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Il filosofo
Massimo Fini, nel suo dizionario (“Il
ribelle”, i nodi Marsilio), alla voce
“Pudore” aggiunge un solo ermetico
aggettivo: scomparso. E alla scomparsa del
pudore, segue un’evidente proliferazione di
facce come il culo. Insigne rappresentante
della categoria è senz’altro Renato
“Betulla” Farina. Le cronache sono tornate
ad occuparsi di lui per una “istanza di
applicazione volontaria di pena” presentata
nel tribunale dove è accusato di
favoreggiamento. Esempio di cattivo
giornalismo ed emblema degli interessi
particolari che gravano sull’opinione
pubblica e la rendono serva, la Betulla –
story è questa.
Il 5 luglio
2006 la polizia perquisisce un attico a via
Nazionale 230, nel pieno cuore di Roma. È un
appartamento di 11 stanze e ci abitano,
dall’aprile 2004, un abruzzese e la sua
segretaria. E’ la centrale di
disinformazione e spionaggio politico ed
economico di Pio Pompa, “analista” alle
dipendenze del Sismi. La polizia trova di
tutto; “gli uomini della Digos impiegano
quindici ore per mettere mano in quel
marasma e infilare in decine di scatoloni il
materiale d’interesse” (Carlo Bonini, La
Repubblica, 7 luglio 2006). Senza dubbio di
notevole interesse sono le ricevute di
pagamento a “Betulla”, nome in codice di
Renato Farina, vicedirettore di “Libero”. Il
giornalista, o sedicente tale, sotto le
“istruzioni” del Pompa (c’è una chiara
intercettazione al riguardo), avrebbe
tentato di spiare le indagini sul Sismi.
Allo scopo di misurare lo stato di
avanzamento dell’indagine sul sequestro Abu
Omar, organizzò una falsa intervista ai pm
che si occupano del caso, Pomarici e Spataro.
Dopo di che, trasmise a Pompa un rapporto
scritto, ritrovato poi tra le carte di via
Nazionale.
La riforma dei
servizi segreti fatta dopo le stragi nere
vieta tassativamente che si possano pagare
giornalisti e Farina, nel suo primo
interrogatorio, ha ammesso di ricevere soldi
dal Sismi dal 1999 per un totale di 30 mila
euro. I difensori di Betulla hanno dunque
chiesto di limitare la condanna a 9 mesi di
reclusione che non verrebbe comunque resa
esecutiva per via della sospensione
condizionale della pena. L’ordine dei
giornalisti lombardo lo ha sospeso per 12
mesi. La Procura ha fatto ricorso chiedendo
la radiazione. Ora Betulla patteggia
ammettendo de facto di aver commesso
il reato di favoreggiamento.
Nessuno più
racconta le cose in Italia. La libera
informazione è morta sotto il peso di quel
circolo vizioso di politici chiusi nella
loro oligarchia e di giornalisti, stampa e
media cortigiani, cerimonieri e compiacenti.
Cosa deve fare il giornalista? Raccontare
quello che sa. Il giornalista che,
prezzolato, mente sapendo di mentire non è
degno di essere chiamato tale: ha ferito nel
cuore la deontologia, la moralità e la
nobile missione del giornalismo.
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