Le
elezioni regionali in programma per la prossima primavera, si
caricheranno inevitabilmente di un forte significato politico e
avranno ripercussioni su tutto il Paese e sugli equilibri
dell’attuale maggioranza di governo.
I riflettori saranno puntati in particolare su alcune Regioni
chiave in cui l’esito delle urne avrà il sapore di una prova
generale delle politiche del 2006. Una di queste Regioni è
senz’altro il Lazio, dove le forze del centrosinistra hanno
trovato in Piero Marrazzo l’uomo da contrapporre al Presidente
uscente Francesco Storace. Abbiamo incontrato l’ex conduttore di
“Mi manda Rai tre” durante la sua prima uscita pubblica in
un’iniziativa organizzata dai DS a Tivoli, sabato 9 ottobre.
Hai definito la tua decisione di accettare la candidatura dei
partiti di centrosinistra del Lazio “una scelta di vita”. Comunque
deve essere stata sofferta se pensiamo a tutto quello che lasci: 8
anni da autore e conduttore della trasmissione di punta della
terza rete Rai e, a soli 46 anni, una brillante carriera da
dirigente nell’azienda. Cosa ti ha spinto a metterti in gioco?
Nella vita ho imparato una cosa: bisogna vivere anche di
motivazioni. Non voglio dire che non ne trovassi più nel mio
lavoro, ma quando tante persone ti chiedono di rappresentarle,
questa è una grande motivazione. E queste persone me lo hanno
chiesto perché avevano un obbiettivo da raggiungere e pensano che
con me possano riuscire a farlo.
Certo, io ho messo in discussione molto. Vent’anni di lavoro in
Rai mi avevano fatto raggiungere un certo livello professionale,
un ruolo. Avevo strumenti per intervenire anche nelle dinamiche
sociali.
Tuttavia, come forse in pochi hanno capito, io credo che “Mi manda
Rai tre” è stato considerato e vissuto (forse dalle persone più
semplici) come un vero programma politico. E quando dico politico
intendo ovviamente parlare di politica dei bisogni. Quindi per me
si è trattato in realtà di un passaggio naturale, con il quale
prosegue il mio impegno, la mia voglia di ascoltare la gente.
Come ti senti in questi nuovi panni?
In qualche modo è stato un ritorno, ho militato in un partito per
dieci anni da ragazzo e poi mi sento a mio agio nel ruolo di chi
deve tenere insieme persone che la pensano diversamente. So di
poter rappresentare chi ha una formazione cattolica, ma anche chi
viene dal mondo socialista e riformista, come chi ha sensibilità
ambientaliste ecc. Credo che questo sia ciò che mi affascina di
più. Un tale coacervo di patrimoni culturali non può che essere
garanzia di buone capacità di governo.
Supponiamo che l’espressione “candidato mediatico” (per la
verità piuttosto abusata negli ultimi giorni), sia del tutto
neutra, un mero dato di fatto. C’è un valore aggiunto nell’avere
questa caratteristica o al contrario essa rappresenta un limite?
Se io considerassi il mio punto di forza questa caratteristica,
sarei ingenuo o, peggio, stupido. La popolarità è uno strumento
per fare politica. In questi mesi farò una politica che di
mediatico non avrà nulla perché sarà one to one, diretta. Sarò nei
paesi, con gli imprenditori, con le categorie professionali, con
gli anziani…. so usare le parole? Sono un comunicatore? Ho avuto
un ruolo mediatico? Benissimo. Fa parte del mio bagaglio, che
userò sul territorio. Mi aiuterà a parlare con l’imprenditore, con
l’operaio disoccupato, con il diversamente abile e mi aiuterà a
comprendere le loro esigenze e a derivarne un programma che sia
davvero strumento di governo. Certo, aver fatto per vent’anni il
comunicatore mi sarà utile.
In altre occasioni hai detto che farai politica “come una
volta”. Che intendi dire esattamente?
Ho sempre pensato che sia un errore buttare il bambino insieme
all’acqua sporca. Uno degli errori maggiori che si commettono
nelle fasi di transizione, per paura magari di doversi confrontare
con un passato difficile, a volte ingombrante, è quello di
rinunciare a tutto ciò che di quel passato, di quella tradizione
fa parte. Io amo del passato qualcosa che la information society
ci sta negando. La società dell’informazione ha creato strumenti
che dovrebbero aiutare la gente a incontrarsi, a stare insieme.
Se, al contrario, questi strumenti vengono usati per rendere
sempre più difficile la relazione fisica, sostituendola con quella
mediatica, allora può accadere che la politica non sia più in
grado di “incontrare” i bisogni delle persone. Io voglio fare
questa politica, in mezzo alla gente, vicina ai cittadini. Sarà
dura, ma credo anche che ne varrà la pena.
Sono state sollevate alcune riserve sul metodo che ha portato
alla tua candidatura, che ha però nel carattere unitario un
indubbio punto di forza. Ritieni che si tratti di un metodo
efficace, che può essere ripetuto anche in altri contesti?
Mi è stato insegnato che la valutazione dell’efficacia di un
metodo in politica non può essere disgiunto dalla valutazione del
grado di democraticità del metodo stesso. Posso dire che non vedo
contraddizione tra la scelta di un candidato attraverso le
cosiddette primarie e la sua scelta da parte di organismi
dirigenti democraticamente eletti dalla base di un partito. Se
l’obbiettivo è lo stesso, cioè conquistare il consenso, non c’è
contraddizione. E io il consenso lo sto cercando e trovando in
ogni sede. La genesi della mia candidatura è ormai alle spalle.
Ora è il momento della progettualità.
Quindi del programma. Quando sarà pronto?
Sto raccogliendo indicazioni e suggerimenti da tutti. Non voglio
essere affrettato, non amo le banalizzazioni, gli slogan e le
parole d’ordine. Ogni cosa che verrà scritta sul programma sarà un
preciso impegno, da onorare una volta al governo della Regione.
Due parole sul tuo avversario. Chi è Storace e che politica ha
incarnato in questi anni?
Non voglio essere io a dire chi è il mio avversario. Lo diranno
gli elettori una volta che avranno capito chi è Marrazzo.
Immagina di aver già vinto …
Ah no! Da buon napoletano non risponderò mai a questa domanda.
LEGGI ANCHE:
Lazio: Marrazzo sfiderà Storace alle regionali
HOME PAGE |