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Traduzione - a cura di Mario Zanotti - di un
articolo scritto il 13 ottobre dal
giornalista Paul Kreiner per il quotidiano
tedesco Kölner Anzeiger.
Berlusconi vuole una nuova legge
elettorale
Il dibattito ha assunto una piega assurda.
Silvio Berlusconi ha affermato mercoledì
scorso in Parlamento di volere una nuova
legge elettorale, che garantisca governi
stabili, proprio quando lui stesso è in
carica, grazie all’ordinamento vigente, dal
2001 - il mandato più longevo della storia
della Repubblica. L’opposizione contrasta il
progetto con l’ostruzionismo, mentre quasi
tutte le analisi le assicurano la vittoria
anche con il nuovo sistema. Soddisfazione e
riserve per questa riforma vengono da
entrambi gli schieramenti. Tuttavia, anche i
più autorevoli outsider delle due coalizioni
sono stati ridotti al silenzio. In questi
giorni in Parlamento si sta svolgendo una
pura e semplice prova di forza e di
determinazione.
Una pietra di paragone della democrazia, che
le regole elettorali vanno cioè cambiante di
comune accordo tra le parti avverse, resta
per il momento disattesa in Italia. Il clima
è troppo infuocato per un’intesa. Intanto
gli elettori guardano altrove, schifati.
Stando a un sondaggio solo il 5-6% si
dichiara interessato alle manovre dei
partiti. Secondo il metodo vigente i due
terzi dei 630 seggi parlamentari vengono
assegnati secondo la regola maggioritaria,
il rimanente a liste di coalizione secondo
quella proporzionale. Così ha deciso l’82,7%
degli italiani: il referendum dell’aprile
1993 è stato uno dei più partecipati e
perentori della storia repubblicana.
Ora Berlusconi invalida questo referendum.
Minacciando elezioni anticipate ha convinto
la propria alleanza quadripartita a
sostenere un ritorno al proporzionale puro.
Il progetto originario prevedeva uno
sbarramento al 4%; data l’attuale
frammentazione del centrosinistra, questo
sarebbe costato alla coalizione di Romano
Prodi la maggioranza dei seggi anche in caso
di vittoria. Poi ci si è accorti di un
problema: la Lega Nord, formazione di
estrema destra, dispone attualmente di un 4%
voto più o voto meno. Dunque, il progetto è
stato ritoccato. Ora prevede uno sbarramento
al 2% per partiti che aderiscono a uno dei
due schieramenti maggiori; gli altri, che si
sottraggono al bipolarismo all’italiana e
vogliono candidarsi autonomamente, devono
conquistare almeno il 4% dell’elettorato. Il
presidente della Repubblica Carlo Azeglio
Ciampi ha già reso noto che una differenza
come questa nelle quote di sbarramento
potrebbe presentare elementi di
incostituzionalità.
L’opposizione accusa lo scaltro capo del
governo di tradimento della democrazia. I
sondaggi le danno ragione. Tra i cittadini
che hanno risposto a un’inchiesta sulla
riforma del sistema elettorale, il 51% trova
poco decoroso che la maggioranza cambi da
sola le regole del gioco poco prima delle
elezioni.
Secondo una delle modifiche in programma non
ci saranno più liste di coalizione, ma
soltanto liste di partito. Rispetto al
candidato principale si rafforza quindi il
potere dei partiti. Berlusconi considera
questo un vantaggio per sé stesso: come capo
di Forza Italia guadagnerebbe in autorità
rispetto ai partner di coalizione. Per il
suo avversario Prodi, al contrario, il
maggior peso accordato ai partiti
costituisce un handicap: Prodi non guida un
partito e nel suo campo convengono
raggruppamenti più numerosi che nel
centrodestra.
E anche ammettendo che Prodi vincerà nel
2006, comunque un nuovo regolamento
elettorale (se passa in Parlamento) gli
incepperà la corsa. |