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"Senza la decisione di
scendere in campo con un suo partito, Berlusconi non avrebbe salvato la
pelle e sarebbe finito come Angelo Rizzoli che, con l'inchiesta della
P2, andò in carcere e perse l'azienda". Le parole di Marcello Dell'Utri,
intervistato da Antonio Galdo per il libro "Saranno potenti?" (Sperling
& Kupfer, 2003), sembrano non suggerire nulla alle frotte di politologi
ed esperti che da giorni vivisezionano e sproloquiano su galateo
istituzionale, dimissioni, rimpasti, crisi pilotate, interim, In & Out,
asse del nord, discontinuità, rilancio dell'azione e teatrini vari.
Dimenticano l'unica cosa certa oggi in Italia: da quella sedia, il
Bisunto, non si schioderà per nulla al mondo. Ricordate il Parlamento
degli inquisiti avvinghiati alle poltrone? Qui sarà peggio. Perché se
ManiPulite aveva scoperchiato il marcio del legame
politica-affari-malavita portando ad iscrivere nel registro degli
indagati oltre un centinaio d'eletti del popolo, in questo caso è il
presidente-padrone, l'uomo più potente e avvilente d'Italia, che si
gioca tutto.
Altro che elezioni anticipate a giugno, ottobre o governo impallinato
dai franchi tiratori. Ammesso e non concesso che faccia sul serio,
Follini (che futuro potrebbe avere sfasciando tutto?) controlla poco più
della metà del partito (si pensi alla nutrita compagine sicula, alle
ottime collaborazioni amministrative al Sud, ai non pochi Giovanardi) e
quasi nessuno (l'unico che pare averne davvero abbastanza del
Neuropremier è Tabacci) sarebbe disposto a seguirlo in una rottura
definitiva. Anche perchè Berlusconi offrirà di tutto e di più. L'estate
scorsa bastò qualche cadrega e la minaccia di far sparare e sparire
dalle tv il segretario Udc; oggi il prezzo sale, ma Mister "20 miliardi
di patrimonio" non ha limiti e farà in modo di sistemare ogni cosa.
Poi solo campagna elettorale, feroce e senza regole (a partire
dall'eliminazione della par condicio). Con Berlusconi che metterà in
campo tutta la superconcentrazione di potere accumulata e finora
sfruttata solo in minima parte del suo potenziale.
Censure, linciaggi ad hoc, manipolazione delle notizie, dettatura
dell'Agenda politica, sociale e di costume per un lavaggio del cervello
catodico, eliminazione d'ogni forma di dissenso, sostituzione dei
maggiordomi non abbastanza servi e quant'altre schifezze hanno
contraddistinto questi primi 4 anni di Regime mediatico sono niente a
confronto di ciò che accadrà. Perché Silvio Berlusconi, stavolta,
rischia tutto.
Cosa e da chi? Non molto dall'eventuale Governo di centrosinistra
infestato da D'Alema, Rutelli e compagnia inciuciante, tutti ancora ai
posti di comando-pronti a profittare dei disastri berlusconiani senza
annoverare alcun merito né proposta- nonostante la sequela di batoste
elettorali (1999-2001) che li avrebbero rispediti a casa in qualsiasi
paese democratico con fisiologico ricambio delle classe politica.
Loro, autoproclamatisi "riformisti (dalle ignote riforme)" e "forza di
governo responsabile", in questi dodici anni sono stati i migliori
alleati di Berlusconi. Prima accettandolo come competitor (fin dal '94
era ineleggibile in quanto titolare di pubbliche concessioni, come
sancisce la legge 361 del 1957) e rinunciando a fare domande sul suo
oscuro passato di frequentazioni mafiose, finanziatori occulti e reati
accertati (sei volte prescritto e una amnistiato: nei tanto amati Stati
Uniti - dove la prescrizione si calcola dal momento in cui viene
commesso il reato alla data di rinvio a giudizio, l'evasione fiscale e
il falso in bilancio sono puniti con decenni di prigione, ed è reato
anche mentire alla Corte - sarebbe rinchiuso da un pezzo).
Poi, non paghi, rilegittimandolo come capo dell'opposizione (mentre il
nemico veniva considerato la Lega, che allora era l'unica a parlare del
"mafioso di Arcore" e a votare alla Camera, al contrario del
centrosinistra, per l'autorizzazione agli arresti di Dell'Utri e
Previti) dimenticando il conflitto d'interessi (in spregio alle più
elementari norme di incompatibilità e di antitrust Mediaset non solo
mantenne una posizione dominante nel sistema televisivo, ma entrò in
Borsa a vele spiegate) ed elevandolo al rango di grande costituente
(nella Bicamerale mandata all'aria da Silvio e, diabolicum, anche
nell'ultima riforma costituzionale votata dalla Cdl, che gli ansiosi
riformisti non criticano nel contenuto ma nella forma: avrebbero voluto
devastare la Costituzione assieme).
Valga per loro l'imitazione che fece Corrado Guzzanti/Rutelli alla
vigilia delle politiche 2001: "A Berluscò, ricordate degli amici". Gente
che un domani, a parte rilottizzare pani e posti, dare lezioncine a
destra e soprattutto a manca, accogliere saltimbanchi e pregiudicati doc,
sarebbe anche capace di proporre "Berlusconi al Quirinale". Ma i tanti
amici e salvacondotti stavolta non bastano. Al di là delle pur esistenti
ragioni antropologiche (il termine "sconfitta", "ho sbagliato", "ho
mentito", assieme alle dolci paroline Mafia e Nazifascismo, non
rientrano nel dizionario del "berlusconismo"), Reo Silvio deve andare
allo scontro totale perchè sente che i tempi sono cambiati (il leader
del centrosinistra è un Romano Prodi più slegato dalle segreterie dei
partiti e forse in grado di imporre qualche sgradita sorpresa: vi
immaginate un Ministro della Giustizia che lavori per la riduzione dei
tempi di prescrizione, l'abbattimento di immunità e privilegi
parlamentari e una maggiore cooperazione giudiziaria europea? O un
liberale vero all'antitrust che dia finalmente al mercato
radiotelevisivo - e non solo - una libera concorrenza, con conseguenti
vantaggi in termini di meritocrazia per gli operatori e di convenienza
per i cittadini? E una tv pubblica modello Zapatero, non più ostaggio
della politica, che in ogni democrazia deve essere controllata dai mass
media e non viceversa?) e il passato sta tornando inesorabile.
Undici anni nella stanza dei bottoni gli hanno consentito di fagocitare
e monetizzare tutto ciò che gli capitava a tiro, ma sono bastati solo ad
allontanare e non a cancellare l'incubo Giustizia. A Milano potrebbe
presto essere processato per frode fiscale, falso in bilancio e
appropriazione indebita nella vicenda dell'acquisto di diritti tv dagli
Stati Uniti. Accuse alle quali si è aggiunta di recente quella di
corruzione, perchè per coprire altri reati - secondo l'ipotesi
dell'accusa - Berlusconi avrebbe comprato la testimonianza di David
Mills, l'avvocato inglese ideatore del sistema off-shore della
Fininvest. Un po' un effetto slavina del crimine, che disciolte le
immunità politiche, arriva fino in Spagna. Il procuratore
anti-corruzione Baltazar Garzon attende infatti la ripresa del processo
Telecinco, sospeso fino al termine del mandato di Berlusconi. Il
Cavaliere, Dell’Utri e altri manager Fininvest responsabili in Spagna
dell'emittente sono accusati di frode fiscale (i fatti risalgono agli
anni fra il 1990 e il 1995 e la frode fiscale ammonterebbe ad una somma
fra 13 e 18 miliardi di pesetas, ossia tra i 78 e 108 milioni di euro) e
violazione della legge antitrust spagnola, per avere detenuto
occultamente il controllo di Telecinco, proibito dalle leggi
antimonopolio.
E poi, senza più Cirami, Cirielli o impunità per legge, si fa più
critica la situazione degli amici. Per Cesare Previti si avvicina la
sentenza d'Appello del processo Imi/Sir Lodo Mondadori (Berlusconi fu
prescritto grazie alla concessione delle attenuanti generiche), che in
primo grado lo vide condannato per corruzione in atti giudiziari a
undici anni di reclusione e al maxi-risarcimento di 380 milioni di euro
alla Cir di De Benedetti (nel filone Lodo Mondadori, per aver comprato
la sentenza che scippava a De Benedetti e donava a Berlusconi la più
importante casa editrice italiana). Più avanti arriverà l'Appello anche
per il processo Sme-Ariosto, che in primo grado si chiuse con una
condanna a 5 anni per Previti (che corruppe coi milioni Fininvest e del
Capo il giudice Squillante). Non se la passa meglio l'ideatore di Forza
Italia e Capo di Publitalia Marcello Dell'Utri, condannato in primo
grado al processo di Palermo a nove anni per concorso esterno in
associazione mafiosa. Cose spiacevoli, da affrontare in solitudine. |