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Giuliano
Ferrara le ha provate tutte nella difesa
disperata di quel che rappresenta Moggi,
ossia il potere immorale che calpesta
regole e leggi pur di vincere. Saltando
a piè pari da mane e sera tra le
peggiori teorie giustificazioniste o
negazioniste, dal motto craxiano del
"cosi fan tutti", al fatalpopulistico
ora in disgrazia della "palla comunque
rotonda", al machiavellico de "Il fine
giustifica i mezzi". Ha provato anche ad
addentrarsi nella specifica dei fatti,
cercando di applicare distinguo tra
quanto emerso inconfutabilmente dalle
intercettazioni (le designazioni
truccate, le ammonizioni
sistematicamente prestabilite e i
risultati ottenuti a gentile richiesta)
e l'effettiva corruzione da dimostrare
partita per partita con specifica
dazione di denaro.
Ma se per quanto attiene la sfera penale
i tre gradi di giudizio valuteranno il
peso probatorio del contenuto delle
telefonate assieme alle testimonianze e
alle altre prove raccolte dagli
inquirenti, il giudizio morale sulla
Cupola di Moggi&friends è già didascalia
a caratteri cubitali, con buona pace di
Sua Intelligenza. I cui distinguo,
infatti, risultano incomprensibili ai
tifosi e ininfluenti alla giustizia
sportiva, che configura l'illecito
sportivo anche già nel "tentativo di
influenzare", e dunque prospetta alla
cara Juventus tentacolare (l'arrogante
Lippi, che era arrivato assieme alla
Triade, accenda un cero alla Madonna e
chieda scusa a Zeman) una sacrosanta
retrocessione, oltre alla revoca degli
scudetti che saranno considerati rubati.
Il paladino Ferrara si è persino
ridotto, nell'epica puntata-simpatia di
Ottoemezzo in difesa della Triade
juventina con Mughini incorporato, a
paragonare le pressioni di Moggi a
quelle dei partiti durante la formazione
di un Governo. Pressioni che per quanto
deprecabili non c'entrano nulla con chi
manovra gli arbitri a proprio vantaggio.
Accortosi dell'errorucolo, qualche
giorno dopo ha pubblicato due lettere di
aficionados al Foglio: l'una parlava di
pressioni al Csm per trasferimenti e
nomine di magistrati, e l'altra
accostava la vicinanza tra giocatore e
arbitro a quella tra pubblico ministero
e giudice del Tribunale. A parte che nel
primo caso si fatica a cogliere un nesso
diretto, visto che l'evocata
sentenza-partita aggiustata dal
giudice-arbitro non sarebbe immediata e
automatica dopo un trasferimento del Csm
così come avviene nel calcio con la
designazione settimanale, c'è solo un
piccolo problema: non c'è alcuna
telefonata, alcuna prova, niente di
niente su quelle pressioni evocate dai
due lettori. Panzane in libertà. Se poi
vogliamo parlare di sentenze comprate e
vendute, è stato appena condannato a 6
anni in via definitiva dalla Cassazione
il braccio sinistro dell'Amor Loro,
Cesare Previti, insieme agli avvocati
Pacifico, Acampora per corruzione in
atti giudiziari: avevano comprato per
conto della Sir dei Rovelli la sentenza
della Corte d'Appello civile presieduta
dal giudice Vittorio Metta (condannato
anch'egli) che assegnava alla Sir il
maxirisarcimento di 1000 miliardi di
vecchie lire dalla banca Imi, allora
pubblica. E ricorderà, da buon Elefante,
che nel processo Sme-Ariosto Previti è
stato condannato anche in secondo grado
per aver tenuto a libro paga, coi soldi
di Berlusconi (prescritto in primo grado
grazie alla concessione delle attenuanti
generiche), l'ex Gip romano Renato
Squillante. Dunque è vero, sono stati
trovati anche alcuni magistrati
corrotti: quelli coi conti in Svizzera
che hanno ricevuto bonifici da Previti e
Berlusconi.
Ma tornando alla mission impossible di
Ferrara, un camaleonte del contenuto
amorale che gioca sui tempi lunghi e
dunque si poggia su chiunque in quel
momento possa alzare il livello di
assuefazione all'illegalità (da notare
che perfino Berlusconi, invece, guarda
alla convenienza del momento, come fece
durante ManiPulite) per cancellare
Calciopoli l'unica cosa sarebbe una
bella legge-vergogna. Perchè le nomine
di due uomini indipendenti, di due
servitori delle istituzioni come Guido
Rossi alla Federcalcio e Francesco
Saverio Borrelli (da incorniciare le
reazioni isteriche alla sua nomina, un
giusto riconoscimento, tardivo e non
esaustivo, per l'importante lavoro
svolto alla Procura di Milano)
all'Ufficio indagini della giustizia
sportiva, esaudiranno le richieste di
verità e di giustizia dei tifosi.
A questo tragico punto, al Foglio non
resta che sbattere il Polito in prima
pagina. L'ex direttore dell'inserto
satirico "Il Riformista" fresco deputato
della Margherita, si legge, sta
lavorando a una proposta di legge
bipartisan per una Commissione
d'inchiesta sulle violazioni di legge e
delle libertà personali causate
dall'abuso giuridico e dalla
pubblicazione illegale delle
intercettazioni telefoniche. Come
sempre, in Italia, il problema non sono
gli scandali e chi li commette, ma chi
li scopre. E infatti il "punto di
partenza dell'iniziativa", ha spiegato
Polito al Foglio, è lo stato di totale e
completa illegalità di tutta la vicenda,
sia nella sua prima ondata sulle banche,
sia adesso che è finito sotto accusa il
calcio: "Tutto quello che abbiamo letto
non è pubblico, quindi non poteva essere
divulgato, se non in modo arbitrario".
Panzana numero uno: quando le
intercettazioni vengono rese note agli
indagati e ai loro avvocati, non c'è più
il segreto d'indagine, e dunque sono
pubblicabili (fatte salvo questioni
prettamente personali che violano la
privacy). Continua il noto
giureconsulto: "Stiamo lasciando
degradare il concetto di prova fino a
comprendervi cose dette, quando invece
dovrebbero contare le cose che si fanno,
non quelle che si dichiarano". Macchè
confessioni, o gli inquirenti,
rigorosamente accompagnati dagli
avvocati del reo, assistono al delitto o
niente, ciccia. Sai quante condanne.
Inoltre, aggiunge Polito al Foglio,
spesso le intercettazioni non vengono
disposte per trovare conferma a gravi
indizi di reato, ma per cercarli.
L'inchiesta di Torino, per esempio, era
nata sul doping, ma con i telefoni sotto
controllo si è trasformata in indagine
sui bilanci delle squadre e poi sugli
arbitri". Insomma, se si cerca un ladro
e ci s'imbatte in un mafioso, non si fà,
non è bello. "In termini di fair play
c'è la stessa differenza tra pescare con
l'amo e quella a strascico, nel primo
caso di cerca di far abboccare il
singolo pesce, nel secondo si getta una
rete di 300 metri e quello che si prende
si prende". Insomma, per trovare i
delinquenti in un Paese, l'Italia, che
vanta 1milione e 800mila affiliati alle
mafie esclusi i colletti bianchi, le
intercettazioni dovrebbero essere una
rarità. E, nella partita tra guardie e
ladri, le guardie devono stare attente
al "fair play".
Poi c'è da combattere la piaga dei
giudici che talvolta accolgono le
richieste dei pm. La proposta è di
"rendere più autonomo il Gip, oppure di
affidare l'autorizzazione a intercettare
a un collegio di giudici". Non è dato
sapere (forse un riferimento alla mitica
separazione delle carriere?) cosa
significhi "più autonomo" visto che già
esiste la separazione delle funzioni tra
magistrati inquirenti (o requirenti) e
magistrati giudicanti. La prossima idea
geniale potrebbe essere la chiusura
dell'indagine alla prima richiesta del
pm non accolta dal Gip, nel solco della
tradizione della legge Pecorella
sull'inappellabilità in caso di
assoluzione. Una legge dall'alto profilo
incostituzionale che, sebbene avrebbe
potuto contrastare l'increscioso
fenomeno delle condanne, sarà presto
cancellata dalla prode maggioranza di
centrosinistra. La quale, recependo
religiosamente i rilievi esplicitati dal
presidente Ciampi nel respingere il ddl,
pare abbia notato che la Pecorella
calpesta la parità tra l'Accusa e la
Difesa sancita dall'articolo 111 della
Costituzione. Che fare, dunque? Al
prossimo tea of high society Ferrara e
Polito potrebbero invitare l'avvenente
Anna Finocchiaro dei Ds, che al Foglio
aveva ignorato ottimamente l'articolo
111 riservando alla Pecorella la critica
per l'intasamento della Cassazione.
Forse per le sue doti di individuazione
delle priorità è stata scelta come
capogruppo dell'Ulivo al Senato. Sulla
candidatura di Andreotti alla presidenza
del Senato, infatti, la Finocchiaro
riteneva "sbagliato politicamente e
anche strategicamente ricordare le
vicissitudini processuali" (la
Cassazione in via definitiva ha sancito
per Andreotti il "reato di associazione
a delinquere fino alla primavera dell'80
commesso ma prescritto") mentre c'erano
"ben altri argomenti a suo sfavore: per
esempio l'età". Il riformismo
modernista: meglio mafiosi che vecchi.
Ecco: il motto della legge bipartisan
potrebbe essere "meglio mafiosi che
intercettati".
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