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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 5 FEBBRAIO 2005
La censura ignorante
MICHELE NIGRA

I mestieri di attore teatrale, scrittore e giornalista, possono incorrere in svariati incidenti di percorso.
Elencarli non è difficile, semmai appare più complicato trovare loro una giustificazione: la censura, spesso associata al licenziamento, è una prassi comunemente adottata e, in paesi a democrazia assente o incerta, non è infrequente il ricorso al carcere e all’omicidio. A scanso di equivoci, chiariamo subito il motivo di tanto accanimento.
Gli individui che occupano posizioni rilevanti conoscono bene il potere devastante e sovversivo della parola, in particolare quando essa viene proferita o recitata. Un testo scritto ha l’indubbia capacità di suscitare immagini, capovolgere o rafforzare un’idea ma, in più, il teatro può contare su altri strumenti per attrarre il pubblico: il suono delle parole unito al linguaggio del corpo. La parola, amplificata da un’efficace tecnica di dizione, affascina lo spettatore e ne cattura l’attenzione, mentre basta un lampo negli occhi o una risata sgangherata per svelare alla platea l’ambiguità del potere.

Il difficile rapporto tra gli attori e le classi dominanti inizia dopo la caduta dell’Impero Romano, quando le nebbie del medioevo sembrano rallentare il progredire della civiltà in Europa. Gli eredi della tradizione teatrale classica sono i giullari, artisti itineranti che si esibiscono nelle piazze come narratori, mimi, giocolieri e acrobati.
Il loro modus vivendi è però lontano dal rigore morale imperante, tanto che la Chiesa impone la scomunica di tutti gli attori. Alcuni giullari, tuttavia, godono di particolari privilegi. Si tratta dei buffoni di corte, individui che producono un’arte in funzione del potere. Tra questi spicca la figura di Frittellino, attivo presso la corte dei Gonzaga alla fine del 1400: il personaggio da lui interpretato è furbo ed intraprendente, un modello da imitare per chiunque miri al successo. In ogni caso, la scomunica degli attori rimarrà in vigore per molti secoli a venire, le cronache del 1673 riferiscono che Molière, morto senza disconoscere la sua professione, viene sepolto nottetempo senza la presenza di sacerdoti.
9 anni prima, una delle commedie più celebri di Molière, Tartufo, subisce l’oltraggio della censura, che ne proibisce la rappresentazione. Da allora il sostantivo "tartufo", oltre ad indicare il pregiato tubero e lo squisito mollusco marino, designa anche chi si presenta come un campione di virtù ma, in realtà, è solo un abile simulatore.
Personaggi di questo genere abbondano nel teatro di Molière: falsi medici, malati immaginari e tartufi sono un campionario umano di grande interesse ed attualità, al punto che molti attori contemporanei continuano a rivestirne i panni.

Un esempio calzante è "Questa sera si recita Molière", uno spettacolo di Paolo Rossi che rivisita la commedia Il medico per forza. I vestiti di scena sono ancora quelli seicenteschi, credo per un omaggio alla prima rappresentazione della pièce, avvenuta al teatro del Palais-Royal il 6 agosto 1666. I dialoghi invece, affidati in larga misura all’improvvisazione, sono ben calati nel nostro tempo. La storia è quella del sedicente dottor Sganarelli, che sostiene di essere un valente medico.
Rivolgendosi alla platea, elenca le prodigiose virtù di un unguento di sua invenzione, una panacea per i mali degli spettatori. Sganarelli prosegue nel monologo, spiega quanto sia importante per lui guarire il prossimo, s’infervora nel tentativo di convincere l’uditorio che egli lavora negli interessi dei pazienti. Ma, come spinto da un impulso incontrollabile, quando dice "nei vostri interessi" le dita protese indicano sé stesso, non la platea.
Paolo Rossi, a questo punto, tranquillizza gli spettatori: si tratta di una farsa che non ha alcuna attinenza con la realtà, è ridicolo ipotizzare oggi, nel nostro paese, un
ciarlatano che inganni milioni di persone …

Questo spettacolo, di cui ho tracciato una breve scheda, era inserito nel palinsesto di Raidue e suddiviso in due parti nell’ambito del programma "Palcoscenico". Alla prima parte hanno assistito circa un milione di telespettatori ma Raidue, nonostante l’evidente successo, ha deciso di cancellare la seconda.
Il motivo, secondo una nota diffusa dall’azienda, risiede nel linguaggio usato da Paolo Rossi, giudicato sconveniente. E’ davvero singolare che la Rai si preoccupi di tutelare un pubblico che, ad ora tarda, desidera vedere un programma di alto profilo culturale, mentre il palinsesto della prima serata è dominato da un’offerta in cui prevalgono la banalità ed il cattivo gusto. La mia opinione coincide con quella di altri osservatori: siamo di fronte ad una censura politica, è del tutto plausibile che la prima parte dello spettacolo abbia infastidito un personaggio eccellente.
Un’ultima considerazione è rivolta poi ai responsabili dell’atto censorio, che non solo hanno calpestato il principio della libertà d’espressione, ma hanno anche dimostrato di ignorare la tradizione dell’invettiva contro il potere, una forma di protesta proveniente dalla Commedia dell’Arte che spesso assume toni grotteschi e licenziosi. Perché, se mai lor signori non lo sapessero, quando piove la colpa è sempre del governo ladro.

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