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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 2 GIUGNO 2006
E D'Avanzo ripristinò la legalità

Stefano Santachiara

Con l'articolo "Bompressi, Sofri e la legalità ripristinata" a firma dell'esperto di giudiziaria Giuseppe D'Avanzo si registrano due ossimori. E' l'epilogo di una metamorfosi che ha avuto il suo crescendo con le insinuazioni da Osteria di Largo dei Servi contro la Procura di Torino, accusata di "patire l'ambiente", di temere la famiglia Agnelli.
Prove a sostegno portate dal segugio di Repubblica? Nessuna. In compenso svariate interpretazioni e sillogismi scollegati dalla realtà: dall'archiviazione della prima indagine su Moggi (la richiesta di una proroga delle intercettazioni, scaduti i termini, avrebbe svelato agli indagati che avevano i telefoni sotto controllo), al fatto deplorevole che il giudice sportivo Maurizio Laudi chiedesse a chi rappresenta la Juve biglietto e posto auto al Delle Alpi, al fatto che il procuratore Maddalena avrà pure fatto condannare l'amministratore delegato della Fiat Cesare Romiti ma "non ha mai interrogato" gli Agnelli (i quali, piccolo particolare, non avevano commesso reati).

E poi c'è l'interpretazione, molto libera: nella frase di Maddanela "le inchieste non debbono procedere per intere categoria nè per fenomeni da estirpare" D'Avanzo ci legge una sicura critica a Guariniello, e nella frase del procuratore capo Caselli che commentava il nulla di cui sopra, "c'è qualcosa che mi sfugge", ci legge una "sindrome da complotti" usata per "eliminare i fatti a vantaggio delle emozioni". Certo spiace interrompere un emozione, ma i fatti sono le pesanti condanne ottenute dalla Procura di Torino: quella dell'amministratore delegato della FIat Cesare Romiti per falso in bilancio e quella, in primo grado, del capo dello staff medico juventino dottor Agricola per frode sportiva nell'inchiesta sul doping che vede alla sbarra anche Antonio Giraudo, e contro le cui assoluzioni in Appello la Procura ha ricorso in Cassazione; infine la nuova indagine su Moggi e Giraudo (per falso in bilancio) di cui si lagnava l'altro giorno lo scoordinato Antonio Polito sull'amico Foglio. Un bel sincrono che mette sotto accusa chi scopre gli scandali, mentre Moggi è capro espiatorio di poteri forti rigorosamente sprovvisti di nome e cognome, e contro cui regolarmente l'esperto alza il ditino.

Ma veniamo all'ultima perla di D'Avanzo, intitolata "Bompressi, Sofri e la legalità ripristinata". Giova ricordare, tanto per la cronaca e per tradurre il termine legalità, che Ovidio Bompressi e Adriano Sofri nel 2000 sono stati condannati in via definitiva a 22 anni di carcere rispettivamente come autore materiale e mandante dell'omicidio del commissario Luigi Calabresi. "Sarebbe infatti riduttivo- spiega D'Avanzo- credere che questa storia, che si trascina da 4 anni, sia unicamente il calvario personale subito da un uomo contro il quale lo Stato si è accanito con un potere punitivo inutilmente afflittivo, ormai mera vendetta politica. Questa storia è la storia di una violenza istituzionale- eversiva- inflitta dal governo, o meglio da un Ministro della Giustizia..." Sarebbe da capire in quali delle tante condanne definitive in cui non viene concessa la grazia, si tratta di "accanimento dello Stato" e quali dei 55mila detenuti italiani subiscono una punizione afflittiva, che, sempre per la cronaca, è prevista dal Codice penale e sancita dopo tre gradi di giudizio, e non dal volutamente ipercitato Castelli. Ma la parola chiave è la "vendetta politica", il leit motive ricicciato dalla prima amnistia "pacificatrice" voluta da Togliatti che fu il lavacro di migliaia di criminali sotto il fascismo, fino all'ultima datata 1990 che salvò dalla condanna anche un certo Silvio Berlusconi reo di falsa testimonianza.

Quando si scopre che la categoria "delinquente" combacia con quella del politico (amministratore, deputato, extraparlamentare ect.), subito la Casta di Lorsignori alza il ponte levatoio lanciando olio bollente e caimani contro i magistrati che indagano e i giornalisti che raccontano i fatti. Che il politico delinqua nell'esercizio delle sue funzioni, abbia rubato in precedenza da privato cittadino o nei periodi di transizione, non fa differenza: la parola politica fa scattare l'impunità. Ogni delitto, ruberia, ma anche immoralità non sanzionabile penalmente che viene imputata, è a prescindere dalla verità processuale e dalla realtà dei fatti, un attacco sul piano politico. Per far passare questo concetto, dopo il risveglio delle coscienze arrivato con la stagione di ManiPulite e dei processi istruiti dalla Procura di Palermo di Caselli sugli intrecci tra mafia,affari e politica, c'è voluta una Restaurazione. Inciuci sottobanco e avanguardisti come Sgarbi e Linguetta a linciare mediaticamente i magistrati hanno accompagnato le leggi ostacola-indagini, cancella-prove, raggiungi-prescrizione digerite dai cittadini proprio grazie al martellamento televisivo anti-giudici, ma anche minimizza-reati e santifica-corrotti, ovviamente da compatire e perdonare dopo anni di dorate latitanze o tre giorni a Rebibbia. Obbiettivo l'oblio, o meglio ancora l'assuefazione all'illegalità.

Più avanti scrive D'Avanzo:"La formula 'ingiustizia è fatta' e il paradigma (certezza della pena) che ha scelto svelano il suo (di Castelli) assoluto rifiuto a comprendere il senso più autentico della Grazia. Soprattutto quelle parole ci dicono il suo odio tutto politico per Bompressi e Sofri, trasformati ai suoi occhi in icone di una sinistra classista e radical-chic". D'accordo, stupidaggini dell'ingegner Ministro, ma che c'entra con le sentenze definitive in nome del popolo italiano, che considerano gli imputati colpevoli di un efferato omicidio? E sull'atto di clemenza:"La grazia, come ha argomentato buona parte dei costituzionalisti, non è stata mai in realtà riconducibile al potere di indirizzo politico di un governo. Come è giusto che sia per un atto gratuito, straordinario, residuo arcaico del potere di un sovrano, non di un governo, non di una coalizione politica, non dell'esercizio di potere esecutivo.. In attesa che la clemenza tocchi anche a Adriano Sofri e nella convinzione che la famiglia di Luigi Calabresi possa affidare alle generazioni future il dono del perdono e della riconciliazione, l'insegnamento che si può trarre da questa storia infinita è che la Costituzione si difende con severità e intransigenza. Sempre e comunque. Soprattutto quando in gioco è l'equilibrio tra i poteri dello Stato".

 

Qui non siamo neppure alla divisione dei poteri prevista dalle democrazie liberali che, se applicata appieno, dovrebbe eliminare qualsiasi interferenza sull'autonomia del potere giudiziario. Con la pretesa dell'atto calato dall'alto in stile legge ad personam, immediato e incontrastato, ci siamo teletrasportati allo jus vitae ac necis, appunto il"residuo arcaico del potere di un sovrano". Pensare che persino Vittorio Emanuele Orlando nell'Assemblea costituente del 1947, per limitare il richiamo al potere del sovrano assoluto (abbattuto dai princìpi egualitari e liberali della rivoluzione francese) di dispensare sudditi "favoriti" dall'osservanza delle leggi negò che nello Stato monarchico liberale la grazia potesse essere intesa come un'attribuzione personale del Re, ma essa doveva essere ritenuta condizionata o "limitata" dalla controfirma ministeriale (del Guardasigilli). Ma involuzioni democratiche a parte, chi è convinto che la famiglia di Calabresi, neppure informata della Grazia da Napolitano e Mastella, "possa affidare alle generazioni future il dono del perdono e della riconcilazione", se lo tenga per sè. Non aggiungiamo la beffa al danno di un Paese in cui ci si pacifica tra colpevoli di destra e di sinistra, tra compagni che sbagliano e camerati bombaroli, tra evasori e corruttori, tra Previti e Consorteria. Si riconciliano, si perdonano. Sulla pelle delle vittime e della collettività.

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