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Dalle
prime pagine dei giornali e dalle
copertine dei TG “l’emergenza
permanente” di Napoli è già stata
archiviata, dato che negli ultimi due
giorni non ci sono stati nuovi morti, ma
è morto “solo” un giovane che era stato
accoltellato in precedenza. Grande
rilievo è riservato “alla solitudine” di
Bassolino, al silenzio attorno a lui del
partito, quel partito che gli ha chiesto
prima di non rompere con Ciriaco De Mita
e poi di accordarsi con Mastella, alle
parole di solidarietà che, unico tra i
big dell’Unione, gli ha riservato
Massimo D’Alema.
Di Locri e del delitto Fortugno,
nonostante che la vedova continui a
chiedere che si faccia ulteriormente
luce sul rapporto tra politica e
‘ndrangheta e che “i ragazzi” continuino
a denunciare il silenzio e la lontananza
delle istituzioni, dopo le celebrazioni
dell’anniversario non c’è più traccia
nell’agenda politica e mediatica.
Tra le tante dichiarazioni e
contro-dichiarazioni all’interno di
quello che viene definito “Il processo
al rinascimento napoletano” e cioè
l’analisi e la critica forse fin troppo
prevedibili alla “primavera napoletana”
di Bassolino, tra gli inizi e la metà
degli anni ’90 ve ne sono alcune che
fotografano perfettamente il
trasformismo e la restaurazione che
hanno prevalso sul cambiamento, non solo
a Napoli. Una delle testimoni di quella
stagione, coautrice del libro uscito
allora “Verso un rinascimento
napoletano” (concepito originariamente
con un punto interrogativo) Daniela
Lepore dopo undici anni commenta “La
politica simbolica doveva essere
sostenuta da un ricambio della classe
dirigente. Invece, finita la quarantena,
sono tornati a galla gli stessi notabili
che avevano girato attorno al
pentapartito…” (Il Corriere del 4
novembre). Un altro protagonista di
quegli anni sul fronte della giustizia,
Nicola Quatrano che allora indagava
sulla tangentopoli partenopea e oggi è
giudice del Riesame dà un giudizio
ancora più netto: “Il cosiddetto
Rinascimento Napoletano cambiò poco o
nulla. La città in gran parte rimase
alla finestra, aspettando di vedere come
sarebbe andata a finire per balzare sul
carro del vincitore. Il guaio è che dal
carro, al momento giusto, vennero fatti
scendere tutti quelli che l’avevano
trascinato fin lì e furono imbarcati i
rottami del passato opportunamente
riverniciati. Come risultato, ci
ritroviamo oggi con una classe dirigente
fra le più scadenti d’Italia…”.(Corriere
del 4 novembre “Buttati giù dal carro.
Per far posto ai rottami del passato”).
Una “tendenza” analoga, e cioè la
mancanza di coraggio e di volontà di
andare avanti nella lotta alla mafia
dopo la stagione di riscatto che aveva
contraddistinto i primi anni ’90, emerge
dall’analisi di Pino Arlacchi, sociologo
e profondo conoscitore del fenomeno. In
una intervista al Quotidiano nazionale
del 6 novembre dichiara che “la mafia si
poteva vincere, ma allo Stato mancò il
coraggio”, ricorda come “negli anni ’90
la gente voleva ribellarsi” e come
l’insieme degli strumenti, dalla
legislazione sui collaboratori di
giustizia a quella sulla confisca dei
beni e sugli appalti, avrebbero
consentito di voltare pagina. “Gli
strumenti degli anni ’90, se supportati
da un vero e costante impegno politico e
civile avrebbero potuto assestare il
colpo di grazia alla criminalità
organizzata”. Sappiamo che non è andata
così. E alla domanda sul rapporto e la
competizione tra mafia italiana e mafie
straniere, Pino Arlacchi risponde: “la
mafia italiana è tornata a concentrarsi
con maggiore forza sulle tradizionali
fonti di reddito: estorsione, usura,
appalti pubblici. Non ci vuole molto a
calcolare il profitto realizzato dalle
mafie negli ultimi tre anni. Un esempio?
L’ospedale di Locri era controllato
dalle cosche locali. La sanità incide
per il 40% sulla spesa pubblica degli
enti locali. Se la mafia locale
intercettasse appena il 10% verrebbero
fuori cifre molto interessanti. Profitti
derivanti dagli appalti pubblici che
compensano ‘la quota’ perduta per la
concorrenza di gruppi internazionali e a
causa delle inchieste”.
Anche da questa intervista emerge la
distanza siderale che intercorre tra la
retorica della lotta alle mafie da parte
di quella politica che ha le maggiori
responsabilità anche quando non arriva
alla perfetta simbiosi con la mafia
dietro allo slogan “la mafia fa schifo”,
e la denuncia documentata e
circostanziata dell’infiltrazione
mafiosa nello Stato e nelle istituzioni.
Diritto- dovere di informare che se
scrupolosamente esercitato non passa
“inosservato”, almeno per qualcuno. Non
sono, infatti, ancora archiviate le
reazioni sdegnate e minacciose della
politica alla puntata di AnnoZero che si
è occupata della relazione sulla ASL di
Locri, anche se, prevedibilmente,
l’offensiva ha dispiegato tutta la sua
potenza di fuoco contro Santoro e la
Gabanelli quando hanno osato, benché
recidivi, toccare due nervi sempre
scoperti come i processi a Berlusconi e
la Rai targata Meocci.
Per chi ha minore visibilità e sta ai
margini del mondo dell’informazione,
benché sia un periodico on line
regolarmente registrato e abbia un
direttore responsabile, autorevole e
conosciuto come Elio Veltri, possono
accadere in progressione cose un po’ più
“strane” e molto spiacevoli.
Il testo integrale della relazione
amministrativa sulla ASL di Locri, non
più secretata, che è stata oggetto di
una puntata di AnnoZero, che è stata
pubblicata su Repubblica.it, che viene
letta integralmente da Reporter 24 radio
de Il sole 24 Ore, è stata oscurato sul
sito di www.democrazialegalita.it e di
www.genovaweb.org .
Ma per la redazione di
www.democrazialegalita.it non si tratta
“solo” della rimozione del documento.
Dopo il sequestro dei computer a seguito
della perquisizione nelle case dei due
redattori di Firenze inquisiti per
“divulgazione di atti d’ufficio”, dal 4
novembre il sito è sotto “sequestro
preventivo” il che significa che è di
fatto chiuso e non può essere
aggiornato.
Nessuno di tali provvedimenti, che
rapportati ad un periodico cartaceo
equivalgono al sequestro dei locali
della redazione, delle rotative e dei
mezzi di distribuzione, è stato
notificato al direttore responsabile, né
è pervenuta la richiesta, come è
avvenuto per altre redazioni, di
rimozione “spontanea” della pagina web
incriminata.
Si può solo confidare che il trattamento
riservato a www.democrazialegalita.it
possa venire a conoscenza di molti
cittadini che hanno a cuore la lotta
alla mafia e alla illegalità come
priorità democratica e sia di stimolo ad
una richiesta sempre più diffusa e
consapevole di informazione.
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