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I mestieri di attore teatrale,
scrittore e giornalista, possono incorrere in svariati incidenti
di percorso.
Elencarli non è difficile, semmai appare più complicato trovare
loro una giustificazione: la censura, spesso associata al
licenziamento, è una prassi comunemente adottata e, in paesi a
democrazia assente o incerta, non è infrequente il ricorso al
carcere e all’omicidio. A scanso di equivoci, chiariamo subito il
motivo di tanto accanimento.
Gli individui che occupano posizioni rilevanti conoscono bene il
potere devastante e sovversivo della parola, in particolare quando
essa viene proferita o recitata. Un testo scritto ha l’indubbia
capacità di suscitare immagini, capovolgere o rafforzare un’idea
ma, in più, il teatro può contare su altri strumenti per attrarre
il pubblico: il suono delle parole unito al linguaggio del corpo.
La parola, amplificata da un’efficace tecnica di dizione,
affascina lo spettatore e ne cattura l’attenzione, mentre basta un
lampo negli occhi o una risata sgangherata per svelare alla platea
l’ambiguità del potere.
Il difficile rapporto tra gli attori e le classi dominanti inizia
dopo la caduta dell’Impero Romano, quando le nebbie del medioevo
sembrano rallentare il progredire della civiltà in Europa. Gli
eredi della tradizione teatrale classica sono i giullari, artisti
itineranti che si esibiscono nelle piazze come narratori, mimi,
giocolieri e acrobati.
Il loro modus vivendi è però lontano dal rigore morale imperante,
tanto che la Chiesa impone la scomunica di tutti gli attori.
Alcuni giullari, tuttavia, godono di particolari privilegi. Si
tratta dei buffoni di corte, individui che producono un’arte in
funzione del potere. Tra questi spicca la figura di Frittellino,
attivo presso la corte dei Gonzaga alla fine del 1400: il
personaggio da lui interpretato è furbo ed intraprendente, un
modello da imitare per chiunque miri al successo. In ogni caso, la
scomunica degli attori rimarrà in vigore per molti secoli a
venire, le cronache del 1673 riferiscono che Molière, morto senza
disconoscere la sua professione, viene sepolto nottetempo senza la
presenza di sacerdoti.
9 anni prima, una delle commedie più celebri di Molière, Tartufo,
subisce l’oltraggio della censura, che ne proibisce la
rappresentazione. Da allora il sostantivo "tartufo", oltre ad
indicare il pregiato tubero e lo squisito mollusco marino, designa
anche chi si presenta come un campione di virtù ma, in realtà, è
solo un abile simulatore.
Personaggi di questo genere abbondano nel teatro di Molière: falsi
medici, malati immaginari e tartufi sono un campionario umano di
grande interesse ed attualità, al punto che molti attori
contemporanei continuano a rivestirne i panni.
Un esempio calzante è "Questa sera si recita Molière", uno
spettacolo di Paolo Rossi che rivisita la commedia Il medico per
forza. I vestiti di scena sono ancora quelli seicenteschi, credo
per un omaggio alla prima rappresentazione della pièce, avvenuta
al teatro del Palais-Royal il 6 agosto 1666. I dialoghi invece,
affidati in larga misura all’improvvisazione, sono ben calati nel
nostro tempo. La storia è quella del sedicente dottor Sganarelli,
che sostiene di essere un valente medico.
Rivolgendosi alla platea, elenca le prodigiose virtù di un
unguento di sua invenzione, una panacea per i mali degli
spettatori. Sganarelli prosegue nel monologo, spiega quanto sia
importante per lui guarire il prossimo, s’infervora nel tentativo
di convincere l’uditorio che egli lavora negli interessi dei
pazienti. Ma, come spinto da un impulso incontrollabile, quando
dice "nei vostri interessi" le dita protese indicano sé stesso,
non la platea.
Paolo Rossi, a questo punto, tranquillizza gli spettatori: si
tratta di una farsa che non ha alcuna attinenza con la realtà, è
ridicolo ipotizzare oggi, nel nostro paese, un
ciarlatano che inganni milioni di persone …
Questo spettacolo, di cui ho tracciato una breve scheda, era
inserito nel palinsesto di Raidue e suddiviso in due parti
nell’ambito del programma "Palcoscenico". Alla prima parte hanno
assistito circa un milione di telespettatori ma Raidue, nonostante
l’evidente successo, ha deciso di cancellare la seconda.
Il motivo, secondo una nota diffusa dall’azienda, risiede nel
linguaggio usato da Paolo Rossi, giudicato sconveniente. E’
davvero singolare che la Rai si preoccupi di tutelare un pubblico
che, ad ora tarda, desidera vedere un programma di alto profilo
culturale, mentre il palinsesto della prima serata è dominato da
un’offerta in cui prevalgono la banalità ed il cattivo gusto. La
mia opinione coincide con quella di altri osservatori: siamo di
fronte ad una censura politica, è del tutto plausibile che la
prima parte dello spettacolo abbia infastidito un personaggio
eccellente.
Un’ultima considerazione è rivolta poi ai responsabili dell’atto
censorio, che non solo hanno calpestato il principio della libertà
d’espressione, ma hanno anche dimostrato di ignorare la tradizione
dell’invettiva contro il potere, una forma di protesta proveniente
dalla Commedia dell’Arte che spesso assume toni grotteschi e
licenziosi. Perché, se mai lor signori non lo sapessero, quando
piove la colpa è sempre del governo ladro. |