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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 26 LUGLIO 2005
Monarchia o repubblica. Forse è (anche) questo il problema

PIERO LEONE

La discussione sui privilegi del ceto politico sta andando avanti. Un ultimo esempio è l’interessante articolo di Fabio Mussi su ‘l’Unità’ di lunedì 25 luglio. In questo articolo si menziona anche un progetto di legge di Gloria Buffo che prevede la diminuzione del 40% del trattamento mensile monetario diretto dei deputati. Secondo me la riduzione è ancora insufficiente. Ma almeno sarebbe un passo nella giusta direzione. Purché la proposta venga fatta propria da tutta l’Unione di centro sinistra. E purché nella prossima legislatura il progetto di legge venga effettivamente proposto in Parlamento (senza annacquarlo). E purché venga approvato, e quindi applicato. Tutte condizioni che finora non sono affatto sicure. E per questo mi sembra importante che i parlamentari che sono d’accordo con questa proposta diano l’esempio, e - per essere credibili - si impegnino (qualsiasi sia l’esito della votazione in Parlamento) ad autoridursi comunque il proprio stipendio (magari devolvendo la parte eccedente alla Banca Etica).
Altrimenti si rischia di farsi passare per moralizzatori a buon mercato.

In ogni caso è un fatto positivo che la discussione prosegua. E credo che non bisogna lasciarla cadere. E penso anche che - poiché è una campagna che non vuole cavalcare il qualunquismo, ma al contrario combatterlo e prevenirlo - il problema vada approfondito.
Per questo mi propongo in questo articolo di elencare i motivi che giustificano la riduzione dei privilegi del ceto politico, per poi soffermarmi su uno di questi motivi.
Primo motivo: quello economico. Apparentemente è quello più ovvio, ma non è quello più importante.
Riducendo i privilegi economici dei parlamentari si risparmiano soldi. Ma si tratta di somme che non incidono in modo significativo sul bilancio dello stato. Fatta questa precisazione, va aggiunto che la scarsa incidenza economica non deve essere un pretesto per accantonare il problema. Altrimenti si giustificherebbero - per esempio - tutti quegli evasori delle tasse che dicono: “tanto, quello che evado io, quanto vuoi che incida sull’economia del paese?”. Resta inoltre un effetto economico indiretto: se il ceto politico fa resistenza a diminuire i propri privilegi, molti cittadini saranno incoraggiati sia ad evadere le tasse sia a sottrarsi in altri vari modi ai loro doveri economici verso la collettività. Il buon esempio, insomma, non solo è un dovere morale, ma, in questo caso, avrebbe anche ricadute economiche.

Secondo motivo: la fiducia nella rappresentanza. Come evitare di pensare che qualcuno che si candida alle elezioni lo faccia anche (e qualche volta senza ‘anche’) perché entrare nel ceto dei politici gli permette una vita più agiata? Quindi, quando il mio candidato dice che vuole essere eletto per realizzare un programma che io condivido, potrei restare scettico. E qualcuno, per questo motivo, può essere indotto a non andare a votare.
Terzo motivo: la lontananza dal comune cittadino. Se la quasi totalità del ceto politico vive con redditi molto superiori al reddito medio del paese, è legittimo prevedere che la sua sensibilità ai problemi del comune cittadino tenda a ridursi o a scomparire. Se non ha da risolvere nemmeno una parte dei problemi che il cittadino ‘normale’ deve affrontare tutti i giorni, altri obiettivi, altri interessi possono per lui diventare prioritari.
Sul quarto motivo (se ne potrebbe parlare dettagliatamente in altro momento) voglio sorvolare: non è vero che per svolgere adeguatamente le funzioni del parlamentare ci sia bisogno di tutti quei soldi (se, ovviamente, si rimborsano - evitando gli abusi - i viaggi veramente necessari e altre spese funzionali).

Voglio invece soffermarmi sulla quinta falsa giustificazione dei privilegi dei politici, che a volte viene enunciata esplicitamente, ma che in qualche modo viene sottintesa quando si invoca il motivo D). Quando si dice che un parlamentare ha bisogno di tanti soldi, spesso non si pensa tanto al fatto che deve prendere l’aereo per svolgere la sua attività o deve comprare molti giornali e libri. Si pensa (e a volte si dice) che il politico deve anche fare una vita che abbia un certo “decoro”, che ci sono “spese di rappresentanza”, ecc.
Ecco una parola-chiave: “rappresentanza”. Ma è una parola sbagliata. Andrebbe sostituita con la parola “rappresentazione”. Infatti non c’è bisogno di uno standard di vita elevato per “rappresentare” i cittadini da cui si è stati “deputati”, per "rappresentare” (come si dice anche in linguaggio giuridico-amministrativo) le loro esigenze. Il “rappresentante” non deve essere troppo diverso dal “rappresentato”, altrimenti la “rappresentanza” diventa infedele.

Invece si postula che ci sia bisogno di uno standard di vita privilegiato, se il presunto “rappresentante” in realtà non “rappresenta” il cittadino che lo ha eletto, ma offre la ‘rappresentazione’ (nel senso teatrale del termine) del potere. Come un re assoluto, o un membro della corte in una monarchia assoluta, alla Luigi XIV. In quella situazione il potere dava esplicitamente, ostentatamente, la “rappresentazione” spettacolare di sé stesso. E lo faceva anche (come ci ha descritto Foucault, in “Sorvegliare e punire”) eseguendo pubblicamente, in modi spesso efferati, le condanne a morte. Il re era l’unto del Signore, l’unico - monarchico - rappresentante in terra di un dio unico - anch’esso monarchico. Questo dio e questo re erano anche concepiti, fondamentalmente, come il dio aristotelico, motore immobile. Cioè: si muovano gli altri, i ministri (cioè, etimologicamente, i “servi”); io sto fermo e mi offro all’altrui adorazione.
Ma in realtà anche i ‘ministri’, i “servi” (cioè tutti i coadiutori del re), erano anche loro toccati dalla luce divina del “Re Sole” e diventavano anche loro comprimari dello stesso spettacolo. Questa concezione del potere politico è stata distrutta dai moderni filosofi della politica e dalle rivoluzioni borghesi. Ma ciò non toglie che molti suoi elementi sopravvivono nel costume, in una specie di ideologia implicita.

In Italia questo fenomeno forse è più forte che in altri paesi (almeno più forte che nei paesi scandinavi). Naturalmente nessuno la enuncia esplicitamente, perché è concettualmente indifendibile. A questa concezione “monarchica” va opposta una concezione radicalmente “repubblicana”. Alla “democrazia presa sul serio” che propone nei suoi scritti Flores D’Arcais, all’”estremismo democratico” (estremismo nel pretendere una democrazia al cento per cento) di cui parla Folena, andrebbe aggiunto anche l’obiettivo di una “repubblica al cento per cento”. Le due cose sono strettamente legate, ma non del tutto coincidenti. E quindi questo “repubblicanesimo coerente” non è solo qualcosa di pleonastico.
La costituzione repubblicana era per Kant una delle condizioni della possibilità della pace perpetua, e per lui “costituzione repubblicana” non significava detronizzazione del re, ma un sistema in cui il potere politico fosse “res publica” e non “res privata”. E quindi il potere non si proponesse come emanazione di un dio che dall’alto dei cieli emana la sua luce in terra tramite i re e i cortigiani. E se di questa luce celeste non c’è bisogno, i “rappresentanti” democratici dei cittadini non hanno bisogno di nessun orpello, di nessuna “spettacolarizzazione” del loro splendore, di nessun “decoro” che vada al di là della umana e normale decenza. In altri termini, il “rappresentante” non deve essere rappresentazione del potere, ma “rappresentanza del cittadino”, e in quanto tale deve distinguersi non per come appare, ma per quello che fa, per il suo lavoro di “ministro” (in senso lato), cioè di umile e fiero servo della cittadinanza, cioè di quello che in democrazia è il vero sovrano.

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