Trascinato
via dalla polizia, fermato per due ore e mezza e diffidato. Questo
mi è accaduto ieri a Milano. Motivo? Criticai Berlusconi.
Ormai è chiaro: nell'Italia di Berlusconi è riconosciuto solo il
diritto all'applauso. Ne ho avuto conferma alle 15 di ieri, sabato
29 gennaio, quando sono stato spinto in un'auto da diverse persone
qualificatesi come agenti di polizia, e portato a forza in un
commissariato del centro di Milano, da cui mi hanno liberato due
ore e mezza dopo.
Alle 15 mi trovavo davanti al palazzo delle Stelline in corso
Magenta, dove stavo per entrare a un convegno organizzato dalla
Fondazione Craxi (ero già stato in mattinata a quel convegno e -
tranne qualche domanda importuna di alcuni agenti della Digos -
avevo potuto partecipare tranquillamente e prendere appunti per un
articolo che ho in mente di scrivere per una testata on line).
Torno per la sessione pomeridiana, e trovo nell'atrio un ampio
schieramento di forze dell'ordine. E' atteso Berlusconi. Un agente
all'ingresso mi chiede il documento, glielo do. Mi chiedono di
uscire in strada. Esco. Dopo dieci minuti mi dicono che devo
"seguirli in commissariato per accertamenti relativi alla mia
identità".
Alla mia richiesta di chiarimento, mi dicono che "un dirigente
vuole parlarmi". Intanto trattengono il mio documento. Dico: "Io
da qui non me ne vado, perché non ho fatto nulla di male e sono un
libero cittadino incensurato; fate pure i vostri controlli e poi
ridatemi il documento". Sono circondato da agenti, ribadiscono che
devo seguirli. Mi appunto i nomi di alcuni di loro. Poi arriva un
ordine: "Caricatelo in auto!". Faccio resistenza passiva. In
cinque mi trascinano con la forza in un'auto. C'è anche una donna,
l'agente Bonamico. Assistono alla scena varie persone, tra le
quali giornalisti e fotografi. Nessuno parla. Annuncio agli agenti
a voce alta: "Questo è un abuso, siete fuori legge! Mi toccherà
denunciarvi". Mi portano al commissariato di San Sepolcro.
In quella piazza - neanche a farlo apposta - aleggiano memorie
mussoliniane.
Rimango in un ufficio, in compagnia di un simpatico agente di
polizia da trent'anni in servizio a Milano, che si dice costernato
quanto me. Prendo nota di ogni dettaglio. Non c'è nessun dirigente
che vuole parlarmi, nemmeno il capo del commissariato dott.
Vincenzo D'Agnano. Mi trattengono fino alle 17,30. Poi la dott.
Pagani mi congeda dicendomi: "Abbiamo sviluppato il suo
nominativo. La diffido a ritornare di nuovo al palazzo delle
Stelline. Lei ha precedenti di ordine pubblico". Mi viene
restituito il documento ed esco. Un amico mi chiama, ha letto le
agenzie. Tra le altre l'Asca, che dice che io non avrei dato il
documento alla polizia e che avrei offeso alcuni agenti: l'esatto
opposto della verità, complimenti.
Morale? In questo paese solo il consenso è libero. I cittadini che
vengono identificati come possibili contestatori vengono
trascinati via e diffidati, quando il capo di turno si espone in
pubblico, magari per commemorare un ex latitante. Sotto il governo
dei prescritti l'eventuale dissenso viene preventivamente impedito
dalle forze dell'ordine. Come negli anni gloriosi del ventennio.
Lunedì inoltrerò un esposto alla Procura della Repubblica di
Milano. Cosa che decisi di non fare per un motivo analogo lo
scorso giugno quando ricevetti il medesimo trattamento davanti al
seggio dove era atteso per il voto il signor Berlusconi (era la
volta successiva al famoso "comizio" a urne aperte). Ero lì -
annunciata la mia presenza alla stampa - a "vigilare" sulle
regole. Mettevo in pericolo l'ordine pubblico, dunque. |