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La
sindrome del ditino alzato Giuseppe
D'Avanzo l'ha sempre avuta. A processi
in fase avanzata e scandali bell'e che
scoperti, era un must l'editoriale del
giorno dopo per stupire con effetti
speciali, con l'ultima autorevole
stilettata per la serie: avrei agito e
raccontato meglio... Dopo le
intercettazioni su Moggi e la sua
Cupola, e la condanna definitiva in
Cassazione di Previti, alla faccia di
chi ha portato a termine quel processo
difficile, D'Avanzo parlava di capri
espiatori di poteri forti rigorosamente
ignoti. Ma non potrebbe bastare l'ego
ipertrofico a spiegare una metamorforsi
che nelle ultime settimane ha portato il
numero due di Repubblica ad aprire
varchi insperati ai berluscones più
immorali.
A partire dalla campagna lanciata contro
la Procura di Torino, accusata nemmeno
tanto velatamente di essere il nuovo
porto delle nebbie, di patire
l'ambiente, di temere la famiglia
Agnelli. Prove a sostegno? Nessuna. Solo
fatti scollegati fra loro e sillogismi
di rimando. L'archiviazione della prima
indagine su Moggi (chiusa dal Gip, e una
richiesta di proroga avrebbe svelato
agli indagati che avevano il telefono
sotto controllo, mentre la Procura ha
inviato correttamente il contenuto non
penalmente rilevante delle prime
intercettazioni alla Fgic) il giudice
sportivo Maurizio Laudi che chiedeva il
posto auto al Delle Alpi ai
rappresentanti della società Juventus, e
le strampalate accuse dell'uomo di Italo
Allodi, Armando Carbone, allo stesso
Laudi e al sostituto procuratore di
Torino Marabotto.
Il gioco, noto in altri lidi, è sempre
quello: attaccare chi scopre e indaga
sui reati. Negli editoriali su
Calciopoli, dove ignora sistematicamente
tutti i fatti rilevanti (dalle ipotesi
di reato e di illecito sportivo di
arbitri, dirigenti, designatori e
dirigenti federali fino al presidente
dimissionario della Caf Martellino
indagato per abuso d'ufficio), D'Avanzo
difende l'opera dei magistrati
napoletani - elucubrando sulle fughe di
notizie - solo per piazzare l'attacco
frontale: "I pm erano convinti di poter
ricostruire un ventennio di calcio
sporco, dimostrare la continuità del
Sistema e la discontinuità tra la
gestione di Italo Allodi e la mano di
Moggi. Allodi cade per un'inchiesta del
pubblico ministero di Torino Giuseppe
Marabotto, che vent'anni dopo ritroviamo
consulente giuridico del nuovo gestore
del Sistema. Armando Carbone,
interrogato, racconta: 'Quell'operazione
fu architettata da Luciano Moggi per
prendere il posto di Allodi. Non ho
esitazioni a dire che Marabutto e Laudi
furono strumenti di Moggi e sono persone
le quali Moggi ha continuato a
intrattenere rapporti fino a oggi".
Assist perfetto per Giuliano Ferrara,
che l'indomani sul Foglio scrive: "I
magistrati governano un sistema di
potere in combutta col quinto potere
della stampa, poi passano a processarlo
in maniera spiccia... la divina coppia
di cronisti d'assalto si è per qualche
ragione convertita al realismo politico
e storico... Ieri hanno raccontato che
al vertice del calcio c'era Allodi, il
capo dell'Inter vincente. Mediante uno
scandalo pilotato da magistrati quel
sistema fu sostituito dal sistema Moggi,
il capo della Juventus vincente che si è
servito degli stessi magistrati killer
del predecessore come consiglieri
giuridici per il funzionamento del nuovo
equilibrio di potere" e via rimestando
tra parcheggi, contatti, perfino le
cravatte regalate da Moggi a Caselli
dopo una serata di beneficenza con Juve
e Torino. Prove inoppugnabili che
consentono a Sua Intelligenza di tirare
in ballo "Galante Garrone e Bobbio", in
quanto torinesi.
Di fronte
a cotanta evidenza giù il cappello:
tutti colpevoli, nessun colpevole.
Stando ai fatti, invece, il procuratore
di Torino Marcello Maddalena fece
condannare l'amministratore delegato
della Fiat Cesare Romiti per falso in
bilancio, Guariniello scoprì gli abusi
nelle sale mediche aziendali di casa
Agnelli e le schedature Fiat, nel
processo sul doping ha fatto condannare
in primo grado il capo dello staff
medico juventino Agricola, contro la cui
assoluzione in Appello (assieme a
Giraudo) la Procura ha ricorso in
Cassazione. Quanto a Giancarlo Caselli,
colpevole di aver partecipato a una
serata di solidarietà, cosa che fa
regolarmente assieme all'associazione
Libera nel poco tempo libero, è
meritevole solo di aver lottato contro
il terrorismo al suo apice, e di essere
sceso a Palermo dopo le stragi di Capaci
e Via D'Amelio. Risultato: la cattura di
centinaia di latitanti, il sequestro e
la confisca di un quantitativo record di
beni mafiosi, il disvelamento degli
intrecci tra mafia, politica e affari
(che assicurano lunga vita a Cosa
Nostra) grazie a processi che hanno
portato a condanne di presunti
insospettabili e quasi intoccabili come
Bruno Contrada, Marcello Dell'Utri (9
anni in primo grado per concorso esterno
in associazione mafiosa), alla sentenza
definitiva di colpevolezza di Andreotti,
per il quale la Cassazione ha sancito il
"reato commesso ma prescritto di
associazione a delinquere fino alla
primavera del 1980".
Un servitore dello Stato che ha speso la
vita dalla parte della legalità e delle
vittime, rischiando la pelle in trincea,
mentre chi lo attacca se ne sta dietro
scrivanie dorate al grido di "armiamoci
e partite" contro terrorismi invisibili
mentre l'associazione criminale più
potente del Pianeta ce l'abbiamo in
casa, o propina il "cosi fan tutti" per
assuefare all'illegalità. E il gemello
acquisito D'Avanzo, già nel 2001,
convergeva nel criticare l'inchiesta su
Dell'Utri: "Ma perchè si parla di cose
già archiviate?", si chiese l'indomani
di Satyricon con Travaglio e Luttazzi.
Il segugio ignorava, evidentemente,
l'imponente materiale probatorio che
portò alla sonora condanna dell'ideatore
di Forza Italia, altrimenti, ne siamo
certi, avrebbe alzato il ditino. Ma
torniamo alle ultime perle.
Nel criticare la fuga di notizie e
rilevare l'importanza dell'effetto
sorpresa D'Avanzo scrive: "Naturale che
i pubblici ministeri vogliano
approfittare dello smarrimento per
raccogliere una più autentica
testimonianza. E' il loro maligno
mestiere: indebolire gli attori per
comprendere la trama della storia. A
questo servivano anche gli arresti".
Strano che un esperto non sappia che le
richieste di custodia cautelare arrivano
quando esiste il pericolo di fuga, di
inquinamento delle prove, o di
reiterazione del reato. Assist perfetto
per Ferrara, che l'indomani insacca al
volo "Una fuga provvidenziale di
notizie, che secondo la coppia divina ha
al centro l'Arma dei Carabinieri, ha
impedito una caterva di arresti, e con
essi il trionfo maligno
dell'intimidazione nella maestà maligna
della legge. Nonostante la conversione,
permane un residuo di tradizionalismo
borbonico anche nei neopentecostali del
calcio politico italiano perchè Bonini e
D'Avanzo pensano che il mestiere delle
toghe è estorcere confessioni, non
raccogliere prove ed eventualmente
patteggiare testimonianze..".
Autogol fintamente casuali che si
susseguono a ritmo impressionante a
cominciare dall'articolo "Bompressi,
Sofri e la legalità ripristinata" in cui
D'Avanzo descrive uno "Stato che si è
accanito con un potere punitivo
inutilmente afflittivo, ormai mera
vendetta politica..." ricicciando la
teoria tanto cara ai berluscones
dell'"odio politico" che nulla c'entra
con due condanne definitive a 22 anni di
carcere per l'omicidio del commissario
Calabresi. Ed elogia la Grazia col
decisivo argomento che si tratta di "un
residuo arcaico del potere di un
sovrano". Del neo-Ministro della
Giustizia già testimone di nozze del
mafioso Campanella, che ai detenuti si
rivolge con un simpatico "sono più il
Ministro vostro che dei magistrati",
predispone un ddl dai tempi biblici che
consente a due articoli della Castelli
di entrare in vigore, chiede alla Cdl di
trattare dialogare su tutto,
dall'amnistia alle riforme alla
limitazione delle intercettazioni,
D'Avanzo trova un'unica pecca: il fatto
di non riuscire a realizzare l'amnistia.
Intravede persino il "berlusconismo"
nell'illusione dell'amnistia. Sulla
scelta di non evitare l'entrata in
vigore dalla Castelli, ecco in sequenza
le opinioni del vicedirettore di
Repubblica. "Le ragioni della Giustizia
non sono in cima alle preoccupazioni di
Governo e Colle... Ha ragione anche
Napolitano perchè essendo stato eletto
unilateralmente ed avendo concesso la
Grazia a Bompressi non può andare al
terzo braccio di ferro (finito il bonus
che fa, non firma più?, ndr)... Ha
ragione anche il governo perchè non
vuole affrontare l'aggressione
dell'opposizione. Nella conversione di
un decreto legge, i tempi in aula non
sono contingentabili, la maggioranza
teme, soprattutto al Senato, le pratiche
ostruzionistiche del centrodestra". Già,
pare che la maggioranza sarà risicata
per 5 anni: dunque basta decreti, solo
proposte condivise con Berlusconi.
Continua: "Politica e magistratura
devono riappropriarsi del proprio
ruolo.. " Forse un riferimento al fatto
che la politica deve fare pulizia al
proprio interno quando si configurano
comportamenti immorali? No: "C'è stata
una crescita del potere giudiziario, che
regola limiti, ricerca scientifica e uso
terapie intensive, conflitti di lavoro e
controversie familiari (risolto: tra
impresa e lavoratore licenziato ci metti
Brunetta, tra moglie e marito Livia
Turco, ndr)... Il pasticcio Castelli può
diventare da "piccolo affare di
categoria" (sic), occasione per
migliorare il livello di civiltà di
competitività del sistema". Che suona un
po' come la sveglia alle 9 di Mastella.
I processi si velocizzano con
investimenti che permettano di
ammodernare gli uffici e potenziare gli
organici sottodimensionati, e con
riforme che riducano le tecniche
dilatorie (ad es. il calcolo della
prescrizione solo nella fase
istruttoria).
Qual è invece, la proposta urgente
nell'ultimo editoriale di D'Avanzo? La
limitazione delle intercettazioni. In
perfetta assonanza con l'altro amico del
Foglio Antonio Polito, e scavalcando in
un sol colpo anche i più titubanti
berluscones, a tal punto che Castelli
rispolvera la sua proposta di legge mai
approvata e Mastella attinge
dall'articolo a piene mani: "In realtà
una magistratura pigra abusa delle
intercettazioni - spiega D'Avanzo - con
quel metodo di lavoro invasivo, si
afferra rapidamente il risultato
oggettivo senza dannarsi troppo
l'anima". E che male c'è, a scovare
chiaro e lampante, oggettivo, un reato?
"Oggi si intercetta per il piccolissimo
spaccio e per il grande traffico di
droga, per la manipolazione di un Opa e
per una truffa di poche centinaia di
migliaia di euro. E' sufficiente
contestare l'associazione a delinquere.
La bulimia intercettatoria ha numeri
spaventosi che oggi non hanno confronti
internazionali". Ci risiamo col ditino:
anche gli eroi napoletani hanno peccato.
"Nel 2001 i telefoni intercettati sono
stati 32.000... nel 2005 hanno superato
i 107.000. Ogni anno sarebbero
intercettate oltre un milione e 500 mila
persone".
Le mafie vantano 1 milione e 800mila
affiliati, esclusi i colletti bianchi, e
controllano capillarmente tre regioni e
mezza potendo contare sull'omertà e
sulla rete di protezione e interessi
politico-economici insospettabili. Come
li combatti, senza intercettazioni e con
"fair play", come suggeriva il Polito
margherito sul Foglio? La pubblicazione
"è quasi sempre colorata da un irritante
ipocrisia. Per non rimanere
tartufescamente nel vago si può parlare
di come il Corriere della Sera ha
maneggiato l'affare giudiziario del
Savoia". Usando il metro d'avanzesco,
potremmo creare un collegamento con la
perquisizione al Corriere e il sequestro
del computer di Fiorenza Sarzanini,
brava giornalista che domenica e lunedì
ha pubblicato le intercettazioni più
rilevanti, per nulla gossippare (si
parla di corruzione di funzionari dei
Monopoli di Stato in cambio di nulla
osta per slot machine nei Casinò, dei
reati di concussione sessuale oltrechè
sfruttamento della prostituzione, non
dei bacetti di Anna Falchi).
I carabinieri hanno sequestrato il pc su
disposizione della Procura di Roma che
indaga sulle fughe di notizie
riguardanti calciopoli. Una bella
tempistica. "In sette pagine piene non
si riesce a capire di cosa si sta
parlando - dice il perspicace D'Avanzo -
quali sono i fatti che hanno provocato
l'indagine e gli arresti... Il
giornalismo italiano diffonde a piene
mani intercettazioni non per fare
informazione, per rispettare quel patto
etico con il lettore che gli impone di
rendere (anche con frasi rubate)
comprensibile la realtà.." Cosa c'è di
più vero di intercettazioni di
conversazioni autentiche, perciò
didascaliche? I collegamenti pindarici,
le frasi rubate (quelle si) e i
sillogismi di D'Avanzo, of course. Ma
non si preoccupi: nella battaglia contro
la piaga delle intercettazioni che
scoprono i reati, è in buona compagnia.
Dal pioniere degli attacchi alla
magistratura Ostellino all'ex presidente
Cossiga che attacca il pm di Potenza
Woodcock definendolo "giudice
ragazzino", così come veniva chiamato il
giudice Rosario Livatino ammazzato dalla
mafia, a Gianfranco Fini che continua a
giurare sulla probità di Sottile (ma se
il termine di paragone è il suo Capo
pluri-prescritto e amnistiato, si
capisce) a Nania e Santanchè che
minimizzano, a Mastella che s'affanna a
chiedere rapidità e a limitare la
"bulimia" di intercettazioni di una
magistratura "pigra", giù giù fino
all'amicone del Foglio che in prima
pagina sventola: "Vittorio Emanuele sarà
anche un personaggio discutibile, ma il
suo accusatore sarebbe capace di fare
arrestare pure il Papa" e in seconda
ripropone l'articolo del numero 2 di
Repubblica, giornale fondato da Eugenio
Scalfari. E affondato da un ditino.
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