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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 4 MAGGIO 2005
Tre vicende di stragismo di cui si parla
CLAUDIO NUNZIATA

In questi giorni tre notizie ci ricordano sotto profili diversi la strategia dello stragismo con la quale si è tentato di influenzare l’evoluzione del processo democratico in Italia. Documenti degli archivi del congresso statunitense consentono ora di dimostrare sul piano storico che la strage di Portella delle Ginestre fu commessa il 1° maggio 1947 da Salvatore Giuliano per secondare un disegno politico del quale erano parte gruppi neofascisti.
Sul piano giudiziario la conferma della sentenza di assoluzione di Maggi e Zorzi da parte della Corte di Cassazione richiama i diversi punti di vista manifestati dai giudici in gradi e tempi diversi sulla strage di piazza Fontana.
E’ invece solo un fatto di cronaca la notizia che un testimone di questo processo e di altri processi per strage come Angelo Izzo sia stato accusato di essersi macchiato di un crimine orrendo, fotocopia di quello che aveva commesso 30 anni fa al Circeo. I piani diversi (storico, giudiziario e di cronaca) hanno livelli diversi di interpretazione, che dovrebbero restare indipendenti, ma è inevitabile che alimentino confusioni. Su Portella delle Ginestre gli storici si erano già pronunziati e la puntuale ricostruzione cinematografica di Paolo Benvenuti in "Segreti di Stato" aveva recentemente documentato in modo circostanziato ed analitico gli elementi di prova raccolti. Il documento recentemente rintracciato negli archivi americani completa il quadro con la ricostruzione dei rapporti tra Salvatore Giuliano e gruppi neofascisti, smentendo definitivamente l’operazione portata avanti a suo tempo dinanzi al Tribunale di Viterbo di negarne la matrice politica.

La strage di Pz. Fontana del 12 dicembre 1969 è un pezzo importante della stessa strategia che si svilupperà successivamente anche con gli attentati di piazza della Loggia e dell’Italicus del 1974, del 2 agosto 1980 e del 23 dicembre 1984. Anche la sua ricostruzione storica è stata già scritta e condivisa da quasi tutte le parti politiche nella relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta presieduta dal senatore Pellegrino. La sua ricostruzione processuale ha una storia diversa. E’ la storia del sistema processuale italiano passata nel corso di 35 anni attraverso una serie di modifiche normative, il cambiamento del codice di procedura penale e la modifica costituzionale dell’art.111 della Costituzione con un mutamento radicale della evoluzione giurisprudenziale in materia di valutazione della prova. I processi riguardano solo la possibilità di trarre conseguenze penali nei confronti di singoli e con riferimento a fatti circostanziati, non la verità storica le cui regole rispondono a processi di valutazione diversi. Ad esempio Franco Freda, ancorché assolto dal reato di strage, fu condannato in via definitiva a 15 anni di reclusione per avere fatto parte della associazione sovversiva che si era proposto l’obiettivo della commissione di attentati. Allo stesso modo di tanti altri come, ad esempio, Ciavardini che è stato condannato già in via definitiva per avere fatto della banda armata che si propose l’obiettivo di commettere la strage di Bologna. Nei suoi confronti recentemente si è aggiunta la seconda condanna in appello (non ancora definitiva) per esserne stato anche l’autore materiale. L’attività stragista dei gruppi eversivi di cui facevano parte è, quindi, già un dato storico che coincide con quello processuale.
Il passaggio dal giudizio sulla responsabilità associativa a quello sulla responsabilità esecutiva presenta necessariamente aspetti delicati specie quando il quadro ricostruttivo è indiziario o basato su riferimenti testimoniali a confidenze ricevute dagli autori materiali, ovviamente da essi non confermate. Peraltro spesso in sede di appello di essi si perde anche il valore e lo spessore della percezione diretta al dibattimento, esaurendosi il giudizio nella sola lettura delle carte processuali. La moltiplicazione dei gradi di giudizio in un sistema di acquisizione della prova di tipo accusatorio, è destinata per sua natura a dar luogo a pronunzie contraddittorie.


Nessuna sentenza di processi per strage è basata su prove dichiarative provenienti da Angelo Izzo, ma le sue dichiarazioni, come quelle di tanti altri cd.”pentiti” (ma non sempre tali sul piano etico), contribuirono a metà degli anni ’80 a gettare uno squarcio di luce ad un panorama eversivo che a quel tempo era quasi del tutto sconosciuto. Fu un contributo che traeva spunto dalle sue frequentazioni che avevano preceduto la stessa vicenda del Circeo del 1975 e che lo accreditarono nel mondo carcerario sino a consentirgli di frequentare, nel carcere di Trani, Freda e Concutelli, unanimemente riconosciuti come i capi dei gruppi neofascisti, il primo sul piano ideologico, il secondo su quello militare. Dei risultati di tali incontri vi è traccia in una lettera da lui inviata il 5 maggio 1980 a Sergio Calore (uno dei leader del gruppo neofascista Costruiamo l’Azione), che Izzo commentò con le parole ”infiniti lutti addurranno agli achei” riservandosi più ampi riferimenti in occasione di incontri diretti. In un successivo documento pubblicato sulla rivista “Quex” Izzo inneggiò esplicitamente allo stragismo. Mario Tuti, insieme ad altri detenuti, nei mesi precedenti aveva elaborato un documento nel quale era stata disegnata la strategia della progressione rivoluzionaria che dopo la fase dello stragismo prevedeva il passaggio alla guerriglia urbana e la attivazione dei canali di collegamento, asseritamente già esistenti, con le forze reazionarie del paese. Ed ancora in documenti sequestrati è risultato che Valerio Fioravanti avrebbe dovuto organizzare una azione militare per la liberazione di Concutelli, che intanto era stato trasferito nel carcere di Taranto. Questi documenti smentiscono la tesi della completa estraneità di Izzo al panorama neofascista fatte alla trasmissione “Porta a Porta” da Valerio Fioravanti, assunte nel successivo dibattito come una autorevole fonte di informazione nonostante la sua posizione di condannato in via definitiva per la strage di Bologna alla disperata ricerca di una occasione di revisione della condanna all’ergastolo pronunziata nei suoi confronti.


Angelo Izzo sulla strage del 2 agosto come su quella di pz. Fontana fornì, insieme ad altri, informazioni che consentirono chiavi di lettura e spunti di indagine. Le sue indicazioni non assunsero mai il carattere di prova diretta. In una lettera aveva spiegato la sua disponibilità collaborativa come l’uscita da un incubo, come se il massacro del Circeo, per il quale manifestava orrore, non gli fosse mai appartenuto. Non lasciava trasparire capacità di elaborare macchinazioni o oscuri disegni (le accuse, ritenute calunniose, rivolte nei confronti di Salvo Lima, traevano spunto da riferimenti asseritamene ricevuti da altri ed appartengono comunque ad una vicenda completamente estranea alla sua storia personale). La vicenda che lo vede protagonista in questi giorni fa riemergere un passato criminale accantonato per 30 anni, con una ripetizione quasi rituale dell’orrore del Circeo che ha tutti i caratteri di un messaggio, che per ora è ancora difficile da interpretare.

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