
Alcuni significativi stralci della relazione del PG di Torino
Giancarlo Caselli all’inaugurazione dell’anno giudiziario
(15-1-2005).
(…) Fare un po’ di “conti”, come ho cercato di fare
nella prima parte della relazione, mi sembra di decisiva importanza.
Perché, se i “conti” dimostrano un costante, sostanziale impoverimento
dell’amministrazione della giustizia, invece che un obiettivo possibile,
la giustizia diventa una grande illusione, se non un inganno. Ma in
questo modo si alimenta e si rafforza quella sfiducia verso la giustizia
che già è ampiamente diffusa fra i cittadini italiani.
Le ragioni della sfiducia
Di ragioni (reali o strumentalmente indotte) per non avere fiducia
nella giustizia i cittadini ne hanno, purtroppo, davvero molte:
-
Soffrono sulla loro pelle i tempi vergognosamente
lunghi ed i costi elevatissimi di un processo incomprensibile e
farraginoso;
-
Rilevano che il servizio giudiziario, oltre ad
essere inefficiente, è incapace di produrre - come dovrebbe -
eguaglianza;- e che la disuguaglianza è aggravata dalla filosofia dei
condoni e delle leggi che, quando non sono “ad personam”, sono “sui et
sibi”, cioè non dettate da interessi generali;
-
Avvertono (forse confusamente, ma lo avvertono) che
il modello penale “mite” riguarda solo i rami alti della società: come
plasticamente indicato dal nuovo art. 624 bis codice penale
(introdotto con legge 128/2001), che ha reso il borseggio di pochi
spiccioli - nella tavola dei valori tutelati - più grave della
corruzione miliardaria; e come confermato dalla trasformazione del
falso in bilancio in reperto d’archivio;-
-
Chiedono sicurezza, ma spesso ottengono soltanto
proclami elettorali o campagne mediatiche di vuota rassicurazione;
-
Sono disorientati dalle polemiche e dai dibattiti a
senso unico che accompagnano ogni processo di rilievo (spesso veri e
propri “teatrini” costruiti ad arte nei salotti televisivi);
-
A forza di sentirselo ripetere in modo martellante,
anche da “pulpiti” istituzionali autorevolissimi, alla fine finiscono
per credere che sia buono e giusto definire i magistrati “associazione
a delinquere” o “cancro da estirpare”;
-
Ma non si raccapezzano più, quando constatano che
proprio a questi “inaffidabili” giudici vengono assegnati sempre nuovi
compiti, essendo l’Italia (come sappiamo) il paese in cui persino i
campionati di football aspettano - per il calcio d’inizio - il fischio
di un Tribunale;
-
E ancor meno si raccapezzano se apprendono che nel
2001, 2002, 2003 e 2004 si sono prescritti - rispettivamente -
123mila, 151mila, 184mila e circa 210mila procedimenti e che a fronte
di questi dati impressionanti (in costante, inesorabile crescita),
invece di sforzarsi di diminuire i casi di prescrizione riducendo
drasticamente la durata dei processi, è in cantiere una riforma che
abbatte i tempi entro cui si può accertare se e da chi un reato è
stato effettivamente commesso, causando inevitabilmente un ulteriore
aumento delle prescrizioni: una specie di resa, di rinunzia alla
pretesa punitiva per una fascia estesissima di reati;- l’esatto
contrario di un sistema giustizia efficiente e moderno.
Una società a rischio
Questa sfiducia (o disorientamento) dei cittadini preoccupa e
inquieta. Più che gli insulti di alcuni vertici istituzionali. Perché
l’impopolarità nelle stanze del potere, per una giurisdizione
indipendente, è fisiologica (talora, per chi voglia fare il suo dovere
senza sconti o ammiccamenti, tenendo la schiena dritta, addirittura
necessaria). Ma una società che perde la fiducia nella giustizia e nei
suoi magistrati è una società a rischio. Inevitabilmente esposta al
pericolo di derive patologiche, illiberali e disgreganti.
In democrazia, infatti, la fiducia dei cittadini nella giustizia e nei
magistrati non è un optional, ma un elemento strutturale. Perciò,
è essenziale per la saldezza della democrazia che questa fiducia sia
recuperata. Dove fiducia non significa condivisione di questa o quella
decisione (il giudice risolve conflitti e non può - per definizione -
essere ugualmente apprezzato da tutti i contendenti). Neppure significa
consenso, poiché ai giudici compete decidere in base alle regole, non
secondo le aspettative di questo o di quello, si tratti pure della
maggioranza del momento. Fiducia significa accettazione del ruolo
sociale della giurisdizione, accettazione condivisa da tutti, in un
quadro di controllo sociale sull’operato della magistratura e di
legittimità di tutte le critiche argomentate.
Il ruolo dei magistrati
Nel recupero di fiducia, un ruolo centrale hanno gli stessi
magistrati. Prima di tutto sottoponendosi senza riserve a quel controllo
e a quelle critiche e assumendosi (ad ogni livello) le responsabilità
conseguenti. Poi acquisendo (tutta la magistratura, in ogni sua
articolazione) la capacità di un maggior rigore sul versante delle
insufficienze, impreparazioni e cadute di professionalità che ancora ci
vengono - anche giustamente - rimproverate.
Decisivi sono pure i comportamenti quotidiani. Nella sua carriera, ogni
magistrato incontra migliaia di cittadini. Non ne ricorderà quasi
nessuno, mentre si può essere sicuri che ognuna delle persone incontrate
dal magistrato si ricorderà di lui. E lo giudicherà bene
(indipendentemente dal fatto che abbia avuto torto o ragione) se il
magistrato sarà stato disponibile e non arrogante, rispettoso delle
persone e capace di ascoltarle invece che burocraticamente ottuso,
equilibrato ed attento anziché scostante e frettoloso. E’ anche in
questo modo, giorno dopo giorno, con umiltà, che si conquista la fiducia
dei cittadini.
Spetta ai magistrati, inoltre, organizzare al meglio il proprio lavoro,
eliminando ovunque si annidino eventuali “sacche di neghittosità”.
Esigenza di cui i magistrati sono ben consapevoli (come dell’importanza
della posta in gioco), al punto da presentare al Ministro - come ANM -
concrete proposte di controlli quadriennali sulla produttività, con
riduzione dello stipendio per chi non lavori abbastanza. Sono quindi gli
stessi magistrati ad aver fatto propria la sfida della professionalità,
con proposte che nessun’altra categoria sindacale al mondo ha mai
neppure ipotizzato per i suoi associati.
Un’occasione sprecata
Ma non spetta soltanto ai magistrati (neppure spetta soprattutto ai
magistrati) operare per il recupero di efficienza e quindi di
credibilità dell’amministrazione della giustizia. Una grande occasione,
per fare qualcosa di concreto in questa direzione, c’era. In teoria c’è
ancora. Era ( ed è) la riforma dell’ordinamento giudiziario. E’stata
invece - e c’è il timore che possa continuare ad essere - una grande
occasione sprecata.
Il vero problema della giustizia italiana, il problema dei problemi, è
la durata eccessiva dei processi. Se i processi non finiscono mai, non
c’è giustizia, ma denegata giustizia. Su questo versante innanzitutto un
riformatore responsabile ha il dovere di intervenire. E’ proprio su
questo versante, invece, che la legge delega di riforma dell’ordinamento
giudiziario approvata dal Parlamento non contiene niente di niente. Le
interminabili, intollerabili lungaggini dei processi non si ridurranno
neanche di un piccolissimo giorno. Anzi: la carriera dei magistrati
viene pensata come una specie di “concorsificio”, con la conseguenza che
- dovendo i magistrati distogliere parte del proprio tempo per sostenere
un esame dopo l’altro - la durata dei processi è destinata
ineluttabilmente a crescere. Ecco perché la riforma - purtroppo - è
stata fin qui un’occasione, una grande occasione, semplicemente
sprecata.
Fermo l’assoluto rispetto dovuto alle prerogative del Parlamento;- fermo
altresì l’inderogabile dovere della magistratura di applicare lealmente
tutte le leggi della Repubblica;- vi è tuttavia il diritto-dovere di
ciascuno di ragionare intorno alle conseguenze che potrebbero derivare
dalla legge, pur lealmente osservandola. Conseguenze obiettive, che
prescindono dal tipo di maggioranza contingente e quindi dall’essere al
governo questo o quello.
Una riforma punitiva
In quest’ottica, è diffusa la preoccupazione che possa trattarsi non
di una riforma della giustizia, ma di una riforma dei giudici. Che
invece di farsi carico di migliorare l’efficienza del sistema giustizia,
si punti ad un altro obiettivo: controllare i giudici, sterilizzare
l’indipendenza della magistratura, “colpevole” di aver fatto il suo
dovere indirizzando il controllo di legalità non solo verso i deboli e
gli emarginati, ma anche (ricorrendone i presupposti in fatto e diritto)
verso i “colletti bianchi” e verso le deviazioni del potere.
A questo tipo di controllo dei magistrati inesorabilmente si arriva ogni
volta che si svuoti di decisivi poteri il CSM, argine che la
Costituzione pone a difesa dell’indipendenza della magistratura . Se si
indebolisce questa indipendenza, cede una condizione indispensabile per
l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il rischio è che si
torni agli anni Cinquanta. Quando la magistratura era un corpo
culturalmente e socialmente inserito nell’orbita del potere dominante.
Il rischio è che la scritta “La legge è uguale per tutti”, che
campeggia nelle aule dei tribunali, torni ad essere non un’indicazione
di percorso concretamente praticabile, ma una vuota formula.
Verso la separazione delle carriere
Nella filosofia della riforma, poi, appaiono univocamente delineate
solide premesse che porteranno alla separazione non delle funzioni
(sulla cui necessità più nessuno avanza dubbi o riserve) ma delle
carriere fra PM e giudici. Ovunque (in tutti i Paesi del mondo che la
prevedono), separazione delle carriere significa che il PM - per un
verso o per l’altro - deve adeguarsi alle direttive del Governo. La
storia del nostro Paese ha già conosciuto, nel passato, forme di
controllo politico del PM. Sono state esperienze negative. Perché
ritornare ad esse oggi? - Oggi, quando alcuni imputati “di peso” (come
l’esperienza ci mostra) hanno a volte la tentazione di non considerarsi
eguali agli altri di fronte alla legge e di “aggredire” i magistrati che
abbiano la ventura di doversi occupare di loro. Rinunziare alla
separazione, poi, sarebbe in contrasto con quella raccomandazione del
comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa agli stati membri (6
ottobre 2000 - punto 18) che richiede “provvedimenti concreti al fine
di consentire ad una stessa persona di svolgere successivamente le
funzioni di PM e quelle di giudice o viceversa”.
La gerarchizzazione delle Procure
Il nuovo ordinamento disegna un’organizzazione iper-gerarchica delle
Procure, mettendo di fatto sotto tutela l’obbligatorietà dell’azione
penale. Il dirigente della Procura potrà - se vorrà - comportarsi
sostanzialmente come un capo-padrone ed i PM del suo ufficio potrebbero
ritrovarsi con ben pochi margini per quell’esercizio dell’azione penale
diffusa che ha consentito - negli ultimi decenni - importanti risultati
nella tutela di diritti fondamentali come la salute, la sicurezza sul
lavoro, l’ambiente.
Tanto più che gli uffici direttivi rischiano di essere assegnati non
tanto a chi ha autorevolezza e capacità organizzative, quanto piuttosto
a chi viene cooptato dall’alto, posto che i relativi concorsi sembrano
congegnati prevalentemente come “prove di omogeneità culturale”.
Riesumando quel “buon tempo antico” che Franco Cordero ha scolpito con
queste parole: <… i selettori erano alti magistrati col piede nella
sfera ministeriale; tale struttura a piramide orientava il codice
genetico; l’imprinting escludeva scelte, gesti, gusti ripugnanti alla
biensèance filogovernativa; ed essendo una sciagura l’essere
discriminati, come in ogni carriera burocratica, regnava l’impulso
mimetico>.
Il controllo politico
Nel contempo, la riforma spalanca di fatto le porte ad eventuali
forme di controllo politico del Governo (poco importa, ovviamente di
quale colore) sull’attività giudiziaria. Estraneità al dibattito
culturale - quasi un bavaglio - e conseguente conformismo si profilano
come possibile stigma dei magistrati che vogliano evitare noie
disciplinari.
In sostanza: tassello su tassello, sembra delinearsi un disegno che
potrebbe favorire, nell’esercizio della giurisdizione, la
gerarchizzazione e la burocratizzazione, vale a dire un’interpretazione
del proprio ruolo che contrasta con una completa indipendenza e con la
soggezione dei giudici soltanto alla legge, facilitando altre
dipendenze: dal palazzo e dai suoi esponenti, dalle contingenti
maggioranze (quale che sia, ovviamente, il loro segno o colore), dai
potentati economici o culturali.
La preoccupazione dei magistrati
E’ per le preoccupazioni ricollegabili a questo disegno che la
magistratura italiana si è trovata costretta, con sofferenza, cercando
di ridurre al minimo i disagi causati, persino a scioperare. Perché
vuole poter continuare ad esercitare le sue funzioni ispirandosi al
primato dell’uguaglianza e dei diritti.
Perché ritiene contrario a giustizia e all’interesse dei cittadini che
il metro di valutazione degli interventi giudiziari non sia quello della
correttezza e del rigore, ma quello dell’utilità, misurata sui rapporti
di forza contingenti.
Perché è ben consapevole che la propria indipendenza non garantisce in
modo meccanico giustizia, libertà ed uguaglianza per tutti, ma è una
delle condizioni per rendere possibile tale risultato. Risultato verso
cui la magistratura italiana, pur coi suoi limiti e le sue
insufficienze, ha da tempo intrapreso una “lunga marcia”. Ancora
incompiuta, è vero. Ma che chiediamo di poter continuare. Senza
privilegi o penalizzazioni per nessuno. Semplicemente attuando - per
tutti - il controllo di legalità previsto dalla legge, e dando risposta
(senza distinzioni) a chiunque deduca la lesione di propri diritti.
Il messaggio di Ciampi
Con il messaggio alle Camere che richiede una nuova deliberazione
sulla legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario, il Capo
dello Stato - rilevando un palese contrasto con vari articoli della
Costituzione - ha riaperto la discussione ed il confronto.
Ora il Parlamento è chiamato a valutare i rilievi del Presidente della
Repubblica, che sostanzialmente riguardano, da un lato, l’esigenza di
non svuotare di effettività i poteri del CSM;- e dall’altro l’esclusione
in capo al Ministro di poteri che oltrepassino il limite costituzionale
dell’organizzazione e del funzionamento dei servizi, evitando che sia
intaccato il principio - fondamentale in democrazia - della separazione
dei poteri.
L’auspicio del Capo dello Stato è che alla versione ultima della
riforma, partendo da queste basi, si approdi mediante scelte largamente
condivise, essendo quella sull’ordinamento giudiziario una legge di
diretta attuazione della Costituzione.
Il più debole dei poteri
La mia speranza è che in questo modo possano svanire molte delle
preoccupazioni sopra prospettate. Spero anche che non si dimentichi
l’insegnamento del Federalist di Alexander Hamilton: < il
giudiziario è senza paragone il più debole dei tre rami del potere e non
può insidiare con successo alcuno degli altri due; per questo ogni
possibile precauzione deve essere adottata per difenderlo dagli attacchi
degli altri. Del pari, sebbene l’oppressione di un individuo possa ora e
in futuro esser conseguenza di decisioni delle corti di giustizia, le
libertà fondamentali del popolo non possono mai essere messe in pericolo
da questa branca del potere; ciò in quando il giudiziario rimanga
effettivamente separato dal legislativo e dall’esecutivo>. (…) |