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“I risultati
sono deprimenti e denunciano la resa delle
forze migliori, che non riescono a prevalere
in una società opaca e malsana per cui è
assolutamente improrogabile che istituzioni
e società civile si alleino per migliorare
questa situazione, che mette a repentaglio
l'avvenire delle nuove generazioni: la
corruzione, come la criminalità, allontana
gli investimenti, induce la spirale della
criminalità, del sottosviluppo e pregiudica
i diritti umani”.
(Transparency International Italia,
rapporto del 2006)
Tra il
lusco e il brusco, il 19 dicembre scorso
si è dimesso “irrevocabilmente”
Gianfranco Tatozzi, presidente dell’Alto
Commissariato per la lotta alla
corruzione. Magistrato della corrente
Unicost, fu membro del Csm (votò contro
Falcone all’Ufficio Istruzione di
Palermo). Fu capogabinetto del ministro
Biondi (quello del decreto salvaladri) e
con Castelli Capo del dipartimento degli
affari penali. Secondo alcuni è amico di
lunga data di Cesare Previti. Creato
sotto il governo Berlusconi (Tatozzi è
stato voluto fortemente proprio da lui)
per mantenere fede ad alcuni impegni
internazionali, il Commissariato può
contare su grandi poteri: allo scopo di
“prevenire e contrastare la corruzione e
le altre forme di illecito nella
pubblica amministrazione”, può fare
“sorveglianza e monitoraggio
dell’attività amministrativa della
pubblica amministrazione”. Se le cose
vengono fatte bene, la corruzione può
essere seriamente messa in crisi.
Ora: qualche buon risultato, qualche
fiore all’occhiello questo Commissariato
ce l’ha. Con 550 operazioni e 2932
funzionari pubblici denunciati nel 2006,
questo organismo è l’unico in Italia
predisposto a combattere la corruzione.
Si regge su 43 dipendenti e 3
magistrati. Tatozzi può vantarsi per i
lavori sulle gare d’appalto Anas, sull’Asl
di Vibo Valentia e sulla vendita degli
immobili Inps. Perché dunque Tatozzi si
è dimesso? Non per un triste, ma usuale
ricambio con qualche filo – governativo
amico di amici, ma perché, grazie al
decreto 29 della Finanziaria, il
Commissariato dovrà chiudere i battenti.
A meno che, entro il 4 gennaio 2007, non
presenti un riordino Dpr. Tatozzi ha
spiegato: “Non c’è sicuramente tempo per
noi. Questo è un tentativo silente e
surrettizio per cancellare l’alto
Commissariato. Con l’applicazione del
decreto Bersani finiranno per sopprimere
definitivamente l’ufficio”.
La politica tace,
osserva dall’alto. Come ha taciuto quando
sono usciti gli ultimi dati sulla corruzione
in Italia. Il penultimo paese nell’area
Euro, l’ultimo del G8, scivolato in un anno
dal 40° al 45° posto (dopo Botswana e
Malesia) su 163. La legislazione sulla
corruzione è carente, numerose norme
impediscono a indagini di andare avanti, a
processi di celebrarsi. Con la
depenalizzazione del falso in bilancio
(legge n. 61/2002) tutto poi è reso più
semplice.
Di qui, data
la fiorente situazione, la necessità di
abolire per decreto l’unico organismo
esistente in Italia che contrasta la
corruzione. Alla fine ha ragione Tatozzi:
“in Italia una seria politica anticorruzione
non è possibile”.
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