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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 31 DICEMBRE 2004
La conferenza di fine anno, un perfetto esercizio di propaganda
FRANCESCO MARZOLA

I politici hanno certamente il diritto di difendere il proprio operato e di presentare gli eventi sotto una certa luce quando sono messi alle corde dalle domande dei cronisti, il problema è che in una conferenza stampa di fine anno i giornalisti dovrebbero chiedere soprattutto spiegazioni sull’operato del governo, quindi su quello che è stato fatto, non su quello che eventualmente si farà, per costringere l’interlocutore a spiegare i propri provvedimenti elencando fatti, numeri, motivazioni tecniche e così via. Le domande rivolte ieri a Silvio Berlusconi andavano in tutt’altra direzione, infatti sono stati chiesti pareri sugli scenari politi interni, internazionali, economici e così via, lasciando all’intervistato via libera per parlare di tutto tranne che di fatti, permettendogli di superare la sottile distinzione tra presentazione della strategia di governo e presentazione del programma elettorale. Esemplare in questo senso l’intervento di Emilio Carelli di Sky che chiedeva al presidente del Consiglio di commentare il risultato di un sondaggio secondo cui la notizia più importante del 2004 per gli italiani è stato il taglio delle tasse.

Così la consueta conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio si è trasformata, come era prevedibile, in un perfetto esercizio di propaganda elettorale per il governo e il suo primo ministro. Inutile perder tempo cercando un significato politico nelle parole del premier perché sono settimane che Berlusconi dice le stesse cose su tasse, patto di stabilità, par condicio e Iraq, mentre è più opportuno analizzare discorsi del presidente del Consiglio in chiave elettorale, visto che è lo stesso premier a calibrare tutti i suoi interventi su un piano prettamente comunicativo.

Berlusconi, purtroppo, ha capito che le prossime elezioni saranno vinte dalla coalizione capace di conquistare l’alto numero di indecisi rilevato dai sondaggi, non da chi saprà riportare alle urne gli elettori del proprio schieramento che si sono disaffezionati alla competizione politica e che nel 2001 non sono andati a votare. Berlusconi vuol dire agli italiani che “noi siamo quelli che…, loro invece…” perché convincere gli indecisi non vuol dire, come credono molti, proporre un programma di centro che strizzi l’occhio ai cosiddetti moderati, significa invece distinguere al massimo la propria offerta politica da quella dell’avversario per recuperare la fiducia degli indecisi, cioè di coloro che non riescono a cogliere la differenza tra le proposte del centro-destra e quelle del centro-sinistra e che quindi evitano di esprimere un giudizio definitivo.

Una strategia di questo tipo evita di demonizzare l’avversario, anche se una certa dose di animosità è fisiologica alla vigilia dell’appuntamento elettorale, e costruisce il proprio messaggio attorno a quattro o cinque elementi strategici che per Berlusconi saranno il taglio delle tasse, un modello socio economico liberista, la presunta pochezza politica del centrosinistra, la visibilità internazionale dell’Italia, e la durata del governo come garanzia di credibilità. Berlusconi condisce sempre le sue dichiarazioni alla stampa con frasi tipo “parlerò con Blair”, “sentirò Bush sul dollaro debole”, “proporremo una modifica del patto di stabilità”, che non vanno sottovalutate come manifestazioni di spavalderia e vanità, ma considerati messaggi modellati efficacemente per dare al premier un’immagine dinamica e vincente da contrapporre (perversamente certo, ma il risultato è assicurato) alla pacatezza di Romano Prodi.

Una strategia di questo tipo è efficace se soddisfa due criteri: il taglio delle tasse deve essere giudicato positivamente dai cittadini, e bisogna battere sul tempo l’avversario e proporre per primi proposte su quei temi dove tutti siamo più o meno d’accordo (combattere la disoccupazione, la criminalità, favorire la crescita, dare prestigio all’Italia) perché gli elettori tendono ad associare un problema e una soluzione ai primi che ne parlano, come per esempio nel 2001 quando la lotta alla criminalità divenne automaticamente un cavallo di battaglia del centro-destra.

Il leader dell’Alleanza, Romano Prodi, ha ancora margini di manovra significativi, perché paradossalmente Berlusconi è debole proprio sul perno della sua comunicazione politica: il taglio delle tasse e la ripresa economica. Prodi deve demolire lo scenario proposto dal premier, cioè che la crisi è colpa della congiuntura economica e dei vincoli europei, ma che verrà presto superata col taglio delle tasse e con la politica liberista. Prodi deve evitare di utilizzare lo stesso linguaggio del premier (è difficile parlare “contro il taglio delle tasse”), mentre può efficacemente dipingere i suoi avversari come un branco di incapaci che hanno solo peggiorato la situazione economica del paese, puntando poi sul suo autorevole curriculum di esperto di economia apprezzato in Italia e all’estero insieme ai cinque anni in cui è stato, nella percezione comune, “il capo dell’Europa”.

Prodi ha, potenzialmente, un richiamo d’immagine che pochi leader in Europa possono vantare ed è assurdo che i leader del centrosinistra congelino il rilancio della coalizione con polemiche deleterie dal punto di vista comunicativo (danno al Professore un’immagine ingessata, per così dire). Solo così l’offerta politica del centro-destra cadrà come un castello di carte. Se invece il gioco del taglio delle tasse riesce sarà difficilissimo recuperare su un avversario che vanta, in effetti, il primato di longevità dell’intera storia repubblicana e che in ogni discorso sulla politica estera elogia lo “straordinario lavoro dei nostri ragazzi” e che presenta l’amicizia con i vari Bush, Blair e Putin come segno di prestigio internazionale del paese.

Un'altra opportunità per Romano Prodi è la criminalità, tema lasciato clamorosamente scoperto dagli avversari e la tutela della legalità come fattore si sviluppo e di benessere sociale. Prodi deve poi, spiace dirlo ma è così, limitare le voci che parlano a nome dell’opposizione e rivolgersi soltanto a quegli esponenti dell’Alleanza che vantano credibilità e popolarità presso l’elettorato: Letta, Bersani, Fassino, Veltroni, Cofferati, Rutelli (nonostante tutto) e anche Di Pietro, forse dimenticato nella comunicazione politica dell’opposizione: l’ex magistrato non è forse popolarissimo ma conserva agli occhi di molti italiani una certa immagine di onestà e integrità, il che non è poco se si vogliono recuperare gli indecisi. I vari Diliberto, Pecoraro Scanio, Boselli, Rizzo, Meandri, Mussi, Dini dovranno farsi doverosamente da parte. Una coalizione vincente fa quadrato attorno al proprio capo e agli occhi degli elettori un centro-sinistra dove parlano in dieci non è una coalizione “ricca di contenuti”, ma un’Armata Brancaleone destinata alla sconfitta.

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