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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 12 GENNAIO 2005
L'impietosa diagnosi d
el Procuratore Generale
CLAUDIO NUNZIATA

Quello del Pg di Cassazione Francesco Favara, che ieri ha svolto la sua relazione sull’amministrazione della giustizia non è più un semplice allarme. E’ una diagnosi impietosa anche se pronunziata con tono pacato e senza accenti polemici. La “grande ammalata” è oramai al collasso ha detto. Le pendenze giudiziarie coinvolgono milioni di cittadini e su di essi grava pesantemente la inadeguatezza del sistema giudiziario a dare una risposta sollecita ai problemi creati dalla diffusa illegalità. Lo standard della giustizia italiana rischia di non essere rispondente ai livelli di qualità richiesti dalla integrazione europea.

Nel processo civile
ha indicato la media di durata media complessiva dei tre gradi di giudizio in 3.041 giorni ossia oltre otto anni. Ha segnalato la preoccupante crescita dei tempi delle controversie di lavoro e previdenza sociale, che rappresentano oltre il 40% del contenzioso, evidenziando come «l’esigenza di una giustizia rapida è resa ancora più urgente dalla crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro, dovendo evitare che alla maggior debolezza sociale che tale fenomeno comporta per il lavoratore si cumuli una ridotta efficacia della tutela giudiziaria dei suoi diritti».

Ha segnalato l’aumento del 6% delle pendenze penali per effetto del maggior numero di sopravvenienze pur a fronte del calo dell’arretrato e dell’aumento del numero dei procedimenti definiti (in misura del 4% nei Tribunali). Ha evidenziato come le modifiche processuali introdotte negli ultimi anni (competenza del Giudice di Pace e citazione diretta senza udienza preliminare per alcuni reati) non abbiano ridotto i tempi e si sia invece determinato un aumento della media della durata complessiva dei tre gradi del processo penale, indicata in 1841 giorni (circa 6 anni), cui vanno aggiunti i tempi per la redazione delle sentenze ed il passaggio alla fase successiva (che possono essere valutati complessivamente in circa 18 mesi). Ha accennato al fatto che dietro questi numeri è nascosta una situazione ben più grave che è agevole identificare negli effetti distorsivi sulla media determinati dai tempi necessariamente brevi dei processi definiti con decreto penale e da quelli a carico di detenuti.

“La riduzione dei tempi complessivi dei procedimenti - dice Favara - costituisce dunque l’obiettivo strategico da perseguire in via prioritaria, in modo da ritrovare un armonico bilanciamento tra garanzie ed efficienza, tenendo conto però della specificità della nostra cultura e tradizione giuridica. Recupero dell’efficienza significa rapidità delle decisioni e capacità del sistema di smaltimento dei flussi quantitativi. Il che comporta la necessità non solo di una appropriata riorganizzazione del servizio giustizia, ma anche di una semplificazione delle procedure e di una razionalizzazione dell’impianto processuale….Il modello di organizzazione della giustizia è comunque la questione centrale da affrontare.”

Ed ha spiegato: “La curva di capacità di deterrenza e prevenzione della norma penale si piega sempre di più. La legislazione penale da effettiva tende a diventare simbolica….. L’inefficacia del processo penale rende, a sua volta, inefficace l’impatto motivante della norma penale sui comportamenti sociali.….Applicando il modello costi-benefici si rileva che l’incremento di criminalizzazione aumenta progressivamente i costi sociali e ne riduce i benefici. L’efficacia del processo penale è minata alla radice dalla inefficacia della legge penale….Il nostro sistema processuale mostra una chiara avversione al rischio epistemologico. La paura di rischiare l’errore porta ad una duplicazione di attività probatoria e ad una fitta serie di controlli. Il risultato è che l’utilità marginale derivante dall’incremento di garanzie diminuisce, mentre aumentano esponenzialmente i costi interni ed esterni del processo….. E’ difficile immaginare un sistema più garantito di questo. Ma è anche difficile immaginare un sistema più inefficiente e inefficace di questo. E’ come se il sistema sanitario nazionale - con le risorse a disposizione - volesse garantire controlli di massa per ogni tipo di prevenzione e assistenza sanitaria completa a tutti, senza tener conto della gravità della malattia e senza fissare alcuna priorità. La logica del codice è quella del controllo totale: ogni provvedimento del giudice o anche del Pm deve essere sottoposto a controllo. E ogni controllo, a sua volta, genera ulteriori controlli. Questo sistema va radicalmente ripensato……”.

Ed ancora in relazione ai problemi strutturali del processo penale: “Ma non appare più coerente in un processo di parti, in cui la ricostruzione del fatto avviene attraverso apporti informativi delle parti in contraddittorio. Inoltre, l’idea che la sentenza di secondo grado sia più “giusta” (cioè, contenga un accertamento più veridico) di quella di primo grado è un postulato normativo, ma non ha alcuna evidenza logica.
In secondo luogo, l’analisi economica del diritto ci dice che [questo] sistema delle impugnazioni costituisce un esempio lampante di allocazione inefficiente delle risorse”.

Ed infine con chiaro ed evidente riferimento al disegno di legge sulla recidiva (cd “salva-Previti”) recentemente approvato da un ramo del Parlamento dice: “Se lo scopo perseguito è la prescrizione..il suo perseguimento rischia addirittura di essere agevolato se i relativi termini saranno ridotti, con ulteriore incremento delle impugnazioni e vanificazione del lavoro delle forze dell’ordine e dei magistrati”.

Sconsolato il PG Favara conclude: “La tanto auspicata svolta nell’amministrazione della giustizia penale è ancora lontana da venire.” Non si comprende, quindi, quali luci e segnali positivi vi abbia scorto il ministro Castelli secondo il quale “siamo uscendo dal tunnel e non si può dire che la giustizia è allo sfascio”. Forse per il riferimento del PG Favara ai progetti informatici in corso di sperimentazione. Una sostanziale spudorata autoassoluzione, coerente solo con una concezione molto poco esigente del livello di legalità del paese, se si tiene conto del tenore del discorso del PG e dai contenuti del Libro Bianco sulla Giustizia predisposto dall’ANM, ove tra l’altro si legge:

“La recente riduzione degli stanziamenti lascia prevedere l’impossibilità di aggiornamento e sostituzione dell’hardware esistente e di far fronte in modo adeguato alla piccola manutenzione informatica da affrontare con le spese di ufficio. Le limitazioni di bilancio si rifletteranno inevitabilmente anche sulla impossibilità di un incremento dell’attività di supporto e di formazione informatica, che avrebbe dovuto essere adeguatamente rafforzata per essere posta in condizione di utilizzare al meglio le opportunità della rete e dei servizi che l’informatica offre.

Il basso livello di consapevolezza delle potenzialità informatiche e delle prassi di condivisione tra più uffici e tra più operatori dei dati disponibili in formato elettronico è favorito dal basso livello di preparazione specifica della dirigenza e dalla assenza di un piano generale di riorganizzazione dei servizi degli uffici giudiziari che il Ministero avrebbe dovuto mettere in campo per trarre effettivi benefici dai consistenti investimenti eseguiti in passato.

Vi è negli uffici giudiziari una arretratezza organizzativa diffusa che ostacola l’attuazione del principio costituzionale della ragionevole durata del processo, che potrà essere superata solo attraverso un ripensamento radicale della organizzazione del lavoro, delle tecnologie e delle persone, accompagnato da adeguamenti delle regole di procedura.

Le ragioni di questa arretratezza sono nell’insipienza degli imputs politici impressi dalla attuale staff ministeriale che a fronte delle maggiori complessità maturate a seguito delle riforme accumulatesi negli ultimi anni, non ha colto le opportunità offertegli dall’innovazione informatica per realizzare un adeguamento della normativa regolamentare e dell’organizzazione del lavoro in modo da potere trarre dalla complementarietà di tali interventi il miglior risultato possibile ai fini della funzionalità. I supporti informatici vengono gestiti ed utilizzati secondo modelli organizzativi e prassi di lavoro ancora impostati sulla filosofia regolamentare di quasi un secolo fa, che l’organo ispettivo del Ministro pretende sia ancora integralmente rispettata. …. Valga per tutto la parossistica attenzione al merito dei provvedimenti, spesso agitata a seguito di imputs politici di parte, cui fa riscontro la scarsissima attenzione ai casi di palese incapacità direttiva che lasciano decadere ulteriormente la scarsa funzionalità degli uffici … La realizzazione dei progetti informatici in cantiere, che allo stato si prospetta solo come una vetrina per iniziative applicate sul territorio a macchia di leopardo, elude i problemi strutturali.

E’ mancato, dunque, il segno della volontà effettiva di ottimizzare le risorse disponibili e rendere la giustizia più funzionale secondo quello che è stato - solo a parole - indicato come l’obiettivo della recente riforma dell’ordinamento giudiziario. Avere perso questa opportunità, manifestatasi in tutta la sua evidenza in questi ultimi anni, comporta la impossibilità di disporre di risorse umane che, adeguatamente coordinate e liberate dai compiti ripetitivi, avrebbero potuto essere reinvestite nei numerosi servizi che la attuale carenza di personale lascia scoperti. L’informatica, privata di queste complementari iniziative, non è in grado di realizzare in modo compiuto la sua funzione innovativa.

Il Ministro Castelli ha in più occasioni dimostrato di essere fuorviato da un pregiudizio: egli ritiene che la lentezza e l’inefficienza della giustizia dipendano da un massiccio e determinante fenomeno di pigrizia individuale e dalla scarsa voglia di lavorare di magistrati e personale: il suo attivismo sembra tutto orientato in questa direzione. Ma questo fenomeno, se pur presente in limiti fisiologici, non rappresenta il problema strutturale, che è, invece, necessario individuare e rimuovere.

Senza coerenti iniziative di innovazione il servizio giustizia è destinato ad avviarsi verso un declino difficilmente rimediabile e verso una condizione di caos non più governabile".

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