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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 20 DICEMBRE 2006
Betulla il patteggiatore
gabriele vecchione

Il filosofo Massimo Fini, nel suo dizionario (“Il ribelle”, i nodi Marsilio), alla voce “Pudore” aggiunge un solo ermetico aggettivo: scomparso. E alla scomparsa del pudore, segue un’evidente proliferazione di facce come il culo. Insigne rappresentante della categoria è senz’altro Renato “Betulla” Farina. Le cronache sono tornate ad occuparsi di lui per una “istanza di applicazione volontaria di pena” presentata nel tribunale dove è accusato di favoreggiamento. Esempio di cattivo giornalismo ed emblema degli interessi particolari che gravano sull’opinione pubblica e la rendono serva, la Betulla – story è questa.

 

Il 5 luglio 2006 la polizia perquisisce un attico a via Nazionale 230, nel pieno cuore di Roma. È un appartamento di 11 stanze e ci abitano, dall’aprile 2004, un abruzzese e la sua segretaria. E’ la centrale di disinformazione e spionaggio politico ed economico di Pio Pompa, “analista” alle dipendenze del Sismi. La polizia trova di tutto; “gli uomini della Digos impiegano quindici ore per mettere mano in quel marasma e infilare in decine di scatoloni il materiale d’interesse” (Carlo Bonini, La Repubblica, 7 luglio 2006). Senza dubbio di notevole interesse sono le ricevute di pagamento a “Betulla”, nome in codice di Renato Farina, vicedirettore di “Libero”. Il giornalista, o sedicente tale, sotto le “istruzioni” del Pompa (c’è una chiara intercettazione al riguardo), avrebbe tentato di spiare le indagini sul Sismi. Allo scopo di misurare lo stato di avanzamento dell’indagine sul sequestro Abu Omar, organizzò una falsa intervista ai pm che si occupano del caso, Pomarici e Spataro. Dopo di che, trasmise a Pompa un rapporto scritto, ritrovato poi tra le carte di via Nazionale.

La riforma dei servizi segreti fatta dopo le stragi nere vieta tassativamente che si possano pagare giornalisti e Farina, nel suo primo interrogatorio, ha ammesso di ricevere soldi dal Sismi dal 1999 per un totale di 30 mila euro. I difensori di Betulla hanno dunque chiesto di limitare la condanna a 9 mesi di reclusione che non verrebbe comunque resa esecutiva per via della sospensione condizionale della pena. L’ordine dei giornalisti lombardo lo ha sospeso per 12 mesi. La Procura ha fatto ricorso chiedendo la radiazione. Ora Betulla patteggia ammettendo de facto di aver commesso il reato di favoreggiamento.

Nessuno più racconta le cose in Italia. La libera informazione è morta sotto il peso di quel circolo vizioso di politici chiusi nella loro oligarchia e di giornalisti, stampa e media cortigiani, cerimonieri e compiacenti. Cosa deve fare il giornalista? Raccontare quello che sa. Il giornalista che, prezzolato, mente sapendo di mentire non è degno di essere chiamato tale: ha ferito nel cuore la deontologia, la moralità e la nobile missione del giornalismo.

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un dovere civile
Gabriele Vecchione

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