
"Presidente di tutti". Così si propone Roberto Formigoni nei manifesti
che aprono la sua campagna elettorale (clicca sulla foto).
Ne ha fatti affiggere un migliaio in giro per la Lombardia. Pochi a
Milano, dove evidentemente si sente forte.
La foto in bianco e nero ne inquadra il volto serio, la scritta nera su
sfondo verde è di quelle assertive, con tanto di punto finale. Vediamo
un po' di ragionarci sopra.
Che Formigoni sia un presidente molto rappresentativo lo dicono i numeri
del suo successo elettorale. L'ultima volta staccò il suo sfidante - lo
stimabilissimo ma un po' lugubre avv. Mino Martinazzoli - di una
imbarazzante valanga di voti.
In questi anni ha viaggiato all’estero più di un ministro degli Esteri.
E ogni viaggio era l’occasione per firmare un contratto e aprire una
sede per la Compagnia delle Opere.
La rete della sua influenza - dicono gli analisti - si estende dai
comitati di affari ai giovani di Comunione e Liberazione. Addirittura
molti transfughi di centrosinistra, per esempio l’ex sindaco Borghini,
si sono recentemente spostati sotto le sue accoglienti insegne in nome
dell’agognato riformismo. Questa capacità attrattiva e rappresentativa
va dunque riconosciuta all'ex Casto Democristiano.
Ma non siamo sicuri che autorizzi l'autodefinizione "presidente di
tutti", sia pure con la "p" umilmente minuscola, almeno per ora.
Un conto è definirsi tale, a voti scrutinati e spumante stappato, un
minuto dopo la proclamazione dell'avvenuta elezione. E' il classico e
financo banale modo per rassicurare la minoranza e proporsi con un
profilo non più partitico ma istituzionale.
Una cosa ben diversa è farlo due mesi prima dell'inizio della campagna
elettorale (tecnicamente essa dura un mese, il voto regionale è ai primi
di aprile). Chi può rassicurare la lettura di quello slogan? Non certo
gli oppositori di Formigoni (ce ne sono, ne conosco alcuni
personalmente, malgrado la vasta popolarità del Nostro).
Sul piano formale, dunque, la comunicazione di Formigoni sembra
contrastare, naturalmente senza volerlo, con i fondamenti della
democrazia politica: la legittimità dell’alternanza e i diritti delle
minoranze.
Nel merito delle cose, poi, la lettura attenta di certi giornali lascia
intendere che la stessa coalizione di centro destra - sedicente "Casa
delle libertà" - non è che sia molto unita attorno al (sedicente)
"presidente di tutti".
Per esempio non è stato ancora sciolto chiaramente il nodo Lega, i cui
uomini di punta in terra lumbard continuano a strepitare; non si sa
ancora, mentre scrivo, se Formigoni riceverà il placet al suo desiderio
di concorrere alle elezioni con una lista che porti il suo nome; non si
sa di conseguenza quale ruolo avranno (ruolo inteso come candidature con
speranza concreta di successo) i "riformisti" e pontieri vari.
Una situazione così fluida all’interno della “Casa” non dovrebbe indurre
ambizioni universalistiche.
Parlo - beninteso - della reazione media di una persona di miti
consigli. Può darsi che per fare il "governatore” della Lombardia per un
quindicennio (e poi chissà, mai mettere limiti alla Provvidenza…) si
debbano possedere qualità diverse da quella del buon padre di famiglia.
Per esempio la baldanza, tipica nella storia delle meno felici stagioni
populistiche, di chi dice o pensa: ho troppi mediocri intorno, io sono
l’unico che può risolvere le cose, basta bandiere di partito, in fondo
vado bene anche alla parte più ragionevole dei presunti e inetti
oppositori. “Lasciatemi lavorare”, ripeteva Peròn. E non solo lui.
C'è poi un altro profilo, il più triste da affrontare. E' davvero sicuro
Formigoni che la scritta nera su fondo verde proposta all'attenzione dei
lombardi contenga una verità accettabile da tutti. Tutti-tutti, dico,
non la maggioranza che gli auguro, ancora una volta, di convincere.
Ho la ventura di abitare a Milano, in cui - in rapporto alle mie
aspirazioni di provinciale e ai miei modesti meriti - ho trovato tante
delle cose che cercavo: una certa vivacità culturale, possibilità
professionali, nuovi amici.
Bene. Non mi sembra che lo spettacolo della vita quotidiana autorizzi
chiunque abbia avuto una responsabilità amministrativa a gonfiare il
petto.
Lo vede bene anche il presidente Formigoni - da dieci anni al timone -
quanto sia difficile vivere in questa e in diverse altre città della
regione. Disuguaglianza nella fruizione del diritto alla salute,
traffico, caro vita, inquinamento, degenerazione dei rapporti sociali,
trasparenza delle scelte amministrative sono da paese declinante, se non
già declinato.
E’ un problema di “competenze”? Forse. Ma dieci anni di una maggioranza
stabile e di un consenso personale senza uguali con deleghe forti era la
precondizione per impostare politiche di vera riforma.
Se c’è stata, non me ne sono accorto e nel caso me ne scuso. Oppure ha
riguardato interessi diversi dalla qualità della vita.
Basta aprire la finestre. Dal trentesimo piano del Pirellone (che
visitai anni fa proprio per una breve intervista radiofonica con il
futuro "presidente di tutti", di cui mi colpirono le doti da “animale
politico”) si può comodamente ammirare uno di quei paesaggi che farebbe
la “gioia” di un Cioran e che ancora muove la penna di Ceronetti.
A Milano - a credere agli osservatori specializzati in malattie
respiratorie - muoiono centinaia di persone l’anno per polveri sottili.
Almeno di costoro e dei loro parenti e amici, Roberto Formigoni non si
sentirà a cuor leggero “presidente”, ne sono certo. Di tutti, meno
qualcuno.
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