"Noi
non stiamo aspettando il giorno della libertà di Cuba, noi stiamo
lavorando per il giorno della libertà di Cuba".
Il Presidente americano George W. Bush ha usato questo semplice
slogan per tornare a discutere della "questione cubana", che da
quasi mezzo secolo sta facendo dannare tutte le amministrazioni
della Casa Bianca: "I cubani devono essere al più presto liberati
dalla tirannia - ha affermato - e noi accelereremo il giorno in
cui saranno liberi".
Il leader repubblicano non ha lasciato spazio ad equivoci: saranno
inviate risorse economiche alle organizzazioni che proteggono i
dissidenti, verranno incoraggiati i media cubani a scavalcare la
censura e rivelare informazioni ai propri cittadini e sarà
impedito con maggior vigore ai turisti americani il soggiorno
nell'isola, per non far cadere troppi dollari nelle mani del
regime.
Un regime, ha osservato il presidente Usa, che utilizza il denaro
dei turisti per "rafforzare i suoi strumenti di oppressione".
Bush ha addirittura assegnato alla Commissione per l’Assistenza
all'associazione "Cuba libre" il compito di vagliare, con
l'ausilio di un rapporto di cinquecento pagine in possesso di
Colin Powell, tutti i possibili mezzi di intervento per dare luogo
"al rapido declino della dittatura".
Una mezza dichiarazione di guerra, dunque, (già si parla di un
intervento militare in stile "Baia dei porci") anche se c'è chi -
da questa parte dell'Atlantico - ritiene che le minacce di Bush
siano prive di fondamento.
Secondo il quotidiano francese Le Monde, infatti, la nuova
campagna anticastrista del leader repubblicano altro non sarebbe
che una mossa elettorale, destinata a far salire la sua popolarità
tra i cittadini di origine cubana presenti in grande numero negli
Stati Uniti sud-orientali.
La dichiarazione di Bush è stata invece presa molto più seriamente
in Italia, i comunisti italiani hanno inquadrato "questa nuova
aggressione" all'interno "della strategia della guerra preventiva
e permanente".
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