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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 21 GENNAIO 2005
Una settimana vissuta vergognosamente

STEFANO SANTACHIARA

L'ipocrisia (definita bene da Massimo Fini "il pedaggio che il vizio paga alla virtù") bigotta del cinquantennio democristiano ha da tempo lasciato il passo a una deriva di spudorata illegalità, illiberalità e bassezza che ogni giorno supera se stessa.
Per farci un'idea precisa e agghiacciante basta prendere una settimana a caso, l'ultima.
Sabato scorso c'è stato l'ennesimo caso di censura, la seconda ai danni di Paolo Rossi, che avrebbe dovuto recitare un testo di quel giacobino di Moliere.
Lo stesso accadde l'anno scorso con uno scritto di Tucidide: cosa inaccettabile per le menti sopraffine del servizio privato CensuRai che, a differenza della gestione precedente lottizzata e bacchettona, non tollera neppure la satira avanti Cristo, prevenuta e complottarda.

La tragicommedia è proseguita domenica quando il pres.del.cons ha fatto sbellicare dalle risate anche i suoi alleati col refrain "Sinistra uguale Terrore, miseria e morte", non foss'altro perchè andava aggiornato dopo il quinquennio di governo Prodi-D'Alema privo di cosacchi a San Pietro. Ma è sempre tutto il mondo che gioca a fraintendere il Cav. Incontinente. Così come è stato un sosia a difendere Putin per i massacri in Cecenia e ad abbracciare il terrorista-dittatore Gheddafi, la traduzione difettosa a fargli dare del Kapò all'eurodeputato Schulz, parlare del traffico come l'unico problema a Baghdad e salutare in dolce stil novo una signora riminese ("faccia da str.."); certa stampa a mettergli in bocca che si devono abolire festività, articolo 18 e pensioni tutte, qualche collaboratore a stuzzicarlo sulla necessità di evadere le tasse e lavorare in nero, un bicchiere di troppo la causa di aver definito "Montanelli e Biagi invidiosi di me", "sotto il fascismo la gente andava in vacanza al confino", "giudici antropologicamente diversi dalla razza umana" e "matti geneticamente", mentre lucido solitamente li eleva a "cancro da estirpare".
Una trappola del catto-comunista Vespa le scuse da presentare personalmente ai sette Fratelli Cervi e il contratto con l'inchiostro simpatico, uno scherzo di dirigenti Fininvest le mazzette alla Guardia di Finanza, un gioco a premi l'iscrizione alla P2, un errore delle banche i bonifici al giudice Squillante e i 21 miliardi estero su estero all'amico Bettino Craxi, un virus periodico l'indisposizione ad ogni 25 aprile.

Insomma il nuovo De Gasperi, solo un po' sfortunato. Probabile dunque sia in arrivo l'auto-smentita d'ordinanza anche per l'invito agli italiani di farsi prescrivere meno farmaci (la prescrizione è Cosa Loro) e per la sparata di ieri sulla necessità di ritorno, nientepopodimenochè, al nucleare. Follie d'un Caligola che fa senatore il suo cavallo? No, lucida strategia di chi ha avuto un mafioso come stalliere. I peggiori istinti che nella Prima Repubblica, dopo anni di filtri e discussioni, mediazioni ed equilibri tra contropoteri ed esigenze, erano trascritti nascosti e temperati, ora sono porcate immediate, senza filtro. Che magari non passano, perchè resta ancora una magistratura indipendente e coraggiosa, una riserva indiana di stampa libera e un minimo d'anticorpi nel paese, ma intanto Reo Silvio ci prova: tasta il terreno per capire fin dove si può spingere e con le tv lava-cervello lavora all'assuefazione dei tele-elettori.

Venerdì scorso, per chiudere la settimana, è andata in onda una puntata di "Report" su RaiTre dedicata alla mafia. Immediata è scattata l'aggressione dei vari Giovanardi e Schifani scandalizzati per l'assenza di par condicio e per il danno all'immagine della Sicilia. Dopo giudici, poliziotti e imprenditori che parlavano male di Cosa Nostra senza ritegno, arriverà la puntata riparatrice con facoltà di parola a Totò Riina in diretta dall'Ucciardone e una cassetta modello-Bin Laden del boss Provenzano latitante, in ossequio alla par condicio anche all'interno degli schieramenti. Molto più difficile invece riparare il danno d'immagine a una terra martoriata dalla piaga del traffico, ma ricca di turismo (coste rimodellate dall'abusivismo), piste bianche (polveri a prezzi di mercato), marketing (istruttivi spot pubblicitari come quello di una nota casa automobilista dove un simpatico sicario della porta accanto ferma la mitragliata per non rovinare la bella auto) e di una forte classe imprenditoriale su cui primeggia la Mafia S.p.a, società in grado di fatturare (ma stando bassi, come sovente capita al procuratore Vigna) 100 miliardi di euri annui.

Basterà salutare Ostellianamente la proposta di riciclaggio di cotanti capitali, sì da trasformare l'infamata Sicilia nel motore trainante dell'economia italica, per riparare all'apologia di legalità commessa da Report? Ecco, il punto più basso per una tv, una classe politica e un Paese, si tocca cosi.
Quando gente sotto processo per favoreggiamento alla mafia come Totò Cuffaro, che dieci anni fa a un Costanzo Show veniva zittito e sbeffeggiato dal piduista coi baffi (Costanzo lo chiamava "Puffaro"), diventa presidente della Regione Sicilia e ufficialmente parte lesa con diritto di replica sulla Rai servizio pubblico, mentre i colpevoli oggi sono i giornalisti che raccontano il pizzo, i sindaci come quello di Gela sotto tiro costante di Cosa Nostra, il deputato Fava dei Ds che ha avuto il padre ucciso dalla mafia, il figlio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che organizza un controfestival mentre quello ufficiale di Sanremo è stato donato a chi come Tony Renis vanta e si vanta (supportato dalla coppia più brutta del mondo Celentano-Ventura) di amicizie mafiose.

Ma soprattutto, a dodici anni dalle stragi che trucidarono Falcone, Borsellino e gli agenti delle scorte, il "cancro da estirpare" diventano loro: i giudici anti-mafia. Le uniche volte che sono invitati sul piccolo schermo, tra un linciaggio mediatico e l'altro, si tratta di dibattiti-trappola dove tra invettive e interruzioni ad hoc scorre lento ma chiaro il subdolo messaggio che deve passare come assunto, base da cui far partire ogni discorso: è colpa della magistratura. Che si tratti di assoluzioni ("inutili sofferenze, il pm non paga?" si chiedono i finti ingenui, ma tutti sanno che al processo ci si arriva se le indagini hanno condotto a risultati e un Gip ha rinviato a giudizio, e che l'assoluzione non è uno scandalo ma la possibile conclusione di un dibattimento. Senza contare che ce ne sono di diversi tipi, dall'insufficienza di prove al non aver commesso il fatto, dimostrante appunto che "il fatto è stato commesso"), prescrizioni (non serve ricordare chi le "cerca", in aula e in Parlamento) o condanne (ingiuste e politicizzate a prescindere da prove e testimonianze, persino in caso di confessioni e patteggiamenti!).

Tra le mistificazioni più in voga le "manette facili" delle custodie cautelari (previste dalla legge in vari casi e sottoposte ad approvazione del Gip) e di rimando "le scarcerazioni facili" dei vituperati Tribunali di sorveglianza (che anche in questo caso applicano le normative, magari esse sì di manica larga). Poi "i processi troppo lunghi per i magistrati inefficienti", mentre la causa sono i tagli reiterati di fondi strutturali e le mancate assunzioni di nuovi giudici sotto-organico in un contesto di 3 gradi di giudizio con eventuale ritorno in Appello e possibilità infinite di rinvio per le Difese (in particolare di imputati eccellenti, meglio ancora se parlamentari che possono apporre legittimi impedimenti e votare leggi ad hoc ammazza-prove, sposta-processo o direttamente di immunità); "i complotti dei pentiti (strumento fondamentale, una volta verificata l'attendibilità, per combattere la potente e ramificata organizzazione malavitosa che si regge sull'omertà) e dei pool anti-corruzione/anti-mafia".

Tra questi si segnala il processo più lungo (dalle grida "assassini" di Vittorio Sgarbi datate '93-94 ai recenti talk-show): quello mediatico all'imputato Caselli, nemico pubblico numero uno di gran parte della classe politica, fieramente sorretta da Ferrara e seguaci de "Il Riformista". In effetti il procuratore di Torino, che giunse a Palermo dopo le stragi del '92, ha osato sbattere all'ergastolo centinaia di mafiosi, istruire processi sulle collusioni mafia-affari-politica seguendo l'esempio di Falcone, come quello a Dell'Utri e Cinà conclusosi con la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa in primo grado degli imputati (9 anni a Marcello Dell'Utri, 7 a Gaetano Cinà). O come quello a Calogero Mannino, condannato in Appello, e a Bruno Contrada, la cui assoluzione è stata respinta dalla Cassazione (ci sarà un nuovo Appello). Per non parlare della sentenza definitiva sul sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti, che sancisce la prescrizione del reato di associazione a delinquere "commesso fino alla primavera dell'80". Dunque come sempre ha ragione l'intelligente Ferrara. Caselli è colpevole: di averne presi troppi.

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