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Vuoi per quel
conflitto d’interessi su cui la sinistra
ancora non legifera, vuoi per un’opinione
pubblica asservita o strettamente legata al
potere, vuoi per la scarsa reattività e
debolezza del centrosinistra, si è parlato
troppo poco della commissione Mitrokhin,
dell’uso che ne ha fatto Guzzanti,
riducendola a strumento politico illecito
per infangare, distruggere, abbattere il
nemico. Un film già visto troppe volte,
nella Storia. Ma illecito in una democrazia
rappresentativa, seppur malata come la
nostra. Dopo le calunniose accuse a Fassino,
Rutelli, Dini, Prodi e Mastella di aver
ricevuto tangenti da Milosevic per l’
affaire Telekom Serbia con Berlusconi a
gonfiare la bolla di sapone (“questa vicenda
è tutta una tangente”), dopo lo spionaggio
fiscale a danno di Romano Prodi e Flavia
Franzoni, 128 “accessi abusivi” da parte di
vari settori del ministero dell’Economia
quand’era ministro Tremonti, nel tentativo
di scovarne irregolarità da sbattere in
prima pagina a “Il Giornale”, ecco un altro
scandalo tutto italiano.
Nel 2002 molti
parlamentari del centrodestra protestano
perché, per tre volte, non è stata accolta
la richiesta di Vasilij Mitrokhin,
archivista del Kgb per l’estero, di venire
in Italia a raccontare delitti e misfatti
del servizio segreto russo. Di qui la
commissione che doveva indagare sui
collegamenti tra politici italiani e Kgb. Ma
anziché guardare all’inossidabile compagno
Cossutta, guardavano a Prodi e a Pecoraro
Scanio.
Mario
Scaramella è stato dunque incaricato da
Guzzanti di fornire false testimonianze per
poter lanciare il titolone “Prodi agente del
Kgb”. Questo assunto è facilmente
dimostrabile grazie a delle intercettazioni
tra lo Scaramella ed il Guzzanti.
Il 28 gennaio
2006 siamo alla vigilia della chiusura della
commissione. Ma siamo anche alla vigilia
della campagna elettorale per le politiche
di aprile. La ricerca di materiale su Prodi
è frenetico. Scaramella informa Guzzanti
delle ultime scoperte: “non c’è
un’informazione di Prodi uguale agente del
Kgb, ma parliamo di Friendly Relation,
coltivazione, contatti…” Guzzanti è
soddisfatto: “Coltivazione è abbastanza,
eh?”. Scaramella conferma che è
abbastanza, ma specifica che è “quello
che mi viene detto”. Le informazioni gli
deriverebbero da un certo Alexander, che
dovrebbe essere proprio Livtinenko, la spia
avvelenata a Londra. Guzzanti è raggiante:
“ti ho detto sempre… dal primo momento ti
ho detto accidenti questa è una bomba”.
Scaramella chiede com’è andata col “capo”
(Berlusconi, ovviamente). A questo punto
Guzzanti riferisce cose molto interessanti,
rivelatrici di come si fa politica da quelle
parti: “la notizia ha avuto un forte
impatto”, conferma, e poi aggiunge:
“io gli ho detto che il problema di questa
faccenda è se poi andiamo a processo è una
cosa che dobbiamo dimostrare ciò che diciamo
e lui sorprendendomi un po’ ha detto: “beh,
un momento, intanto li costringiamo a
difendersi”. L’ho trovata una reazione
estremamente positiva”.
Il 10
febbraio 2006 cercano di incastrare
Bassolino: “ci sono coop rosse legate
alla mafia che stanno lavorando per
Bassolino. Queste sono cose che attualmente
le indagini della Dda sono aperte… ma con
elementi oggettivi riscontrabili”.
Guzzanti chiede a Scaramella se si possono
usare questi elementi: “si possono usare
immediatamente”. Il senatore ha fretta:
“a me mi servono
adesso intanto adesso questi dati
oggettivi”.
Ed
infine, c’è l’aspetto personale e privato,
la voglia di vendetta, il consulente a
disposizione dei capricci del presidente.
Guzzanti il 27 gennaio 2006 ha un
“violentissimo alterco in tv con Pecoraro
Scanio”. Scaramella è già pronto a
fornire qualche testimonianza per poter dire
che Pecoraro è un altro agente del Kgb:
“quello che vuoi.
Sono tutto tuo e lì è proprio una
passeggiata perché tu ci hai una lettera di
Gordiesvski a te mandata… e poi ci ho i suoi
incontri con Martinenko… Questo è un fatto
molto più moderno di Limarev che lui glielo
presenta a Marghelov, residente a Ginevra e
gli dice: “lui è il nostro uomo per
operazioni in Italia e poi gli spiega i
retroscena dell’arruolamento”.
Ce ne sarebbe
abbastanza per rassegnare delle dignitose
dimissioni da parte dei politici di
centrodestra coinvolti, ma sono cose queste
che in Italia non risultano neanche tra
quelle più gravi. La Svezia, dove ministri
si dimettono perché non pagano il canone
televisivo, è lontana.
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