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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 15 MAGGIO 2006
Ferrara e Baffetto, l'inciucio imperfetto

STEFANO SANTACHIARA

Sono grandi strateghi, abili nell'ignorare la volontà degli elettori alla ricerca spasmodica e persino sguaiata dell'inciucio, entrambi potentissimi, l'uno è il primo consigliere dell'uomo-politico più ricco del Pianeta, l'altro è nell'agone da circa vent'anni, controlla un partito e 200 parlamentari, con tanto di pamphlet d'opinione al seguito, codazzo di scribacchini sparsi qua e là per l'Italia stampata, e grandi capacità d'influenza sul mondo politico e giornalistico indipendente.

Nonostante tutto, un po' come quando la Juve gioca all'estero e i manovratori non possono tentacolare ovunque, riescono nell'impresa di non azzeccarne una, uscendone simpaticamente da perdenti e arroganti. Dopo aver amabilmente definito "coniglio" il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il direttore del Foglio si scaglia contro chiunque, Fini e Casini nel centrodestra, Rutelli e non-dalemiani del centrosinistra, giornali cattolici, società civile, abbia opposto resistenza all'approdo di D'Alema al Quirinale. Come non comprendere il grande salto di qualità, l'interesse di tale operazione? Forse perché l'interesse, invece che del Paese, era più prosaicamente quello di Berlusconi Silvio & friends.

Nervi tesi anche per il presidente Ds Massimo D'Alema, che ieri rispondeva piccato persino alle domandine buone di Massimo Giannini di Repubblica, segno che nell'operazione-simpatia delle sedicenti "generose rinunce", qualcosa è andato storto. Ma come avrebbero potuto, gli elettori, rivalutare un leader politico noto per le sconfitte elettorali e i macroscopici errori modello Bicamerale che ancor oggi si ritrova a dettar condizioni alla ricerca di scranni d'onore, tra l'altro ripetendo quasi alla lettera quel tentativo di accordo con Berlusconi? Non è che gli italiani abbiano votato, una volta uscito dalla porta il monopolista, prescritto, evasore fiscale che ha legiferato pro domo sua, per vederselo rientrare dalla finestra.

E invece, all'indomani della sconfitta della Cdl e con Prodi ancora in attesa di formare il nuovo governo, questi si sono gettati anima e corpo nel sogno di primavera, esplicitandolo in modo eccessivo: il sostegno alla candidatura quirinalizia di D'Alema da parte dei big Confalonieri e Dell'Utri, la scelta di imporre subito un unico nome alla delegazione del centrodestra obbligandolo così a rifiutare, e infine quella specie di programma presidenziale pubblicato da Fassino sul Foglio. Sapevano che era un azzardo, ma ugualmente hanno sfidato le forze politiche non disponibili, la libera stampa (in un editoriale Ferrara addita Scalfari, Mieli e Rossanda) e l'opinione pubblica, perché il fine era di rendere digeribile e sdoganare "l'inciucio".

Grazie alla ripetizione ossessiva di tanti pennivendoli sulla necessità di riformare Costituzione e Istituzioni, Ferrara ha ospitato sul Foglio la proposta di Fassino di un programma presidenziale prefigurante di fatto una coabitazione alla francese premier-Capo dello Stato, e dunque definito dall'ex presidente delle Corte costituzionale Valerio Onida "eversivo", irricevibile in quanto il Presidente della Repubblica è ovviamente il garante della Costituzione, non un riformatore.

Ma andiamo ai contenuti dei punti programmatici enunciati da Fassino. Il quale, invocando persino la "fine della guerra", assicura ambiguamente che si farà "carico delle scelte di chi lo ha preceduto nel nome dell'interesse nazionale". Ossia continuità? Poi i quattro grandi compiti del Capo dello Stato: "Se vi sarà crisi, dovrà sciogliere il Parlamento e chiedere al Paese di tornare alle urne". Peccato che secondo le leggi italiane prima di sciogliere le Camere le forze politiche debbano ricercare le possibili maggioranze in Parlamento. "Sulle grandi questioni internazionali ricercare la massima intesa possibile". Detta così suona ragionevole, ma bisognerà vedere quanto saranno ragionevoli gli Usa e staterelli satellite nell'architettare nuove guerre preventive: massima intesa o scelte autonome come fecero Chirac, Shroeder e Zapatero contro la guerra illegale e alimenta-terrorismo in Iraq? Ancora sull'impellenza riformista: "Dovrà vigilare dal Colle affinché, dopo la bocciatura del referendum confermativo sulla riforma del governo Berlusconi, si porti a conclusione una transizione costituzionale da troppi anni incompiuta". Infine il punto molto amato dai berluscones: "Come presidente del Consiglio superiore della magistratura, dovrà evitare ogni possibile cortocircuito tra giustizia e politica". Già, proprio un grosso problema. Peccato che il temuto "corto circuito" lo potranno evitare solo i politici quando la finiranno di accettare candidature di delinquenti o direttamente quando smetteranno di delinquere: in Parlamento ci sono 17 pregiudicati e un'ottantina tra imputati e inquisiti. Quattro bei punti di programma post-elettorale su cui sarebbe un tantino corretto conoscere il parere degli elettori.

 

Per il momento comunque gli è andata buca, ma Ferrara non tema d'annoiarsi per lo spiacevole inconveniente che una guerra e un inciucio non si inventano dall'oggi al domani. Le intuizioni dell'avanguardista Cristian Rocca che a prescindere dalle vergogne crescenti di ora in ora difende a spada tratta la Triade juventina dai cattivi magistrati, infatti, lo stanno costringendo a doppi carpiati da manuale. Accostando alle consuete teorie amorali di craxiana memoria l'articolo dell'interista Mercenaro con qualche critica alle ruberie di Moggi e il Berlusconi che, facendo finta di ignorare il patto d'acciaio stretto con la Triade, ora vuole assegnati due scudetti al Milan. Intorcinamenti non facili che non fanno onore al pioniere della lotta alla magistratura. Che dedichi una virile puntata di Ottoemezzo alle persecuzioni giustizialiste nei confronti dei poveri Giraudo e Moggi, sfidando quei pochi inguaribili tifosi moralisti. Dopo tredici anni di martellamento mediatico anti-giudici e santifica-corrotti che ha assuefatto molti italiani all'illegalità, teme ancora le monetine?

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