
L'ipocrisia (definita bene da Massimo Fini "il pedaggio che il vizio
paga alla virtù") bigotta del cinquantennio democristiano ha da tempo
lasciato il passo a una deriva di spudorata illegalità, illiberalità e
bassezza che ogni giorno supera se stessa.
Per farci un'idea precisa e agghiacciante basta prendere una settimana a
caso, l'ultima.
Sabato scorso c'è stato l'ennesimo caso di censura, la seconda ai danni
di Paolo Rossi, che avrebbe dovuto recitare un testo di quel giacobino
di Moliere.
Lo stesso accadde l'anno scorso con uno scritto di Tucidide: cosa
inaccettabile per le menti sopraffine del servizio privato CensuRai che,
a differenza della gestione precedente lottizzata e bacchettona, non
tollera neppure la satira avanti Cristo, prevenuta e complottarda.
La tragicommedia è proseguita domenica quando il pres.del.cons ha fatto
sbellicare dalle risate anche i suoi alleati col refrain "Sinistra
uguale Terrore, miseria e morte", non foss'altro perchè andava
aggiornato dopo il quinquennio di governo Prodi-D'Alema privo di
cosacchi a San Pietro. Ma è sempre tutto il mondo che gioca a
fraintendere il Cav. Incontinente. Così come è stato un sosia a
difendere Putin per i massacri in Cecenia e ad abbracciare il
terrorista-dittatore Gheddafi, la traduzione difettosa a fargli dare del
Kapò all'eurodeputato Schulz, parlare del traffico come l'unico problema
a Baghdad e salutare in dolce stil novo una signora riminese ("faccia da
str.."); certa stampa a mettergli in bocca che si devono abolire
festività, articolo 18 e pensioni tutte, qualche collaboratore a
stuzzicarlo sulla necessità di evadere le tasse e lavorare in nero, un
bicchiere di troppo la causa di aver definito "Montanelli e Biagi
invidiosi di me", "sotto il fascismo la gente andava in vacanza al
confino", "giudici antropologicamente diversi dalla razza umana" e
"matti geneticamente", mentre lucido solitamente li eleva a "cancro da
estirpare".
Una trappola del catto-comunista Vespa le scuse da presentare
personalmente ai sette Fratelli Cervi e il contratto con l'inchiostro
simpatico, uno scherzo di dirigenti Fininvest le mazzette alla Guardia
di Finanza, un gioco a premi l'iscrizione alla P2, un errore delle
banche i bonifici al giudice Squillante e i 21 miliardi estero su estero
all'amico Bettino Craxi, un virus periodico l'indisposizione ad ogni 25
aprile.
Insomma il nuovo De Gasperi, solo un po' sfortunato. Probabile dunque
sia in arrivo l'auto-smentita d'ordinanza anche per l'invito agli
italiani di farsi prescrivere meno farmaci (la prescrizione è Cosa Loro)
e per la sparata di ieri sulla necessità di ritorno, nientepopodimenochè,
al nucleare. Follie d'un Caligola che fa senatore il suo cavallo? No,
lucida strategia di chi ha avuto un mafioso come stalliere. I peggiori
istinti che nella Prima Repubblica, dopo anni di filtri e discussioni,
mediazioni ed equilibri tra contropoteri ed esigenze, erano trascritti
nascosti e temperati, ora sono porcate immediate, senza filtro. Che
magari non passano, perchè resta ancora una magistratura indipendente e
coraggiosa, una riserva indiana di stampa libera e un minimo d'anticorpi
nel paese, ma intanto Reo Silvio ci prova: tasta il terreno per capire
fin dove si può spingere e con le tv lava-cervello lavora
all'assuefazione dei tele-elettori.
Venerdì scorso, per chiudere la settimana, è andata in onda una puntata
di "Report" su RaiTre dedicata alla mafia. Immediata è scattata
l'aggressione dei vari Giovanardi e Schifani scandalizzati per l'assenza
di par condicio e per il danno all'immagine della Sicilia. Dopo giudici,
poliziotti e imprenditori che parlavano male di Cosa Nostra senza
ritegno, arriverà la puntata riparatrice con facoltà di parola a Totò
Riina in diretta dall'Ucciardone e una cassetta modello-Bin Laden del
boss Provenzano latitante, in ossequio alla par condicio anche
all'interno degli schieramenti. Molto più difficile invece riparare il
danno d'immagine a una terra martoriata dalla piaga del traffico, ma
ricca di turismo (coste rimodellate dall'abusivismo), piste bianche
(polveri a prezzi di mercato), marketing (istruttivi spot pubblicitari
come quello di una nota casa automobilista dove un simpatico sicario
della porta accanto ferma la mitragliata per non rovinare la bella auto)
e di una forte classe imprenditoriale su cui primeggia la Mafia S.p.a,
società in grado di fatturare (ma stando bassi, come sovente capita al
procuratore Vigna) 100 miliardi di euri annui.
Basterà salutare Ostellianamente la proposta di riciclaggio di cotanti
capitali, sì da trasformare l'infamata Sicilia nel motore trainante
dell'economia italica, per riparare all'apologia di legalità commessa da
Report? Ecco, il punto più basso per una tv, una classe politica e un
Paese, si tocca cosi.
Quando gente sotto processo per favoreggiamento alla mafia come Totò
Cuffaro, che dieci anni fa a un Costanzo Show veniva zittito e
sbeffeggiato dal piduista coi baffi (Costanzo lo chiamava "Puffaro"),
diventa presidente della Regione Sicilia e ufficialmente parte lesa con
diritto di replica sulla Rai servizio pubblico, mentre i colpevoli oggi
sono i giornalisti che raccontano il pizzo, i sindaci come quello di
Gela sotto tiro costante di Cosa Nostra, il deputato Fava dei Ds che ha
avuto il padre ucciso dalla mafia, il figlio del generale Carlo Alberto
Dalla Chiesa che organizza un controfestival mentre quello ufficiale di
Sanremo è stato donato a chi come Tony Renis vanta e si vanta
(supportato dalla coppia più brutta del mondo Celentano-Ventura) di
amicizie mafiose.
Ma soprattutto, a dodici anni dalle stragi che trucidarono Falcone,
Borsellino e gli agenti delle scorte, il "cancro da estirpare" diventano
loro: i giudici anti-mafia. Le uniche volte che sono invitati sul
piccolo schermo, tra un linciaggio mediatico e l'altro, si tratta di
dibattiti-trappola dove tra invettive e interruzioni ad hoc scorre lento
ma chiaro il subdolo messaggio che deve passare come assunto, base da
cui far partire ogni discorso: è colpa della magistratura. Che si tratti
di assoluzioni ("inutili sofferenze, il pm non paga?" si chiedono i
finti ingenui, ma tutti sanno che al processo ci si arriva se le
indagini hanno condotto a risultati e un Gip ha rinviato a giudizio, e
che l'assoluzione non è uno scandalo ma la possibile conclusione di un
dibattimento. Senza contare che ce ne sono di diversi tipi,
dall'insufficienza di prove al non aver commesso il fatto, dimostrante
appunto che "il fatto è stato commesso"), prescrizioni (non serve
ricordare chi le "cerca", in aula e in Parlamento) o condanne (ingiuste
e politicizzate a prescindere da prove e testimonianze, persino in caso
di confessioni e patteggiamenti!).
Tra le mistificazioni più in voga le "manette facili" delle custodie
cautelari (previste dalla legge in vari casi e sottoposte ad
approvazione del Gip) e di rimando "le scarcerazioni facili" dei
vituperati Tribunali di sorveglianza (che anche in questo caso applicano
le normative, magari esse sì di manica larga). Poi "i processi troppo
lunghi per i magistrati inefficienti", mentre la causa sono i tagli
reiterati di fondi strutturali e le mancate assunzioni di nuovi giudici
sotto-organico in un contesto di 3 gradi di giudizio con eventuale
ritorno in Appello e possibilità infinite di rinvio per le Difese (in
particolare di imputati eccellenti, meglio ancora se parlamentari che
possono apporre legittimi impedimenti e votare leggi ad hoc
ammazza-prove, sposta-processo o direttamente di immunità); "i complotti
dei pentiti (strumento fondamentale, una volta verificata
l'attendibilità, per combattere la potente e ramificata organizzazione
malavitosa che si regge sull'omertà) e dei pool
anti-corruzione/anti-mafia".
Tra questi si segnala il processo più lungo (dalle grida "assassini" di
Vittorio Sgarbi datate '93-94 ai recenti talk-show): quello mediatico
all'imputato Caselli, nemico pubblico numero uno di gran parte della
classe politica, fieramente sorretta da Ferrara e seguaci de "Il
Riformista". In effetti il procuratore di Torino, che giunse a Palermo
dopo le stragi del '92, ha osato sbattere all'ergastolo centinaia di
mafiosi, istruire processi sulle collusioni mafia-affari-politica
seguendo l'esempio di Falcone, come quello a Dell'Utri e Cinà conclusosi
con la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa in primo
grado degli imputati (9 anni a Marcello Dell'Utri, 7 a Gaetano Cinà). O
come quello a Calogero Mannino, condannato in Appello, e a Bruno
Contrada, la cui assoluzione è stata respinta dalla Cassazione (ci sarà
un nuovo Appello). Per non parlare della sentenza definitiva sul sette
volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che sancisce la
prescrizione del reato di associazione a delinquere "commesso fino alla
primavera dell'80". Dunque come sempre ha ragione l'intelligente
Ferrara. Caselli è colpevole: di averne presi troppi.
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