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A due anni esatti
dall'inizio della guerra in Iraq, costata la vita ad oltre 1500 soldati
americani, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si è detto
certo che la scelta di abbattere il regime di Saddam Hussein è stata
giusta.
L'inquilino della Casa Bianca, pur riconoscendo che il tributo di sangue
versato dai militari della sua nazione è stato molto elevato ("abbiamo
fatto e stiamo facendo grossi sacrifici"), ha definito i recenti
progressi democratici che hanno interessato il Medioriente una
diretta conseguenza della politica aggressiva contro l'Iraq.
Bush ha infatti ricordato che "oggi le donne possono votare in
Afghanistan, che i palestinesi spezzano i vecchi modelli di violenza e
che centinaia di migliaia di libanesi si levano a reclamare la loro
sovranità e i loro diritti democratici".
"La vittoria della libertà in Iraq - ha affermato riferendosi alle
elezioni tenutesi nel paese mediorientale lo scorso 30 di gennaio - sta
rafforzando un nuovo alleato nella guerra al terrore, e sta ispirando
riforme democratiche da Beirut a Teheran".
Il presidente ha poi spiegato che "la sopravvivenza della libertà" in
America "dipende in maniera crescente dall'affermazione della libertà in
altre terre".
"Grazie alle nostre azioni - ha concluso - la libertà sta mettendo
radici in Iraq, e gli americani sono più sicuri".
Nel frattempo, in centinaia di città del mondo il secondo anniversario
dall'inizio del conflitto è stato celebrato con delle imponenti
manifestazioni per la pace. Diverse mobilitazioni si sono tenute anche
negli Stati Uniti, ma la protesta ha avuto il suo culmine nelle città
europee, soprattutto a Roma, Bruxelles e Londra. |