo
ma è così, limitare le voci che parlano a nome dell’opposizione e
rivolgersi soltanto a quegli esponenti dell’Alleanza che vantano
credibilità e popolarità presso l’elettorato: Letta, Bersani, Fassino,
Veltroni, Cofferati, Rutelli (nonostante tutto) e anche Di Pietro, forse
dimenticato nella comunicazione politica dell’opposizione: l’ex
magistrato non è forse popolarissimo ma conserva agli occhi di molti
italiani una certa immagine di onestà e integrità, il che non è poco se
si vogliono recuperare gli indecisi. I vari Diliberto, Pecoraro Scanio,
Boselli, Rizzo, Meandri, Mussi, Dini dovranno farsi doverosamente da
parte. Una coalizione vincente fa quadrato attorno al proprio capo e
agli occhi degli elettori un centro-sinistra dove parlano in dieci non è
una coalizione “ricca di contenuti”, ma un’Armata Brancaleone destinata
alla sconfitta.
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