
L’On. Marina Sereni (DS) ha partecipato alla missione
dell’Internazionale socialista incaricata di seguire lo svolgimento
delle elezioni per la presidenza dell’Anp. Ha avuto la possibilità, tra
l’altro, di incontrare Shimon Peres, leader del partito laburista
israeliano, e Yossi Beilin, leader dell’altro partito di sinistra Yahad
(ex Meretz), e assistere alla Knesset alla discussione, al voto e al
giuramento del nuovo governo formato con l’ingresso di ministri
laburisti e il sostegno esterno dei deputati di Yahad.
Quale valutazione complessiva ti senti di fare di questo voto, che
hai potuto seguire direttamente in qualità di osservatore internazionale
dell’Internazionale socialista?
Una prima valutazione va fatta sulle operazioni di voto in senso
tecnico. La mia impressione è molto positiva. La macchina palestinese
che ha organizzato le operazioni di voto è stata molto efficiente e noi
abbiamo registrato ovunque delle procedure regolari e trasparenti,
nonostante la situazione molto particolare in cui si svolgevano la
campagna elettorale e le elezioni. Non bisogna dimenticare che stiamo
parlando di territori posti sotto occupazione. Nonostante questo la
regolarità delle operazioni è stata garantita.
Oltre a ciò, vorrei segnalare un altro dato molto incoraggiante. Tutti
gli attori e operatori coinvolti a vario titolo nello svolgimento di
questa consultazione elettorale hanno dimostrato una buona preparazione.
Trovo che sia un segnale importante. Naturalmente non voglio negare che
ci siano stati alcuni problemi che non vanno enfatizzati, ma neppure
sottovalutati dal momento che queste elezioni possono essere considerate
una sorta di prova generale in vista delle legislative che si terranno
di qui a pochi mesi.
Tutto ciò che non ha funzionato questa volta va corretto per le future
scadenze. In particolare tutti noi osservatori internazionali abbiamo
segnalato la situazione di Gerusalemme Est, nella quale per volontà
delle autorità israeliane non è stato possibile far votare la maggior
parte dei cittadini lì residenti. La procedura scelta, che faceva perno
sugli uffici postali ha infatti impedito un ampio coinvolgimento dei
cittadini. Ma anche da parte palestinese si sono registrati dei
problemi. Molti elettori al momento del voto non hanno trovato il
proprio nome inserito negli elenchi predisposti dalle autorità
palestinesi. Si comprende bene quindi che in occasione delle elezioni
legislative non si può correre il rischio di ripetere gli stessi errori.
Concludendo, anche se il sistema ha bisogno di una messa a punto, direi
che la giornata di domenica è stata una grande prova di capacità
organizzativa e politica. Ed è importante che in una parte del mondo
arabo si cominci a maneggiare in qualche modo gli strumenti della
democrazia. È importante constatare che per una giornata in tutti i
Territori non si sono registrati episodi di violenza se non molto
marginali. È, a mio avviso, il segnale che quando avanza la democrazia,
la violenza si ritrae.
Veniamo al risultato di Abu Mazen che è stato salutato da tutti come
un evento estremamente positivo. Un segnale importante, una fiducia data
a chi sembrerebbe in grado di aprire una fase nuova nei negoziati con
gli israeliani…
La vittoria è netta. Credo che Abu Mazen abbia raccolto il consenso che
era legittimo aspettarsi. Non bisogna dimenticare che il nuovo
presidente dell’Anp non è partito come un leader già affermato tra la
popolazione palestinese. È un intellettuale più che un politico in senso
stretto, e così veniva percepito dalla popolazione. Non era molto
popolare all’inizio della campagna elettorale. È riuscito perciò ad
acquistare un consenso significativo che oggi lo rende più credibile e
autorevole.
Abbiamo letto le testimonianze di familiari di Kamikaze che hanno
appoggiato “l’uomo del dialogo”, un candidato moderato. Dunque si tratta
di un consenso realmente trasversale.
Il consenso che lui ha raccolto si è formato sulla base di posizioni
estremamente chiare che ha espresso durante tutta la campagna
elettorale, al di là dei toni e delle parole d’ordine. Al centro del suo
programma Abu Mazen ha posto il rilancio del piano di pace e la chiusura
della fase dell’Intifada armata. Per questo si tratta di una vittoria
doppiamente importante. Da un lato lo legittima democraticamente,
dall’altra è una vittoria non fondata sull’ambiguità, ma sulla
chiarezza. La soluzione che lui ha offerto ai palestinesi è una
soluzione pienamente politica, senza incertezze e concessioni ad altre
forme di rivendicazione.
A questo proposito, come credi che vada valutato il risultato
ottenuto dallo sconfitto, il medico Mustafà Barghouti e quale ruolo
pensi che svolgeranno in generale le altre componenti politiche presenti
nello scenario palestinese, come ad esempio Hamas che in queste ore ha
manifestato la propria soddisfazione per la vittoria di Abu Mazen?
I due fenomeni vanno tenuti distinti. Mustafà Barghouti è l’espressione
di una società civile organizzata soprattutto in alcune aree. Il suo
movimento non è ugualmente radicato ovunque. Credo comunque che sia
positiva la presenza in questo contesto di una forza laica di sinistra,
che si mette a disposizione per una fase di transizione politica. È vero
anche che Barghouti, nella campagna elettorale, si è voluto anche
caratterizzare con posizioni politiche più radicali rispetto ad Abu
Mazen, però la sua esperienza non è quella di un estremista. È possibile
che abbia ricevuto il sostegno di alcune componenti di Hamas che non
hanno voluto astenersi e al tempo stesso volevano mandare un segnale
contrario ad Abu Mazen.
Non credo che Barghouti possa prestarsi a questo gioco, in ogni caso.
Immagino che il suo obbiettivo sia oggi quello di introdurre una sua
linea politica, distinta da quella di Al Fatah come da quella di Hamas,
dal momento che la sua campagna elettorale si è basata sull’idea che
esista un’alternativa al fondamentalismo islamico e ugualmente
all’establishment, all’organizzazione tradizionale di Al Fatah e dell’Anp.
Noi possiamo solo augurarci che riesca a rappresentare questa spinta,
non possiamo che rallegrarci che ci siano altri protagonisti accanto
alla figura di Abu Mazen, la cui candidatura e linea politica abbiamo
comunque sostenuto con convinzione fin dall’inizio.
Quanto all’intenzione dichiarata da Hamas, di collaborare con il
neoeletto presidente dell’Anp, direi che bisogna essere cauti. Le
prossime scadenze elettorali ci diranno meglio. Le Amministrative delle
prossime settimane e soprattutto le Politiche del prossimo luglio,
saranno importanti per valutare il peso delle altre componenti
politiche. Non è scontato ad esempio che Al Fatah raccolga gli stessi
consensi del leader Abu Mazen.
Ieri la Knesset ha votato la fiducia, con un margine di due voti, al
nuovo esecutivo presieduto da Sharon. Sono state necessarie sei
astenzioni. Essenziale anche l’appoggio dei Laburisti di Peres (che hai
appena incontrato). Poi c’è il voto contrario di 13 deputati del Likud…
Infatti. La difficoltà che vive il partito di Sharon è evidente da tempo
e trova conferma nel voto di ieri. Mentre alla Knesset si votava,
davanti al parlamento si svolgeva una manifestazione di protesta di
circa 15mila persone contro il Piano di disimpegno da Gaza.
L’opposizione alla linea scelta dal governo non riguarda solo i coloni,
ma anche alcuni settori militari e religiosi.
Una significativa novità emersa ieri mi sembra l’appoggio esterno dato
al governo dal partito di Yossi Beilin che ha neutralizzato il voto
contrario dei deputati del Likud. Possiamo dire che la maggioranza di
Sharon dipende oggi non più solo dai Laburisti, ma anche dal ruolo della
sinistra più pacifista. Dall’incontro avuto con Yossi Beilin, mi è
sembrato che la decisione che il partito Yahad (ex Meretz) si è trovato
ad assumere, sia stata molto sofferta. Alla fine hanno optato per
l’appoggio esterno, ma si riservano ovviamente di condizionare di volta
in volta il mantenimento di questo sostegno all’effettiva realizzazione
del piano di disimpegno. La valutazione della politica di Sharon rimane
ovviamente molto critica.
Peres, dal canto suo, è consapevole della difficoltà del momento e
dell’incertezza dell’esito di questa strategia, ma è altrettanto
convinto che non ci sono alternative praticabili.
Non si respira quindi un grande ottimismo …
Non direi di aver percepito un clima di ottimismo, la strada intrapresa
è complessa, ma c’è anche una chiara percezione dell’opportunità che
rappresenta l’elezione di Abu Mazen. Sia Peres che Beilin considerano il
risultato delle elezioni nei Territori come un fatto estremamente
positivo, capace di rimettere in campo il processo di pace.
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