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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 29 MAGGIO 2006
L'avvocato di Moggiopoli

Stefano Santachiara

Giuliano Ferrara le ha provate tutte nella difesa disperata di quel che rappresenta Moggi, ossia il potere immorale che calpesta regole e leggi pur di vincere. Saltando a piè pari da mane e sera tra le peggiori teorie giustificazioniste o negazioniste, dal motto craxiano del "cosi fan tutti", al fatalpopulistico ora in disgrazia della "palla comunque rotonda", al machiavellico de "Il fine giustifica i mezzi". Ha provato anche ad addentrarsi nella specifica dei fatti, cercando di applicare distinguo tra quanto emerso inconfutabilmente dalle intercettazioni (le designazioni truccate, le ammonizioni sistematicamente prestabilite e i risultati ottenuti a gentile richiesta) e l'effettiva corruzione da dimostrare partita per partita con specifica dazione di denaro.

Ma se per quanto attiene la sfera penale i tre gradi di giudizio valuteranno il peso probatorio del contenuto delle telefonate assieme alle testimonianze e alle altre prove raccolte dagli inquirenti, il giudizio morale sulla Cupola di Moggi&friends è già didascalia a caratteri cubitali, con buona pace di Sua Intelligenza. I cui distinguo, infatti, risultano incomprensibili ai tifosi e ininfluenti alla giustizia sportiva, che configura l'illecito sportivo anche già nel "tentativo di influenzare", e dunque prospetta alla cara Juventus tentacolare (l'arrogante Lippi, che era arrivato assieme alla Triade, accenda un cero alla Madonna e chieda scusa a Zeman) una sacrosanta retrocessione, oltre alla revoca degli scudetti che saranno considerati rubati. Il paladino Ferrara si è persino ridotto, nell'epica puntata-simpatia di Ottoemezzo in difesa della Triade juventina con Mughini incorporato, a paragonare le pressioni di Moggi a quelle dei partiti durante la formazione di un Governo. Pressioni che per quanto deprecabili non c'entrano nulla con chi manovra gli arbitri a proprio vantaggio.

Accortosi dell'errorucolo, qualche giorno dopo ha pubblicato due lettere di aficionados al Foglio: l'una parlava di pressioni al Csm per trasferimenti e nomine di magistrati, e l'altra accostava la vicinanza tra giocatore e arbitro a quella tra pubblico ministero e giudice del Tribunale. A parte che nel primo caso si fatica a cogliere un nesso diretto, visto che l'evocata sentenza-partita aggiustata dal giudice-arbitro non sarebbe immediata e automatica dopo un trasferimento del Csm così come avviene nel calcio con la designazione settimanale, c'è solo un piccolo problema: non c'è alcuna telefonata, alcuna prova, niente di niente su quelle pressioni evocate dai due lettori. Panzane in libertà. Se poi vogliamo parlare di sentenze comprate e vendute, è stato appena condannato a 6 anni in via definitiva dalla Cassazione il braccio sinistro dell'Amor Loro, Cesare Previti, insieme agli avvocati Pacifico, Acampora per corruzione in atti giudiziari: avevano comprato per conto della Sir dei Rovelli la sentenza della Corte d'Appello civile presieduta dal giudice Vittorio Metta (condannato anch'egli) che assegnava alla Sir il maxirisarcimento di 1000 miliardi di vecchie lire dalla banca Imi, allora pubblica. E ricorderà, da buon Elefante, che nel processo Sme-Ariosto Previti è stato condannato anche in secondo grado per aver tenuto a libro paga, coi soldi di Berlusconi (prescritto in primo grado grazie alla concessione delle attenuanti generiche), l'ex Gip romano Renato Squillante. Dunque è vero, sono stati trovati anche alcuni magistrati corrotti: quelli coi conti in Svizzera che hanno ricevuto bonifici da Previti e Berlusconi.

Ma tornando alla mission impossible di Ferrara, un camaleonte del contenuto amorale che gioca sui tempi lunghi e dunque si poggia su chiunque in quel momento possa alzare il livello di assuefazione all'illegalità (da notare che perfino Berlusconi, invece, guarda alla convenienza del momento, come fece durante ManiPulite) per cancellare Calciopoli l'unica cosa sarebbe una bella legge-vergogna. Perchè le nomine di due uomini indipendenti, di due servitori delle istituzioni come Guido Rossi alla Federcalcio e Francesco Saverio Borrelli (da incorniciare le reazioni isteriche alla sua nomina, un giusto riconoscimento, tardivo e non esaustivo, per l'importante lavoro svolto alla Procura di Milano) all'Ufficio indagini della giustizia sportiva, esaudiranno le richieste di verità e di giustizia dei tifosi.

A questo tragico punto, al Foglio non resta che sbattere il Polito in prima pagina. L'ex direttore dell'inserto satirico "Il Riformista" fresco deputato della Margherita, si legge, sta lavorando a una proposta di legge bipartisan per una Commissione d'inchiesta sulle violazioni di legge e delle libertà personali causate dall'abuso giuridico e dalla pubblicazione illegale delle intercettazioni telefoniche. Come sempre, in Italia, il problema non sono gli scandali e chi li commette, ma chi li scopre. E infatti il "punto di partenza dell'iniziativa", ha spiegato Polito al Foglio, è lo stato di totale e completa illegalità di tutta la vicenda, sia nella sua prima ondata sulle banche, sia adesso che è finito sotto accusa il calcio: "Tutto quello che abbiamo letto non è pubblico, quindi non poteva essere divulgato, se non in modo arbitrario". Panzana numero uno: quando le intercettazioni vengono rese note agli indagati e ai loro avvocati, non c'è più il segreto d'indagine, e dunque sono pubblicabili (fatte salvo questioni prettamente personali che violano la privacy). Continua il noto giureconsulto: "Stiamo lasciando degradare il concetto di prova fino a comprendervi cose dette, quando invece dovrebbero contare le cose che si fanno, non quelle che si dichiarano". Macchè confessioni, o gli inquirenti, rigorosamente accompagnati dagli avvocati del reo, assistono al delitto o niente, ciccia. Sai quante condanne. Inoltre, aggiunge Polito al Foglio, spesso le intercettazioni non vengono disposte per trovare conferma a gravi indizi di reato, ma per cercarli. L'inchiesta di Torino, per esempio, era nata sul doping, ma con i telefoni sotto controllo si è trasformata in indagine sui bilanci delle squadre e poi sugli arbitri". Insomma, se si cerca un ladro e ci s'imbatte in un mafioso, non si fà, non è bello. "In termini di fair play c'è la stessa differenza tra pescare con l'amo e quella a strascico, nel primo caso di cerca di far abboccare il singolo pesce, nel secondo si getta una rete di 300 metri e quello che si prende si prende". Insomma, per trovare i delinquenti in un Paese, l'Italia, che vanta 1milione e 800mila affiliati alle mafie esclusi i colletti bianchi, le intercettazioni dovrebbero essere una rarità. E, nella partita tra guardie e ladri, le guardie devono stare attente al "fair play".

 

Poi c'è da combattere la piaga dei giudici che talvolta accolgono le richieste dei pm. La proposta è di "rendere più autonomo il Gip, oppure di affidare l'autorizzazione a intercettare a un collegio di giudici". Non è dato sapere (forse un riferimento alla mitica separazione delle carriere?) cosa significhi "più autonomo" visto che già esiste la separazione delle funzioni tra magistrati inquirenti (o requirenti) e magistrati giudicanti. La prossima idea geniale potrebbe essere la chiusura dell'indagine alla prima richiesta del pm non accolta dal Gip, nel solco della tradizione della legge Pecorella sull'inappellabilità in caso di assoluzione. Una legge dall'alto profilo incostituzionale che, sebbene avrebbe potuto contrastare l'increscioso fenomeno delle condanne, sarà presto cancellata dalla prode maggioranza di centrosinistra. La quale, recependo religiosamente i rilievi esplicitati dal presidente Ciampi nel respingere il ddl, pare abbia notato che la Pecorella calpesta la parità tra l'Accusa e la Difesa sancita dall'articolo 111 della Costituzione. Che fare, dunque? Al prossimo tea of high society Ferrara e Polito potrebbero invitare l'avvenente Anna Finocchiaro dei Ds, che al Foglio aveva ignorato ottimamente l'articolo 111 riservando alla Pecorella la critica per l'intasamento della Cassazione. Forse per le sue doti di individuazione delle priorità è stata scelta come capogruppo dell'Ulivo al Senato. Sulla candidatura di Andreotti alla presidenza del Senato, infatti, la Finocchiaro riteneva "sbagliato politicamente e anche strategicamente ricordare le vicissitudini processuali" (la Cassazione in via definitiva ha sancito per Andreotti il "reato di associazione a delinquere fino alla primavera dell'80 commesso ma prescritto") mentre c'erano "ben altri argomenti a suo sfavore: per esempio l'età". Il riformismo modernista: meglio mafiosi che vecchi. Ecco: il motto della legge bipartisan potrebbe essere "meglio mafiosi che intercettati".

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