
Sono vicino ai magistrati Pietro Grasso e Luca Tescaroli, recentemente
minacciati perché fedeli e rigorosi servitori dello Stato. Per triste
esperienza del passato, è risaputo che i tentativi di intimidazione si
rivelano tanto più insidiosi quanto più, attorno a chi li subisce,
risultano deboli la solidarietà e la vigilanza attive dei cittadini.
Oggi questi riflessi di solidarietà e vigilanza sono patrimonio di una
parte cospicua ma non maggioritaria della società italiana.
Non si spiegherebbe altrimenti la preoccupante negligenza di Governo e
Parlamento, che appaiono incapaci di prendere provvedimenti seri e,
prima ancora, di scegliere comportamenti inequivoci contro la Mafia.
Al contrario i "segnali forti" che ormai da anni si registrano con
frequenza quotidiana sono in favore della pretesa di impunità dei
potenti del denaro e della politica (spesso le due cose coincidono) e
dunque contro quei magistrati che hanno deciso di svolgere in modo
coraggioso e indipendente il proprio compito.
Naturalmente nel mirino del ceto politico dominante finiscono anche
tutti coloro che nell'agone politico come nella società civile cercano
di opporsi, con gli strumenti sempre più logori della dialettica
politica e della libera informazione, al dilagare della cultura
dell'illegalità.
La vicenda Cuffaro-Forgione è eloquente al riguardo. A suo modo lo è
anche la piccola storia di cui ho avuto la ventura di essere testimone.
La mafia esiste? Ho recentemente chiesto ad un parlamentare. Irritato, mi
ha risposto a male parole. Quel signore è l'on. Marcello Dell'Utri,
senatore eletto nel centro di Milano e membro della commissione
Giustizia del parlamento europeo. Le cronache ci dicono che è antico e
intimo sodale dell'attuale presidente del Consiglio.
Dopo esperienze simili viene da credere a chi afferma che le Istituzioni
ospitano individui che - per usare le parole di Grasso - "della
discrezionalità hanno fatto arbitrio e dell'arbitrio hanno fatto legge".
Da un recente conteggio, per fare un esempio forse grossolano ma
efficace, sono circa cento i parlamentari tecnicamente pregiudicati.
Questa desolante realtà - uno scandalo, non un'opinione: uno scandalo
chiarissimo all'opinione pubblica internazionale - è evidente, anche
entro i confini nazionali, a ogni persona informata e in buona fede.
Solo una "rivolta morale" (riprendo ancora un'espressione del
Procuratore di Palermo), un collettivo scatto d'orgoglio - difficile,
improbabile e nondimeno possibile - può ormai salvarci dalla deriva
tipica di quelle società in cui la corruzione riesce a
istituzionalizzarsi.
Nelle società evolute, oltretutto, aspetti morali ed economici si
tengono insieme.
Andrebbe per esempio tenuto a mente - report degli osservatori
internazionali alla mano - che nelle società in cui c'è meno libertà di
informazione là c'è più corruzione, e dove c'è meno libertà di
informazione e più corruzione là c'è meno benessere diffuso e meno
competitività economica.
Mi chiedo a quale futuro ci si stia rassegnando, e quanto
consapevolmente, in un paese in cui - tranne le solite e lodevolissime
eccezioni - la gran parte del ceto dirigente sopporta in silenzio la
criminalizzazione di magistrati e giornalisti scomodi e l'uso
spudoratamente privatistico dei pubblici poteri da parte di chi di cose
di mafia nemmeno tollera che si parli.
La ragione ha già dato una risposta, il cuore no. Un abbraccio di
gratitudine e solidarietà, insieme a Grasso e Tescaroli, a tutti coloro
che incarnano e prefigurano, con il proprio impegno di ogni giorno,
quella "rivolta morale".
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