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Con
l'articolo "Bompressi, Sofri e la
legalità ripristinata" a firma
dell'esperto di giudiziaria Giuseppe
D'Avanzo si registrano due ossimori. E'
l'epilogo di una metamorfosi che ha
avuto il suo crescendo con le
insinuazioni da Osteria di Largo dei
Servi contro la Procura di Torino,
accusata di "patire l'ambiente", di
temere la famiglia Agnelli.
Prove a sostegno portate dal segugio di
Repubblica? Nessuna. In compenso
svariate interpretazioni e sillogismi
scollegati dalla realtà:
dall'archiviazione della prima indagine
su Moggi (la richiesta di una proroga
delle intercettazioni, scaduti i
termini, avrebbe svelato agli indagati
che avevano i telefoni sotto controllo),
al fatto deplorevole che il giudice
sportivo Maurizio Laudi chiedesse a chi
rappresenta la Juve biglietto e posto
auto al Delle Alpi, al fatto che il
procuratore Maddalena avrà pure fatto
condannare l'amministratore delegato
della Fiat Cesare Romiti ma "non ha mai
interrogato" gli Agnelli (i quali,
piccolo particolare, non avevano
commesso reati).
E poi c'è l'interpretazione, molto
libera: nella frase di Maddanela "le
inchieste non debbono procedere per
intere categoria nè per fenomeni da
estirpare" D'Avanzo ci legge una sicura
critica a Guariniello, e nella frase del
procuratore capo Caselli che commentava
il nulla di cui sopra, "c'è qualcosa che
mi sfugge", ci legge una "sindrome da
complotti" usata per "eliminare i fatti
a vantaggio delle emozioni". Certo
spiace interrompere un emozione, ma i
fatti sono le pesanti condanne ottenute
dalla Procura di Torino: quella
dell'amministratore delegato della FIat
Cesare Romiti per falso in bilancio e
quella, in primo grado, del capo dello
staff medico juventino dottor Agricola
per frode sportiva nell'inchiesta sul
doping che vede alla sbarra anche
Antonio Giraudo, e contro le cui
assoluzioni in Appello la Procura ha
ricorso in Cassazione; infine la nuova
indagine su Moggi e Giraudo (per falso
in bilancio) di cui si lagnava l'altro
giorno lo scoordinato Antonio Polito
sull'amico Foglio. Un bel sincrono che
mette sotto accusa chi scopre gli
scandali, mentre Moggi è capro
espiatorio di poteri forti rigorosamente
sprovvisti di nome e cognome, e contro
cui regolarmente l'esperto alza il
ditino.
Ma veniamo all'ultima perla di D'Avanzo,
intitolata "Bompressi, Sofri e la
legalità ripristinata". Giova ricordare,
tanto per la cronaca e per tradurre il
termine legalità, che Ovidio Bompressi e
Adriano Sofri nel 2000 sono stati
condannati in via definitiva a 22 anni
di carcere rispettivamente come autore
materiale e mandante dell'omicidio del
commissario Luigi Calabresi. "Sarebbe
infatti riduttivo- spiega D'Avanzo-
credere che questa storia, che si
trascina da 4 anni, sia unicamente il
calvario personale subito da un uomo
contro il quale lo Stato si è accanito
con un potere punitivo inutilmente
afflittivo, ormai mera vendetta
politica. Questa storia è la storia di
una violenza istituzionale- eversiva-
inflitta dal governo, o meglio da un
Ministro della Giustizia..." Sarebbe da
capire in quali delle tante condanne
definitive in cui non viene concessa la
grazia, si tratta di "accanimento dello
Stato" e quali dei 55mila detenuti
italiani subiscono una punizione
afflittiva, che, sempre per la cronaca,
è prevista dal Codice penale e sancita
dopo tre gradi di giudizio, e non dal
volutamente ipercitato Castelli. Ma la
parola chiave è la "vendetta politica",
il leit motive ricicciato dalla prima
amnistia "pacificatrice" voluta da
Togliatti che fu il lavacro di migliaia
di criminali sotto il fascismo, fino
all'ultima datata 1990 che salvò dalla
condanna anche un certo Silvio
Berlusconi reo di falsa testimonianza.
Quando si scopre che la categoria
"delinquente" combacia con quella del
politico (amministratore, deputato,
extraparlamentare ect.), subito la Casta
di Lorsignori alza il ponte levatoio
lanciando olio bollente e caimani contro
i magistrati che indagano e i
giornalisti che raccontano i fatti. Che
il politico delinqua nell'esercizio
delle sue funzioni, abbia rubato in
precedenza da privato cittadino o nei
periodi di transizione, non fa
differenza: la parola politica fa
scattare l'impunità. Ogni delitto,
ruberia, ma anche immoralità non
sanzionabile penalmente che viene
imputata, è a prescindere dalla verità
processuale e dalla realtà dei fatti, un
attacco sul piano politico. Per far
passare questo concetto, dopo il
risveglio delle coscienze arrivato con
la stagione di ManiPulite e dei processi
istruiti dalla Procura di Palermo di
Caselli sugli intrecci tra mafia,affari
e politica, c'è voluta una
Restaurazione. Inciuci sottobanco e
avanguardisti come Sgarbi e Linguetta a
linciare mediaticamente i magistrati
hanno accompagnato le leggi
ostacola-indagini, cancella-prove,
raggiungi-prescrizione digerite dai
cittadini proprio grazie al
martellamento televisivo anti-giudici,
ma anche minimizza-reati e
santifica-corrotti, ovviamente da
compatire e perdonare dopo anni di
dorate latitanze o tre giorni a Rebibbia.
Obbiettivo l'oblio, o meglio ancora
l'assuefazione all'illegalità.
Più avanti scrive D'Avanzo:"La formula
'ingiustizia è fatta' e il paradigma
(certezza della pena) che ha scelto
svelano il suo (di Castelli) assoluto
rifiuto a comprendere il senso più
autentico della Grazia. Soprattutto
quelle parole ci dicono il suo odio
tutto politico per Bompressi e Sofri,
trasformati ai suoi occhi in icone di
una sinistra classista e radical-chic".
D'accordo, stupidaggini dell'ingegner
Ministro, ma che c'entra con le sentenze
definitive in nome del popolo italiano,
che considerano gli imputati colpevoli
di un efferato omicidio? E sull'atto di
clemenza:"La grazia, come ha argomentato
buona parte dei costituzionalisti, non è
stata mai in realtà riconducibile al
potere di indirizzo politico di un
governo. Come è giusto che sia per un
atto gratuito, straordinario, residuo
arcaico del potere di un sovrano, non di
un governo, non di una coalizione
politica, non dell'esercizio di potere
esecutivo.. In attesa che la clemenza
tocchi anche a Adriano Sofri e nella
convinzione che la famiglia di Luigi
Calabresi possa affidare alle
generazioni future il dono del perdono e
della riconciliazione, l'insegnamento
che si può trarre da questa storia
infinita è che la Costituzione si
difende con severità e intransigenza.
Sempre e comunque. Soprattutto quando in
gioco è l'equilibrio tra i poteri dello
Stato".
Qui non siamo neppure alla divisione dei
poteri prevista dalle democrazie
liberali che, se applicata appieno,
dovrebbe eliminare qualsiasi
interferenza sull'autonomia del potere
giudiziario. Con la pretesa dell'atto
calato dall'alto in stile legge ad
personam, immediato e incontrastato, ci
siamo teletrasportati allo jus vitae ac
necis, appunto il"residuo arcaico del
potere di un sovrano". Pensare che
persino Vittorio Emanuele Orlando
nell'Assemblea costituente del 1947, per
limitare il richiamo al potere del
sovrano assoluto (abbattuto dai princìpi
egualitari e liberali della rivoluzione
francese) di dispensare sudditi
"favoriti" dall'osservanza delle leggi
negò che nello Stato monarchico liberale
la grazia potesse essere intesa come
un'attribuzione personale del Re, ma
essa doveva essere ritenuta condizionata
o "limitata" dalla controfirma
ministeriale (del Guardasigilli). Ma
involuzioni democratiche a parte, chi è
convinto che la famiglia di Calabresi,
neppure informata della Grazia da
Napolitano e Mastella, "possa affidare
alle generazioni future il dono del
perdono e della riconcilazione", se lo
tenga per sè. Non aggiungiamo la beffa
al danno di un Paese in cui ci si
pacifica tra colpevoli di destra e di
sinistra, tra compagni che sbagliano e
camerati bombaroli, tra evasori e
corruttori, tra Previti e Consorteria.
Si riconciliano, si perdonano. Sulla
pelle delle vittime e della
collettività.
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