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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 12 LUGLIO 2005
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eto politico. Privilegi dei parlamentari. Qualunquismo?
PIERO LEONE

Fino a poco tempo fa (ma in parte ancora adesso) se, a sinistra, qualcuno sollevava (solleva) il problema dei privilegi dei politici (e dei parlamentari, in particolare) veniva immediatamente tacciato di “qualunquismo”. Credo che questo ricatto morale si debba respingere. E’ vero che c’è chi lo agita in chiave qualunquista. Ma è anche vero che rimuoverlo significa alimentare il qualunquismo stesso.

Fatta questa premessa, vediamo il problema nei suoi termini più generali. Nell’Ottocento, il movimento cartista, in Inghilterra, includeva nelle sue proposte di riforma del sistema elettorale, l’obiettivo dello stipendio per i deputati. In quel momento si trattava di un importante obiettivo democratico.
Lo stipendio ai parlamentari rendeva possibile anche ad un operaio candidarsi, cosa che prima era possibile solo per chi vivesse di rendita (o al massimo per professionisti agiati). In tutti i paesi democratici moderni la conquista conserva questo valore e (ovviamente) non è da abolire.

Ma oggi in Italia (non solo, ma probabilmente da noi più che altrove) lo stipendio dei parlamentari, per il livello che ha raggiunto, invece da fungere - come in passato - da rimozione di un privilegio, è diventato a sua volta un elemento di privilegio.
Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma oggi è diventato più importante che nel passato. Vediamo perché.
Negli ultimi decenni il livello di disuguaglianza nel mondo è arrivato a livelli mai raggiunti nella storia dell’umanità. Non si era mai verificato in passato che singoli privati individui, possedessero, ognuno da solo, una ricchezza maggiore di quella di interi stati. Ma anche senza considerare quelle decine (o centinaia?) di persone che nel mondo si trovano in queste condizioni, anche il dislivello tra i grandi manager e gli impiegati delle stesse aziende, ha raggiunto livelli che non hanno precedenti.

Il problema della disuguaglianza ha assunto nel mondo un ruolo centrale, che sta alla base delle terribili tensioni tra Nord e Sud e anche all’interno delle singole aree geografiche.
Il problema della separazione (non solo dal punto di vista del reddito, ma anche da quello) tra ceto politico e comuni cittadini, è solo un particolare (apparentemente di importanza trascurabile) di questo problema generale. Ma comunque ha una sua specificità e un’importanza particolare perché riguarda non solo la questione della giustizia, ma anche della democrazia. Perché il ceto politico (a differenza di altre categorie privilegiate) presume di “rappresentare” i cittadini.

La rilevanza democratica del problema si manifesta in due modi. In primo luogo, perché un reddito molto alto, oltre un certo limite, non eleva più il livello di vita, ma il potere. Si ha in questo modo una acquisizione di potere tramite la ricchezza (mentre nel Medio Evo generalmente succedeva l’inverso: era il potere militare a determinare l’acquisizione della ricchezza). E questo significa una distorsione della democrazia. Perciò la lotta per ridurre la disuguaglianza non è solo una questione di giustizia, di moralità, ma anche di democrazia.

Ma questo aspetto riguarda solo occasionalmente i rappresentanti del ceto politico (di solito non sono tanto ricchi da potersi comprare degli stati). Invece il vulnus alla democrazia che si cela dietro i privilegi del ceto politico si esprime in altro modo.
Se la maggioranza degli elettori ha la percezione che il ceto politico ha un livello di reddito e di vita nettamente superiore a quello della media della popolazione, non sente di essere rappresentato da questo ceto. Ha sempre il sospetto (come minimo, il sospetto) che un uomo politico proponga un certo programma per essere eletto e entrare o restare in questo ceto. E non - come dovrebbe essere - che chiede di essere eletto per realizzare un certo programma.

Questa sensazione determina disaffezione, astensionismo, rifugio nel privato, caduta di spirito civico. Nell’attuale situazione italiana questo sentimento può mettere in pericolo la sconfitta di Berlusconi alle prossime elezioni. Ma anche se Berlusconi fosse sconfitto, c’è il pericolo che questo avvenga per una specie di ‘sorpasso in discesa’, cioè solo perché l’aumento dell’astensionismo nella destra è maggiore dell’aumento dell’astensionismo nella sinistra.

Detto questo, sono rimasto piacevolmente sorpreso dall’intervento di Pietro Folena, sabato 9 luglio, alla sala Congressi Cavour, quando ha posto il problema del ceto politico, e ha accennato alla necessità di misure legislative per combattere il fenomeno, senza escludere anche una diminuzione degli stipendi dei parlamentari.
Molto bene. Ma credo che non basti. Molti decenni fa, il partito repubblicano proponeva regolarmente la diminuzione degli stipendi dei parlamentari, confidando che la proposta sarebbe stata bocciata, e che quindi gli stessi parlamentari repubblicani potessero continuare a prendere gli alti stipendi (meno alti di oggi) in vigore.

Penso che se Folena fa una proposta del genere nel prossimo Parlamento verrebbe respinta (a meno che la diminuzione fosse solo di trascurabile entità). Per questo bisogna evitare di fare come i repubblicani di allora.
Non vedo altra strada che un gesto unilaterale: propongo che Pietro Folena (e chiunque altro sia d’accordo su questo), contestualmente alla proposta di una drastica (sottolineo: drastica) diminuzione degli stipendi dei parlamentari, riduca unilateralmente il proprio, devolvendo alla Banca Etica la metà (almeno la metà) del proprio stipendio netto, e che lo faccia pubblicamente, in modo controllabile e controllato.

Non è una provocazione. E’ una proposta seria. Sarebbe un gesto. Ma un gesto reale, non virtuale. Sarebbe un esempio per altri. Per altre persone che si potrebbero candidare alle prossime elezioni sulla base di un programma serio e preciso, ma anche sulla base di un analogo impegno.
Penso che sarebbe un fatto politico di prima grandezza, che potrebbe dare un colpo serio al qualunquismo.
Non si chiede a nessuno di fare il francescano. Nemmeno di abolire i privilegi. Con la metà dello stipendio attuale un parlamentare resterebbe ancora un privilegiato, resterebbe nettamente al di sopra del reddito medio italiano. Sarebbe solo un piccolo gesto di buona volontà.

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