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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 13 OTTOBRE 2005
Il quotidiano francese Le Monde racconta la Riforma elettorale

Mario Zanotti

Ecco come il giornale francese Le Monde, nell'edizione di mercoledì 12 di ottobre, ha spiegato ai suoi lettori la Riforma della Legge elettorale attualmente all'esame della Camera dei deputati.
L'articolo nella sua forma originale è stato scritto dal giornalista Daniel Vernet, la traduzione riportata in questa pagina è di Mario Zanotti.


Silvio Berlusconi, "putschista elettorale"
"Quando il popolo non ha più fiducia nel governo, è ora di cambiarlo, il popolo", diceva Bertolt Brecht. Silvio Berlusconi, mangiacomunisti inveterato – per quanto non ne siano rimasti più molti in Italia – ha trovato letteralmente ispirazione nell’ironico consiglio del drammaturgo tedesco. Poiché il governo non può far affidamento sui cittadini per riottenerne il consenso, converrà cambiare la legge elettorale in modo da trasformare una sconfitta in una vittoria. È questa l’intenzione del presidente del Consiglio italiano a sei mesi, più o meno, dalle prossime elezioni politiche.

In effetti, le prospettive per il "Cavaliere" non sono rosee. Dopo essere tornato al potere nel 2001, Berlusconi ha perso praticamente tutte le elezioni, le europee, le regionali, le comunali. Per quanto i sondaggi d’opinione non pregiudichino l’esito di una votazione ufficiale – se ne è avuta conferma dalla Germania – le analisi danno la Casa delle libertà, la coalizione di centrodestra, 12 o 14 punti dietro l’Unione, l’alleanza tra centristi, democratici di sinistra e i piccoli partiti comunisti.

La deplorevole situazione economica i deficit persistenti – per il 4° anno consecutivo il disavanzo di bilancio supererà il tetto del 3% del Pil – la moltiplicazione degli scandali (l’ultimo riguarda Antonio Fazio, il governatore della banca centrale italiana, un tempo oasi di serietà e correttezza in un paese in preda all’instabilità e alla corruzione) non fanno presagire bene per Berlusconi e il suo partito, Forza Italia, e neppure per i suoi alleati, Alleanza Nazionale, Lega Nord e l’ala destra dei superstiti della Democrazia cristiana.

Il colpo di genio consiste nel rimediare in extremis un sistema proporzionale che penalizzi i partiti di modeste dimensioni e premi la coalizione meno frammentata. In ultima analisi, un’astuzia che danneggerebbe l’Unione nel confronto con la Casa delle libertà.

Un’altra norma nel progetto di riforma punta invece a complicare la vita a Romano Prodi, capo dell’opposizione. Per strano che possa sembrare, dopo le controverse vicende che lo hanno portato a occupare l’incarico di presidente della Commissione europea, questi rimane un temibile avversario per Silvio Berlusconi. Ora, stando al progetto di legge, le liste proposte al suffragio degli elettori verrebbero decise dai partiti politici. In altri termini, Romano Prodi, per condurre lo schieramento di opposizione, dovrebbe crearsi un proprio movimento, oppure aderire a una delle componenti dell’Unione – mentre la sua popolarità è dovuta alla collocazione al di sopra dei partner politici dell’alleanza che Prodi ha sempre mantenuto.

La coalizione al potere si propone dunque, grazie a una sorta di putsch elettorale, di prevalere nonostante tutto in un confronto che non promette granché bene – o, se non questo, almeno di avvelenare la vittoria alla controparte di sinistra. In questa seconda ipotesi, del resto, essa ha previsto un tetto di 340 seggi per la coalizione vincitrice.

Non è la prima volta che Silvio Berlusconi gioca a suo comodo con le regole della competizione democratica. Siccome gli pare poco decoroso, o imprudente, violare apertamente la legge, preferisce utilizzare la maggioranza di cui dispone in Parlamento per piegarla ai propri scopi. Compreso l’effetto retroattivo, quando serva il caso. L’ha fatto a proposito del conflitto di interessi tra la sua posizione di capo del governo e i suoi affari privati, poi della depenalizzazione del reato di falso in bilancio, e di nuovo nel caso della riduzione dei termini di prescrizione per illeciti pecuniari.

Attualmente, il "Cavaliere" si accinge a riformare le regole della competizione elettorale per il solo motivo che la giudica svantaggiosa, dopo aver tratto profitto e una gloria di cartapesta dal sistema maggioritario (condito con un pizzico di proporzionale) adottato per via referendaria negli anni Novanta allo scopo di legittimare quella che è stata chiamata la "seconda Repubblica". La "prima Repubblica" era stata segnata dall’instabilità dei suoi governi, dalla tirannia dei partiti, dal trasformismo (il passaggio di drappelli parlamentari dell’area intermedia dalla maggioranza all’opposizione e viceversa, a discrezione dei loro capi e senza il minimo riguardo per l’elettorato). L’introduzione del maggioritario non ha sanato tutti i mali della democrazia italiana, ma ha perlomeno favorito una certa stabilità dell’esecutivo. Silvio Berlusconi mena vanto, in effetti, di essere il primo presidente del Consiglio da decenni a questa parte durato in carica per l’intera legislatura. Il sistema maggioritario ha anche permesso la formazione di due grandi coalizioni di centrodestra e centrosinistra, e l’alternanza tra di loro.

Gli alleati di Silvio Berlusconi hanno avuto qualche perplessità a sostenere la riforma elettorale in discussione – Alleanza Nazionale, il partito del ministro degli Esteri Gianfranco Fini, lamenta di sentirsi posta ai margini in un patto politico di stampo marcatamente centrista. I più convinti sono i democristiani di destra, guidati dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Il proporzionale dà loro la speranza di ritrovare i fratelli separati di sinistra con l’obiettivo della rinascita di una grande forza democratico-cristiana, erede finalmente all’altezza di quella DC che tenne pressoché tutti i governi della "prima Repubblica". Nella trappola tesa da Silvio Berlusconi alla sinistra cadrebbe a questo punto lui stesso. Ma difficilmente la reputazione dell’Italia trarrebbe qualche beneficio da un guazzabuglio istituzionale del genere.

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