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Ecco come il giornale francese Le Monde,
nell'edizione di mercoledì 12 di ottobre, ha
spiegato ai suoi lettori la Riforma della
Legge elettorale attualmente all'esame della
Camera dei deputati.
L'articolo nella sua forma originale è stato
scritto dal giornalista Daniel Vernet, la
traduzione riportata in questa pagina è di
Mario Zanotti.
Silvio Berlusconi, "putschista
elettorale"
"Quando il popolo non ha più fiducia nel
governo, è ora di cambiarlo, il popolo",
diceva Bertolt Brecht. Silvio Berlusconi,
mangiacomunisti inveterato – per quanto non
ne siano rimasti più molti in Italia – ha
trovato letteralmente ispirazione
nell’ironico consiglio del drammaturgo
tedesco. Poiché il governo non può far
affidamento sui cittadini per riottenerne il
consenso, converrà cambiare la legge
elettorale in modo da trasformare una
sconfitta in una vittoria. È questa
l’intenzione del presidente del Consiglio
italiano a sei mesi, più o meno, dalle
prossime elezioni politiche.
In effetti, le prospettive per il
"Cavaliere" non sono rosee. Dopo essere
tornato al potere nel 2001, Berlusconi ha
perso praticamente tutte le elezioni, le
europee, le regionali, le comunali. Per
quanto i sondaggi d’opinione non
pregiudichino l’esito di una votazione
ufficiale – se ne è avuta conferma dalla
Germania – le analisi danno la Casa delle
libertà, la coalizione di centrodestra, 12 o
14 punti dietro l’Unione, l’alleanza tra
centristi, democratici di sinistra e i
piccoli partiti comunisti.
La deplorevole situazione economica i
deficit persistenti – per il 4° anno
consecutivo il disavanzo di bilancio
supererà il tetto del 3% del Pil – la
moltiplicazione degli scandali (l’ultimo
riguarda Antonio Fazio, il governatore della
banca centrale italiana, un tempo oasi di
serietà e correttezza in un paese in preda
all’instabilità e alla corruzione) non fanno
presagire bene per Berlusconi e il suo
partito, Forza Italia, e neppure per i suoi
alleati, Alleanza Nazionale, Lega Nord e
l’ala destra dei superstiti della Democrazia
cristiana.
Il colpo di genio consiste nel rimediare in
extremis un sistema proporzionale che
penalizzi i partiti di modeste dimensioni e
premi la coalizione meno frammentata. In
ultima analisi, un’astuzia che danneggerebbe
l’Unione nel confronto con la Casa delle
libertà.
Un’altra norma nel progetto di riforma punta
invece a complicare la vita a Romano Prodi,
capo dell’opposizione. Per strano che possa
sembrare, dopo le controverse vicende che lo
hanno portato a occupare l’incarico di
presidente della Commissione europea, questi
rimane un temibile avversario per Silvio
Berlusconi. Ora, stando al progetto di
legge, le liste proposte al suffragio degli
elettori verrebbero decise dai partiti
politici. In altri termini, Romano Prodi,
per condurre lo schieramento di opposizione,
dovrebbe crearsi un proprio movimento,
oppure aderire a una delle componenti
dell’Unione – mentre la sua popolarità è
dovuta alla collocazione al di sopra dei
partner politici dell’alleanza che Prodi ha
sempre mantenuto.
La coalizione al potere si propone dunque,
grazie a una sorta di putsch elettorale, di
prevalere nonostante tutto in un confronto
che non promette granché bene – o, se non
questo, almeno di avvelenare la vittoria
alla controparte di sinistra. In questa
seconda ipotesi, del resto, essa ha previsto
un tetto di 340 seggi per la coalizione
vincitrice.
Non è la prima volta che Silvio Berlusconi
gioca a suo comodo con le regole della
competizione democratica. Siccome gli pare
poco decoroso, o imprudente, violare
apertamente la legge, preferisce utilizzare
la maggioranza di cui dispone in Parlamento
per piegarla ai propri scopi. Compreso
l’effetto retroattivo, quando serva il caso.
L’ha fatto a proposito del conflitto di
interessi tra la sua posizione di capo del
governo e i suoi affari privati, poi della
depenalizzazione del reato di falso in
bilancio, e di nuovo nel caso della
riduzione dei termini di prescrizione per
illeciti pecuniari.
Attualmente, il "Cavaliere" si accinge a
riformare le regole della competizione
elettorale per il solo motivo che la giudica
svantaggiosa, dopo aver tratto profitto e
una gloria di cartapesta dal sistema
maggioritario (condito con un pizzico di
proporzionale) adottato per via referendaria
negli anni Novanta allo scopo di legittimare
quella che è stata chiamata la "seconda
Repubblica". La "prima Repubblica" era stata
segnata dall’instabilità dei suoi governi,
dalla tirannia dei partiti, dal trasformismo
(il passaggio di drappelli parlamentari
dell’area intermedia dalla maggioranza
all’opposizione e viceversa, a discrezione
dei loro capi e senza il minimo riguardo per
l’elettorato). L’introduzione del
maggioritario non ha sanato tutti i mali
della democrazia italiana, ma ha perlomeno
favorito una certa stabilità dell’esecutivo.
Silvio Berlusconi mena vanto, in effetti, di
essere il primo presidente del Consiglio da
decenni a questa parte durato in carica per
l’intera legislatura. Il sistema
maggioritario ha anche permesso la
formazione di due grandi coalizioni di
centrodestra e centrosinistra, e
l’alternanza tra di loro.
Gli alleati di Silvio Berlusconi hanno avuto
qualche perplessità a sostenere la riforma
elettorale in discussione – Alleanza
Nazionale, il partito del ministro degli
Esteri Gianfranco Fini, lamenta di sentirsi
posta ai margini in un patto politico di
stampo marcatamente centrista. I più
convinti sono i democristiani di destra,
guidati dal presidente della Camera, Pier
Ferdinando Casini. Il proporzionale dà loro
la speranza di ritrovare i fratelli separati
di sinistra con l’obiettivo della rinascita
di una grande forza democratico-cristiana,
erede finalmente all’altezza di quella DC
che tenne pressoché tutti i governi della
"prima Repubblica". Nella trappola tesa da
Silvio Berlusconi alla sinistra cadrebbe a
questo punto lui stesso. Ma difficilmente la
reputazione dell’Italia trarrebbe qualche
beneficio da un guazzabuglio istituzionale
del genere. |