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Tra
un sorso di vino e una fetta di
panettone, tra una festa e uno sciopero
dei giornalisti, anche il caso Welby
viene archiviato con il 2006.
Depositato a lato dei soliti festanti
articoli che stanno a ricordarci che
questo è stato “l’anno di…” Su tutti è
stato l’anno in cui ci siamo scoperti
sordi alla richiesta di un uomo infermo
ormai da anni, al quale era rimasta solo
la voglia di porre fine ad uno stare che
aveva ben poco a che fare con l’essere.
Laici e cattolici a difendere e
discutere il valore della vita, ma
soprattutto il significato della morte.
Spesso accostandola ad altre parole
come: opportuna, buona, dolce. Tanti a
discutere e pochi i risultati portati a
casa. L’attesa non cresce la speranza, e
alla fine Welby, ha fatto come fanno
tanti, facendosi staccare la spina che
lo teneva in vita. Ha messo in piazza
una pratica che clandestinamente si
ripete ogni giorno in tanti ospedali.
Piergiorgio chiedeva una legge ed alla
fine è stato costretta a disattenderla.
Questa è stata la sconfitta dello stato,
che ha messo in luce la povertà
intellettuale dei nostri politici.
Welby
aveva diciotto anni quando scoprì di
essere affetto da distrofia, da tredici
era paralizzato ed attaccato a quel
respiratore. Da sempre malato,
sofferente, degno quindi di essere
rispettato come recitano quei versetti
di un libro chiamato Vangelo, dove uno
strano personaggio dai capelli lunghi
(un po’ figlio dei fiori lo definirebbe
oggi Giovanardi) andava predicando la
pace, l’amore, la misericordia e la
pietà verso i disagiati, i sofferenti, e
gli ultimi. Un libro che sta tanto a
cuore ai vescovi e anche a tanti nostri
parlamentari.
Eppure anche se Welby era in fondo un
povero Cristo, condannato ad un calvario
che andava avanti da 40 anni, il
Vaticano ha detto no, alla celebrazione
del suo funerale. Il giorno della
Vigilia di Natale, l’allegoria è forte.
Un Papa che si affaccia per il messaggio
“Urbi et orbi” affermando che “la vita
va rispettata fino al suo naturale
tramonto” con una caduta di stile che
porta indietro, e fa annotare anche
questa posizione rigida tra i tanti
errori della Chiesa. UN Papa che
domenica affacciandosi dal suo studio,
avrebbe dovuto specchiarsi nei tanti che
animavano piazza don Bosco, per salutare
Piero. Una bara adagiata nella piazza,
proprio davanti alla Chiesa che l’ha
rifiutato. La sua bara tra tanti
credenti che per sentirsi comunità
cattolica non ha bisogno di certi
personaggi. Credenti con la C maiuscola,
animati da una fede critica, e allo
stesso tempo umana, consapevole dei
problemi della gente vera. Una religione
che cresce nelle strade e non tra i
libri alla ricerca della verità. Un
insegnamento quello della piazza che ha
salutato Welby che ha inferocito chi da
sempre si dichiara lontano dalla Chiesa,
e addolorato chi invece ogni giorno
lotta la battaglia di essere cristiano
in un mondo che ci vuole sempre più
laici.
Ma alla fine anche Gesù è nato in una
grotta perché tante porte son rimaste
chiuse, e quando è morto è stato
crocefisso tra ladri e briganti.
Peccato che in Italia ai mafiosi e agli
assassini i funerali non si negano e che
uno dei boss della banda della Magliana
è sepolto nella chiesa di Sant’Apollinare.
Ma forse questa è un’altra storia.
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