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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 11 GENNAIO 2005
La vittoria di Abu Mazen e il processo di pace
INTERVISTA ESCLUSIVA A MARINA SERENI - A CURA DI MARCELLA MARCELLI

L’On. Marina Sereni (DS) ha partecipato alla missione dell’Internazionale socialista incaricata di seguire lo svolgimento delle elezioni per la presidenza dell’Anp. Ha avuto la possibilità, tra l’altro, di incontrare Shimon Peres, leader del partito laburista israeliano, e Yossi Beilin, leader dell’altro partito di sinistra Yahad (ex Meretz), e assistere alla Knesset alla discussione, al voto e al giuramento del nuovo governo formato con l’ingresso di ministri laburisti e il sostegno esterno dei deputati di Yahad.

Quale valutazione complessiva ti senti di fare di questo voto, che hai potuto seguire direttamente in qualità di osservatore internazionale dell’Internazionale socialista?
Una prima valutazione va fatta sulle operazioni di voto in senso tecnico. La mia impressione è molto positiva. La macchina palestinese che ha organizzato le operazioni di voto è stata molto efficiente e noi abbiamo registrato ovunque delle procedure regolari e trasparenti, nonostante la situazione molto particolare in cui si svolgevano la campagna elettorale e le elezioni. Non bisogna dimenticare che stiamo parlando di territori posti sotto occupazione. Nonostante questo la regolarità delle operazioni è stata garantita.
Oltre a ciò, vorrei segnalare un altro dato molto incoraggiante. Tutti gli attori e operatori coinvolti a vario titolo nello svolgimento di questa consultazione elettorale hanno dimostrato una buona preparazione. Trovo che sia un segnale importante. Naturalmente non voglio negare che ci siano stati alcuni problemi che non vanno enfatizzati, ma neppure sottovalutati dal momento che queste elezioni possono essere considerate una sorta di prova generale in vista delle legislative che si terranno di qui a pochi mesi.
Tutto ciò che non ha funzionato questa volta va corretto per le future scadenze. In particolare tutti noi osservatori internazionali abbiamo segnalato la situazione di Gerusalemme Est, nella quale per volontà delle autorità israeliane non è stato possibile far votare la maggior parte dei cittadini lì residenti. La procedura scelta, che faceva perno sugli uffici postali ha infatti impedito un ampio coinvolgimento dei cittadini. Ma anche da parte palestinese si sono registrati dei problemi. Molti elettori al momento del voto non hanno trovato il proprio nome inserito negli elenchi predisposti dalle autorità palestinesi. Si comprende bene quindi che in occasione delle elezioni legislative non si può correre il rischio di ripetere gli stessi errori.
Concludendo, anche se il sistema ha bisogno di una messa a punto, direi che la giornata di domenica è stata una grande prova di capacità organizzativa e politica. Ed è importante che in una parte del mondo arabo si cominci a maneggiare in qualche modo gli strumenti della democrazia. È importante constatare che per una giornata in tutti i Territori non si sono registrati episodi di violenza se non molto marginali. È, a mio avviso, il segnale che quando avanza la democrazia, la violenza si ritrae.

Veniamo al risultato di Abu Mazen che è stato salutato da tutti come un evento estremamente positivo. Un segnale importante, una fiducia data a chi sembrerebbe in grado di aprire una fase nuova nei negoziati con gli israeliani…
La vittoria è netta. Credo che Abu Mazen abbia raccolto il consenso che era legittimo aspettarsi. Non bisogna dimenticare che il nuovo presidente dell’Anp non è partito come un leader già affermato tra la popolazione palestinese. È un intellettuale più che un politico in senso stretto, e così veniva percepito dalla popolazione. Non era molto popolare all’inizio della campagna elettorale. È riuscito perciò ad acquistare un consenso significativo che oggi lo rende più credibile e autorevole.

Abbiamo letto le testimonianze di familiari di Kamikaze che hanno appoggiato “l’uomo del dialogo”, un candidato moderato. Dunque si tratta di un consenso realmente trasversale.
Il consenso che lui ha raccolto si è formato sulla base di posizioni estremamente chiare che ha espresso durante tutta la campagna elettorale, al di là dei toni e delle parole d’ordine. Al centro del suo programma Abu Mazen ha posto il rilancio del piano di pace e la chiusura della fase dell’Intifada armata. Per questo si tratta di una vittoria doppiamente importante. Da un lato lo legittima democraticamente, dall’altra è una vittoria non fondata sull’ambiguità, ma sulla chiarezza. La soluzione che lui ha offerto ai palestinesi è una soluzione pienamente politica, senza incertezze e concessioni ad altre forme di rivendicazione.

A questo proposito, come credi che vada valutato il risultato ottenuto dallo sconfitto, il medico Mustafà Barghouti e quale ruolo pensi che svolgeranno in generale le altre componenti politiche presenti nello scenario palestinese, come ad esempio Hamas che in queste ore ha manifestato la propria soddisfazione per la vittoria di Abu Mazen?
I due fenomeni vanno tenuti distinti. Mustafà Barghouti è l’espressione di una società civile organizzata soprattutto in alcune aree. Il suo movimento non è ugualmente radicato ovunque. Credo comunque che sia positiva la presenza in questo contesto di una forza laica di sinistra, che si mette a disposizione per una fase di transizione politica. È vero anche che Barghouti, nella campagna elettorale, si è voluto anche caratterizzare con posizioni politiche più radicali rispetto ad Abu Mazen, però la sua esperienza non è quella di un estremista. È possibile che abbia ricevuto il sostegno di alcune componenti di Hamas che non hanno voluto astenersi e al tempo stesso volevano mandare un segnale contrario ad Abu Mazen.
Non credo che Barghouti possa prestarsi a questo gioco, in ogni caso. Immagino che il suo obbiettivo sia oggi quello di introdurre una sua linea politica, distinta da quella di Al Fatah come da quella di Hamas, dal momento che la sua campagna elettorale si è basata sull’idea che esista un’alternativa al fondamentalismo islamico e ugualmente all’establishment, all’organizzazione tradizionale di Al Fatah e dell’Anp. Noi possiamo solo augurarci che riesca a rappresentare questa spinta, non possiamo che rallegrarci che ci siano altri protagonisti accanto alla figura di Abu Mazen, la cui candidatura e linea politica abbiamo comunque sostenuto con convinzione fin dall’inizio.
Quanto all’intenzione dichiarata da Hamas, di collaborare con il neoeletto presidente dell’Anp, direi che bisogna essere cauti. Le prossime scadenze elettorali ci diranno meglio. Le Amministrative delle prossime settimane e soprattutto le Politiche del prossimo luglio, saranno importanti per valutare il peso delle altre componenti politiche. Non è scontato ad esempio che Al Fatah raccolga gli stessi consensi del leader Abu Mazen.

Ieri la Knesset ha votato la fiducia, con un margine di due voti, al nuovo esecutivo presieduto da Sharon. Sono state necessarie sei astenzioni. Essenziale anche l’appoggio dei Laburisti di Peres (che hai appena incontrato). Poi c’è il voto contrario di 13 deputati del Likud…
Infatti. La difficoltà che vive il partito di Sharon è evidente da tempo e trova conferma nel voto di ieri. Mentre alla Knesset si votava, davanti al parlamento si svolgeva una manifestazione di protesta di circa 15mila persone contro il Piano di disimpegno da Gaza. L’opposizione alla linea scelta dal governo non riguarda solo i coloni, ma anche alcuni settori militari e religiosi.
Una significativa novità emersa ieri mi sembra l’appoggio esterno dato al governo dal partito di Yossi Beilin che ha neutralizzato il voto contrario dei deputati del Likud. Possiamo dire che la maggioranza di Sharon dipende oggi non più solo dai Laburisti, ma anche dal ruolo della sinistra più pacifista. Dall’incontro avuto con Yossi Beilin, mi è sembrato che la decisione che il partito Yahad (ex Meretz) si è trovato ad assumere, sia stata molto sofferta. Alla fine hanno optato per l’appoggio esterno, ma si riservano ovviamente di condizionare di volta in volta il mantenimento di questo sostegno all’effettiva realizzazione del piano di disimpegno. La valutazione della politica di Sharon rimane ovviamente molto critica.
Peres, dal canto suo, è consapevole della difficoltà del momento e dell’incertezza dell’esito di questa strategia, ma è altrettanto convinto che non ci sono alternative praticabili.

Non si respira quindi un grande ottimismo …
Non direi di aver percepito un clima di ottimismo, la strada intrapresa è complessa, ma c’è anche una chiara percezione dell’opportunità che rappresenta l’elezione di Abu Mazen. Sia Peres che Beilin considerano il risultato delle elezioni nei Territori come un fatto estremamente positivo, capace di rimettere in campo il processo di pace.

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