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Sono
grandi strateghi, abili nell'ignorare la
volontà degli elettori alla ricerca
spasmodica e persino sguaiata
dell'inciucio, entrambi potentissimi,
l'uno è il primo consigliere
dell'uomo-politico più ricco del
Pianeta, l'altro è nell'agone da circa
vent'anni, controlla un partito e 200
parlamentari, con tanto di pamphlet
d'opinione al seguito, codazzo di
scribacchini sparsi qua e là per
l'Italia stampata, e grandi capacità
d'influenza sul mondo politico e
giornalistico indipendente.
Nonostante tutto, un po' come quando la
Juve gioca all'estero e i manovratori
non possono tentacolare ovunque,
riescono nell'impresa di non azzeccarne
una, uscendone simpaticamente da
perdenti e arroganti. Dopo aver
amabilmente definito "coniglio" il
presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, il direttore del Foglio si
scaglia contro chiunque, Fini e Casini
nel centrodestra, Rutelli e
non-dalemiani del centrosinistra,
giornali cattolici, società civile,
abbia opposto resistenza all'approdo di
D'Alema al Quirinale. Come non
comprendere il grande salto di qualità,
l'interesse di tale operazione? Forse
perché l'interesse, invece che del
Paese, era più prosaicamente quello di
Berlusconi Silvio & friends.
Nervi tesi anche per il presidente Ds
Massimo D'Alema, che ieri rispondeva
piccato persino alle domandine buone di
Massimo Giannini di Repubblica, segno
che nell'operazione-simpatia delle
sedicenti "generose rinunce", qualcosa è
andato storto. Ma come avrebbero potuto,
gli elettori, rivalutare un leader
politico noto per le sconfitte
elettorali e i macroscopici errori
modello Bicamerale che ancor oggi si
ritrova a dettar condizioni alla ricerca
di scranni d'onore, tra l'altro
ripetendo quasi alla lettera quel
tentativo di accordo con Berlusconi? Non
è che gli italiani abbiano votato, una
volta uscito dalla porta il monopolista,
prescritto, evasore fiscale che ha
legiferato pro domo sua, per vederselo
rientrare dalla finestra.
E invece, all'indomani della sconfitta
della Cdl e con Prodi ancora in attesa
di formare il nuovo governo, questi si
sono gettati anima e corpo nel sogno di
primavera, esplicitandolo in modo
eccessivo: il sostegno alla candidatura
quirinalizia di D'Alema da parte dei big
Confalonieri e Dell'Utri, la scelta di
imporre subito un unico nome alla
delegazione del centrodestra
obbligandolo così a rifiutare, e infine
quella specie di programma presidenziale
pubblicato da Fassino sul Foglio.
Sapevano che era un azzardo, ma
ugualmente hanno sfidato le forze
politiche non disponibili, la libera
stampa (in un editoriale Ferrara addita
Scalfari, Mieli e Rossanda) e l'opinione
pubblica, perché il fine era di rendere
digeribile e sdoganare "l'inciucio".
Grazie alla ripetizione ossessiva di
tanti pennivendoli sulla necessità di
riformare Costituzione e Istituzioni,
Ferrara ha ospitato sul Foglio la
proposta di Fassino di un programma
presidenziale prefigurante di fatto una
coabitazione alla francese premier-Capo
dello Stato, e dunque definito dall'ex
presidente delle Corte costituzionale
Valerio Onida "eversivo", irricevibile
in quanto il Presidente della Repubblica
è ovviamente il garante della
Costituzione, non un riformatore.
Ma andiamo ai contenuti dei punti
programmatici enunciati da Fassino. Il
quale, invocando persino la "fine della
guerra", assicura ambiguamente che si
farà "carico delle scelte di chi lo ha
preceduto nel nome dell'interesse
nazionale". Ossia continuità? Poi i
quattro grandi compiti del Capo dello
Stato: "Se vi sarà crisi, dovrà
sciogliere il Parlamento e chiedere al
Paese di tornare alle urne". Peccato che
secondo le leggi italiane prima di
sciogliere le Camere le forze politiche
debbano ricercare le possibili
maggioranze in Parlamento. "Sulle grandi
questioni internazionali ricercare la
massima intesa possibile". Detta così
suona ragionevole, ma bisognerà vedere
quanto saranno ragionevoli gli Usa e
staterelli satellite nell'architettare
nuove guerre preventive: massima intesa
o scelte autonome come fecero Chirac,
Shroeder e Zapatero contro la guerra
illegale e alimenta-terrorismo in Iraq?
Ancora sull'impellenza riformista:
"Dovrà vigilare dal Colle affinché, dopo
la bocciatura del referendum
confermativo sulla riforma del governo
Berlusconi, si porti a conclusione una
transizione costituzionale da troppi
anni incompiuta". Infine il punto molto
amato dai berluscones: "Come presidente
del Consiglio superiore della
magistratura, dovrà evitare ogni
possibile cortocircuito tra giustizia e
politica". Già, proprio un grosso
problema. Peccato che il temuto "corto
circuito" lo potranno evitare solo i
politici quando la finiranno di
accettare candidature di delinquenti o
direttamente quando smetteranno di
delinquere: in Parlamento ci sono 17
pregiudicati e un'ottantina tra imputati
e inquisiti. Quattro bei punti di
programma post-elettorale su cui sarebbe
un tantino corretto conoscere il parere
degli elettori.
Per il momento comunque gli è andata
buca, ma Ferrara non tema d'annoiarsi
per lo spiacevole inconveniente che una
guerra e un inciucio non si inventano
dall'oggi al domani. Le intuizioni
dell'avanguardista Cristian Rocca che a
prescindere dalle vergogne crescenti di
ora in ora difende a spada tratta la
Triade juventina dai cattivi magistrati,
infatti, lo stanno costringendo a doppi
carpiati da manuale. Accostando alle
consuete teorie amorali di craxiana
memoria l'articolo dell'interista
Mercenaro con qualche critica alle
ruberie di Moggi e il Berlusconi che,
facendo finta di ignorare il patto
d'acciaio stretto con la Triade, ora
vuole assegnati due scudetti al Milan.
Intorcinamenti non facili che non fanno
onore al pioniere della lotta alla
magistratura. Che dedichi una virile
puntata di Ottoemezzo alle persecuzioni
giustizialiste nei confronti dei poveri
Giraudo e Moggi, sfidando quei pochi
inguaribili tifosi moralisti. Dopo
tredici anni di martellamento mediatico
anti-giudici e santifica-corrotti che ha
assuefatto molti italiani
all'illegalità, teme ancora le monetine?
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