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La discussione sui privilegi del ceto
politico sta andando avanti. Un ultimo
esempio è l’interessante articolo di Fabio
Mussi su ‘l’Unità’ di lunedì 25 luglio. In
questo articolo si menziona anche un
progetto di legge di Gloria Buffo che
prevede la diminuzione del 40% del
trattamento mensile monetario diretto dei
deputati. Secondo me la riduzione è ancora
insufficiente. Ma almeno sarebbe un passo
nella giusta direzione. Purché la proposta
venga fatta propria da tutta l’Unione di
centro sinistra. E purché nella prossima
legislatura il progetto di legge venga
effettivamente proposto in Parlamento (senza
annacquarlo). E purché venga approvato, e
quindi applicato. Tutte condizioni che
finora non sono affatto sicure. E per questo
mi sembra importante che i parlamentari che
sono d’accordo con questa proposta diano
l’esempio, e - per essere credibili - si
impegnino (qualsiasi sia l’esito della
votazione in Parlamento) ad autoridursi
comunque il proprio stipendio (magari
devolvendo la parte eccedente alla Banca
Etica).
Altrimenti si rischia di farsi passare per
moralizzatori a buon mercato.
In ogni caso è un fatto positivo che la
discussione prosegua. E credo che non
bisogna lasciarla cadere. E penso anche che
- poiché è una campagna che non vuole
cavalcare il qualunquismo, ma al contrario
combatterlo e prevenirlo - il problema vada
approfondito.
Per questo mi propongo in questo articolo di
elencare i motivi che giustificano la
riduzione dei privilegi del ceto politico,
per poi soffermarmi su uno di questi motivi.
Primo motivo: quello economico.
Apparentemente è quello più ovvio, ma non è
quello più importante.
Riducendo i privilegi economici dei
parlamentari si risparmiano soldi. Ma si
tratta di somme che non incidono in modo
significativo sul bilancio dello stato.
Fatta questa precisazione, va aggiunto che
la scarsa incidenza economica non deve
essere un pretesto per accantonare il
problema. Altrimenti si giustificherebbero -
per esempio - tutti quegli evasori delle
tasse che dicono: “tanto, quello che evado
io, quanto vuoi che incida sull’economia del
paese?”. Resta inoltre un effetto economico
indiretto: se il ceto politico fa resistenza
a diminuire i propri privilegi, molti
cittadini saranno incoraggiati sia ad
evadere le tasse sia a sottrarsi in altri
vari modi ai loro doveri economici verso la
collettività. Il buon esempio, insomma, non
solo è un dovere morale, ma, in questo caso,
avrebbe anche ricadute economiche.
Secondo motivo: la fiducia nella
rappresentanza. Come evitare di pensare che
qualcuno che si candida alle elezioni lo
faccia anche (e qualche volta senza ‘anche’)
perché entrare nel ceto dei politici gli
permette una vita più agiata? Quindi, quando
il mio candidato dice che vuole essere
eletto per realizzare un programma che io
condivido, potrei restare scettico. E
qualcuno, per questo motivo, può essere
indotto a non andare a votare.
Terzo motivo: la lontananza dal comune
cittadino. Se la quasi totalità del ceto
politico vive con redditi molto superiori al
reddito medio del paese, è legittimo
prevedere che la sua sensibilità ai problemi
del comune cittadino tenda a ridursi o a
scomparire. Se non ha da risolvere nemmeno
una parte dei problemi che il cittadino
‘normale’ deve affrontare tutti i giorni,
altri obiettivi, altri interessi possono per
lui diventare prioritari.
Sul quarto motivo (se ne potrebbe parlare
dettagliatamente in altro momento) voglio
sorvolare: non è vero che per svolgere
adeguatamente le funzioni del parlamentare
ci sia bisogno di tutti quei soldi (se,
ovviamente, si rimborsano - evitando gli
abusi - i viaggi veramente necessari e altre
spese funzionali).
Voglio invece soffermarmi sulla quinta falsa
giustificazione dei privilegi dei politici,
che a volte viene enunciata esplicitamente,
ma che in qualche modo viene sottintesa
quando si invoca il motivo D). Quando si
dice che un parlamentare ha bisogno di tanti
soldi, spesso non si pensa tanto al fatto
che deve prendere l’aereo per svolgere la
sua attività o deve comprare molti giornali
e libri. Si pensa (e a volte si dice) che il
politico deve anche fare una vita che abbia
un certo “decoro”, che ci sono “spese di
rappresentanza”, ecc.
Ecco una parola-chiave: “rappresentanza”. Ma
è una parola sbagliata. Andrebbe sostituita
con la parola “rappresentazione”. Infatti
non c’è bisogno di uno standard di vita
elevato per “rappresentare” i cittadini da
cui si è stati “deputati”, per
"rappresentare” (come si dice anche in
linguaggio giuridico-amministrativo) le loro
esigenze. Il “rappresentante” non deve
essere troppo diverso dal “rappresentato”,
altrimenti la “rappresentanza” diventa
infedele.
Invece si postula che ci sia bisogno di uno
standard di vita privilegiato, se il
presunto “rappresentante” in realtà non
“rappresenta” il cittadino che lo ha eletto,
ma offre la ‘rappresentazione’ (nel senso
teatrale del termine) del potere. Come un re
assoluto, o un membro della corte in una
monarchia assoluta, alla Luigi XIV. In
quella situazione il potere dava
esplicitamente, ostentatamente, la
“rappresentazione” spettacolare di sé
stesso. E lo faceva anche (come ci ha
descritto Foucault, in “Sorvegliare e
punire”) eseguendo pubblicamente, in modi
spesso efferati, le condanne a morte. Il re
era l’unto del Signore, l’unico - monarchico
- rappresentante in terra di un dio unico -
anch’esso monarchico. Questo dio e questo re
erano anche concepiti, fondamentalmente,
come il dio aristotelico, motore immobile.
Cioè: si muovano gli altri, i ministri
(cioè, etimologicamente, i “servi”); io sto
fermo e mi offro all’altrui adorazione.
Ma in realtà anche i ‘ministri’, i “servi”
(cioè tutti i coadiutori del re), erano
anche loro toccati dalla luce divina del “Re
Sole” e diventavano anche loro comprimari
dello stesso spettacolo. Questa concezione
del potere politico è stata distrutta dai
moderni filosofi della politica e dalle
rivoluzioni borghesi. Ma ciò non toglie che
molti suoi elementi sopravvivono nel
costume, in una specie di ideologia
implicita.
In Italia questo fenomeno forse è più forte
che in altri paesi (almeno più forte che nei
paesi scandinavi). Naturalmente nessuno la
enuncia esplicitamente, perché è
concettualmente indifendibile. A questa
concezione “monarchica” va opposta una
concezione radicalmente “repubblicana”. Alla
“democrazia presa sul serio” che propone nei
suoi scritti Flores D’Arcais,
all’”estremismo democratico” (estremismo nel
pretendere una democrazia al cento per
cento) di cui parla Folena, andrebbe
aggiunto anche l’obiettivo di una
“repubblica al cento per cento”. Le due cose
sono strettamente legate, ma non del tutto
coincidenti. E quindi questo
“repubblicanesimo coerente” non è solo
qualcosa di pleonastico.
La costituzione repubblicana era per Kant
una delle condizioni della possibilità della
pace perpetua, e per lui “costituzione
repubblicana” non significava
detronizzazione del re, ma un sistema in cui
il potere politico fosse “res publica” e non
“res privata”. E quindi il potere non si
proponesse come emanazione di un dio che
dall’alto dei cieli emana la sua luce in
terra tramite i re e i cortigiani. E se di
questa luce celeste non c’è bisogno, i
“rappresentanti” democratici dei cittadini
non hanno bisogno di nessun orpello, di
nessuna “spettacolarizzazione” del loro
splendore, di nessun “decoro” che vada al di
là della umana e normale decenza. In altri
termini, il “rappresentante” non deve essere
rappresentazione del potere, ma
“rappresentanza del cittadino”, e in quanto
tale deve distinguersi non per come appare,
ma per quello che fa, per il suo lavoro di
“ministro” (in senso lato), cioè di umile e
fiero servo della cittadinanza, cioè di
quello che in democrazia è il vero sovrano. |