Sabina
Guzzanti, Paolo Rossi, Michele Santoro e Marco Travaglio stasera
in televisione, tutti assieme.
Lo squarcio di luce nel muro di gomma del regime mediatico è opera
di un circuito di emittenti collegate a Europa7 e Telelombardia,
che riprenderanno in diretta "Il fantasma della verità", ossia il
dibattito che si terrà a Roma all'Ambra Jovinelli dalle 21.
Occasione è la presentazione del nuovo libro di Marco Travaglio e
Peter Gomez, "Regime" (Rizzoli Bar) già 40.000 copie vendute in
pochi giorni. Un libro-inchiesta che mette in fila, analizza, e
svela i retroscena dei tanti, troppi casi di censura nell'Italia
del monopolio, al 53esimo posto nelle classifiche internazionali
sulla libertà d'informazione.
Dal diktat bulgaro di Berlusconi che portò alla cacciata di
Santoro (da due anni in attesa del reintegro imposto alla Rai dal
Tribunale), Daniele Luttazzi e soprattutto di Enzo Biagi, 40 anni
di storia Rai cancellati dopo l"uso criminoso fatto della tv
pubblica" attraverso due interviste a due illustri brigatisti
rossi: Benigni e Montanelli. Alla "sospensione" ad eternum del
programma di Sabina Guzzanti, sommersa da querele miliardarie e
accusata dall'aennino Buonatesta di diffamazione, salvo poi,
sancita dai giudici la veridicità assoluta delle cose dette,
venire incolpata dallo stesso genio "di fare informazione in un
programma di satira".
Tragicommedia da regimetto. Che censura preventivamente e in
automatico grazie a direttori più realisti del re, come nel caso
di Massimo Fini, bloccato (parola di Marano) da un veto prima
della messa in onda di "Cyrano", e di Paolo Rossi, colpevole di
aver tradotto un brano di quel comunista di Tucidide, scritto
giusto duemilacinquecento anni fa.
Ma i grotteschi salti mortali e il carattere cialtronesco dei
cortigiani non traggano in inganno. Applicata alla televisione la
massima di Mao, "colpirne uno (tre, nell'editto di Sofia) per
educarne 100", ora ci troviamo nella fase finale della sistematica
intimidazione del dissenso, con l'etere infestata da servi proni a
tutto e le bugie quotidiane sparate a reti unificate.
Le storie di ordinaria censura si intersecano con una
desertificazione generale del servizio pubblico in ossequio al
principio di "demeritocrazia", dove chi fa programmi vincenti è
soppiantato da gente alla Socci e non trova spazio altrove.
Un mix letale, inimmaginabile in nessuna delle democrazie
occidentali, proprio perchè stravolge la regola base del libero
mercato. Eterni invece i Bruno Vespa, i Mensurati, le Anna La
Rosa, gli ambidestri che si vantano di essere lottizzati ed
esibiscono con fierezza un servilismo elevato a metodo,
scambiandolo per imparzialità.
Così
come partecipano ancora a trasmissioni giornalisti di sinistra
stile Palombelli e Lucia Annunziata, il che dimostra come la
questione non sia riconducibile a schemi partitici. Tra i
censurati infatti, oltre al già citato Fini, troviamo Montanelli,
Biagi, Oliviero Beha, entrato in Rai in quota Lega ma reo di
smascherare le "marchette" televisive, e per la carta stampata il
direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli (nel libro
il dettagliato resoconto di 3 anni di disgustose pressioni). Tutti
moderati, così come i più fieri oppositori del governo sono oggi
vecchi liberali, in testa il professor Giovanni Sartori.
Il repulisti catodico dunque non riguarda i giornalisti di
sinistra, ma quelli liberi. Perché il regime mediatico tollera gli
oppositori politici, regolarmente invitati come foglie di fico nel
salotto di Vespa e coerenti alle precedenti logiche lottizzatorie,
ma teme le domande. Chiedersi se è un regime, ad esempio, ascrive
automaticamente alla categoria dei demonizzatori. Ma se il termine
è opinabile in riferimento al Ventennio, certo non può essere
considerato democrazia un Paese dove il premier è anche detentore
del monopolio dell'informazione e di una concentrazione
d'interessi senza precedenti. E dove dalla famosa intervista di
Luttazzi a Travaglio di marzo 2001 non passano più quelle domande
che terrorizzano Berlusconi come la Criptonite Superman.
I primi miliardi versati sui conti Fininvest di tuttora ignota
provenienza, il ricorso a società offshore e a prestanome, lo
stalliere mafioso della villa di Arcore, la telefonata in cui lo
stesso Mangano e Marcello Dell'Utri parlano di "cavalli da
consegnare in albergo" (in gergo mafioso, lo ha sancito il
maxiprocesso, i "cavalli sono partite di droga") come raccontato
da Paolo Borsellino nella sua ultima intervista. E poi, sempre
bollino rosso, la vera storia delle tv e i legami con Craxi, le
prescrizioni e i processi in corso, o quelli sospesi in Italia e
in Spagna da leggi ad hoc. Domande che sarebbero lecite, anzi
doverose, in qualsiasi democrazia degna di tal nome. Un Paese in
cui ogni elettore può attingere a tutti gli elementi utili per
farsi un opinione sui candidati, mentre oggi in Italia le notizie
sono aggirate o manipolate. La post-fazione è del censurato
storico Beppe Grillo: "I grandi personaggi, anche nel male, ti
fanno i complimenti in pubblico e poi te lo mettono in quel posto
in privato, a tempo debito.
A freddo. Sono i mediocri, gli ometti che cadono nella trappola
delle epurazioni, delle censure sfacciate e brutali, addirittura
preannunciate dalla Bulgaria. Sono i poveracci, che si sentono
deboli e insicuri.
I Grandi Comunicatori che, alla terza volta che vanno in
televisione, fanno scappare la gente perché non ne può più.
Lasciamoli fare, si stanno auto eliminando da soli. Dopo bisognerà
occuparsi delle scorie che avranno lasciato...".
Tra gli ospiti della serata "I fantasmi della verità" anche il
giornalista di Repubblica Curzio Maltese, l'ex direttore di Rai
Due Carlo Freccero e il direttore de l'Unità Furio Colombo.
Le tv che trasmetteranno la serata sono: Rete7 (Piemonte),
Telecittà (Liguria), Telelombardia, Triveneta e Antenna 3
(Veneto), E'tv (Emilia Romagna), Tv Ccentro Marche, Teleregione
(Toscana), TvrVoxson (Lazio), NapoliTv (Campania), TvQ e Atv7
(Abruzzo e Molise), Antenna Sud (Puglia), Rtc (Calabria), Teletna
(Sicilia).
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