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Fino a poco tempo fa (ma in parte ancora
adesso) se, a sinistra, qualcuno sollevava
(solleva) il problema dei privilegi dei
politici (e dei parlamentari, in
particolare) veniva immediatamente tacciato
di “qualunquismo”. Credo che questo ricatto
morale si debba respingere. E’ vero che c’è
chi lo agita in chiave qualunquista. Ma è
anche vero che rimuoverlo significa
alimentare il qualunquismo stesso.
Fatta questa premessa, vediamo il problema
nei suoi termini più generali.
Nell’Ottocento, il movimento cartista, in
Inghilterra, includeva nelle sue proposte di
riforma del sistema elettorale, l’obiettivo
dello stipendio per i deputati. In quel
momento si trattava di un importante
obiettivo democratico.
Lo stipendio ai parlamentari rendeva
possibile anche ad un operaio candidarsi,
cosa che prima era possibile solo per chi
vivesse di rendita (o al massimo per
professionisti agiati). In tutti i paesi
democratici moderni la conquista conserva
questo valore e (ovviamente) non è da
abolire.
Ma oggi in Italia (non solo, ma
probabilmente da noi più che altrove) lo
stipendio dei parlamentari, per il livello
che ha raggiunto, invece da fungere - come
in passato - da rimozione di un privilegio,
è diventato a sua volta un elemento di
privilegio.
Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma oggi
è diventato più importante che nel passato.
Vediamo perché.
Negli ultimi decenni il livello di
disuguaglianza nel mondo è arrivato a
livelli mai raggiunti nella storia
dell’umanità. Non si era mai verificato in
passato che singoli privati individui,
possedessero, ognuno da solo, una ricchezza
maggiore di quella di interi stati. Ma anche
senza considerare quelle decine (o
centinaia?) di persone che nel mondo si
trovano in queste condizioni, anche il
dislivello tra i grandi manager e gli
impiegati delle stesse aziende, ha raggiunto
livelli che non hanno precedenti.
Il problema della disuguaglianza ha assunto
nel mondo un ruolo centrale, che sta alla
base delle terribili tensioni tra Nord e Sud
e anche all’interno delle singole aree
geografiche.
Il problema della separazione (non solo dal
punto di vista del reddito, ma anche da
quello) tra ceto politico e comuni
cittadini, è solo un particolare
(apparentemente di importanza trascurabile)
di questo problema generale. Ma comunque ha
una sua specificità e un’importanza
particolare perché riguarda non solo la
questione della giustizia, ma anche della
democrazia. Perché il ceto politico (a
differenza di altre categorie privilegiate)
presume di “rappresentare” i cittadini.
La rilevanza democratica del problema si
manifesta in due modi. In primo luogo,
perché un reddito molto alto, oltre un certo
limite, non eleva più il livello di vita, ma
il potere. Si ha in questo modo una
acquisizione di potere tramite la ricchezza
(mentre nel Medio Evo generalmente succedeva
l’inverso: era il potere militare a
determinare l’acquisizione della ricchezza).
E questo significa una distorsione della
democrazia. Perciò la lotta per ridurre la
disuguaglianza non è solo una questione di
giustizia, di moralità, ma anche di
democrazia.
Ma questo aspetto riguarda solo
occasionalmente i rappresentanti del ceto
politico (di solito non sono tanto ricchi da
potersi comprare degli stati). Invece il
vulnus alla democrazia che si cela dietro i
privilegi del ceto politico si esprime in
altro modo.
Se la maggioranza degli elettori ha la
percezione che il ceto politico ha un
livello di reddito e di vita nettamente
superiore a quello della media della
popolazione, non sente di essere
rappresentato da questo ceto. Ha sempre il
sospetto (come minimo, il sospetto) che un
uomo politico proponga un certo programma
per essere eletto e entrare o restare in
questo ceto. E non - come dovrebbe essere -
che chiede di essere eletto per realizzare
un certo programma.
Questa sensazione determina disaffezione,
astensionismo, rifugio nel privato, caduta
di spirito civico. Nell’attuale situazione
italiana questo sentimento può mettere in
pericolo la sconfitta di Berlusconi alle
prossime elezioni. Ma anche se Berlusconi
fosse sconfitto, c’è il pericolo che questo
avvenga per una specie di ‘sorpasso in
discesa’, cioè solo perché l’aumento
dell’astensionismo nella destra è maggiore
dell’aumento dell’astensionismo nella
sinistra.
Detto questo, sono rimasto piacevolmente
sorpreso dall’intervento di Pietro Folena,
sabato 9 luglio, alla sala Congressi Cavour,
quando ha posto il problema del ceto
politico, e ha accennato alla necessità di
misure legislative per combattere il
fenomeno, senza escludere anche una
diminuzione degli stipendi dei parlamentari.
Molto bene. Ma credo che non basti. Molti
decenni fa, il partito repubblicano
proponeva regolarmente la diminuzione degli
stipendi dei parlamentari, confidando che la
proposta sarebbe stata bocciata, e che
quindi gli stessi parlamentari repubblicani
potessero continuare a prendere gli alti
stipendi (meno alti di oggi) in vigore.
Penso che se Folena fa una proposta del
genere nel prossimo Parlamento verrebbe
respinta (a meno che la diminuzione fosse
solo di trascurabile entità). Per questo
bisogna evitare di fare come i repubblicani
di allora.
Non vedo altra strada che un gesto
unilaterale: propongo che Pietro Folena (e
chiunque altro sia d’accordo su questo),
contestualmente alla proposta di una
drastica (sottolineo: drastica) diminuzione
degli stipendi dei parlamentari, riduca
unilateralmente il proprio, devolvendo alla
Banca Etica la metà (almeno la metà) del
proprio stipendio netto, e che lo faccia
pubblicamente, in modo controllabile e
controllato.
Non è una provocazione. E’ una proposta
seria. Sarebbe un gesto. Ma un gesto reale,
non virtuale. Sarebbe un esempio per altri.
Per altre persone che si potrebbero
candidare alle prossime elezioni sulla base
di un programma serio e preciso, ma anche
sulla base di un analogo impegno.
Penso che sarebbe un fatto politico di prima
grandezza, che potrebbe dare un colpo serio
al qualunquismo.
Non si chiede a nessuno di fare il
francescano. Nemmeno di abolire i privilegi.
Con la metà dello stipendio attuale un
parlamentare resterebbe ancora un
privilegiato, resterebbe nettamente al di
sopra del reddito medio italiano. Sarebbe
solo un piccolo gesto di buona volontà. |