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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 25 NOVEMBRE 2006
I rischi della democrazia dei piccoli partiti
Tommaso Merlo

Il Governo Prodi regge in Parlamento, e festeggia un epilogo probabilmente felice dell'odissea Finanziaria. La stessa che i cittadini hanno bocciato dalle piazze e dai sondaggi. Tra loro vi sono minoranze che vogliono difendere privilegi, e maggioranze che vogliono cambiamento e modernizzazione, aspettative deluse per l'ennesima volta dalla politica dei piccoli partiti che ha prodotto la politica dei piccoli passi, e delle mezze misure. Cioè di quello che rimane dopo che i progetti politici sono passati al setaccio della miriade di avidi attori che affollano l'arena politica. Una tendenza che allarga pericolosamente il divario tra società e politica, fino a far presagire scenari agghiaccianti. Ma da dove nasce tale tendenza, e che conseguenza potrebbe avere? L'origine del circolo vizioso che impedisce al potere politico di svolgere il suo ruolo, è la crisi dei partiti tradizionali. Divenuti delle piccole chiese senza fedeli, imperniabili e avulsi dalla vita del cittadino moderno, i partiti hanno dovuto reagire. Ma invece di rinnovarsi, hanno preferito occupare gli spazi pubblici, ed appoggiarsi ad attori esterni. Oltre, infatti, alle lottizzazioni di massa che servono ai partiti per opporsi al loro declino, la politica dei piccoli partiti è vittima di un gioco fatale con una miriade di attori. Un gioco basato sullo scambio: i piccoli partiti hanno bisogno di risorse e voti, gli attori esterni vogliono invece incidere sulle decisioni politiche a loro vantaggio. Tra gli attori esterni più attivi vi sono le corporazioni, le associazioni di categoria, i sindacati. Tutti organismi basati su istanze sacrosante ma che data la debolezza dei partiti, oggi riescono a dettare l'agenda politica sbandierando l'interesse dei loro affiliati come interesse generale.

 

C'è poi la burocrazia, che dovendo gestire realtà sempre più complesse, ha sviluppato competenze specialistiche tali da ritagliarsi fette di autonomia, e quindi potere, tali da imporsi perfino sulla politica rendendola operativamente impotente. Ci sono poi gli affari, che muovono una quantità di risorse immensa rispetto ai piccoli partiti, e che elargiscono appoggi in cambio di santi in paradiso. Gli enormi costi della politica mediatica rendono gli affari un attore sempre più invadente. Insomma, costretta ad assecondare le esigenze dei suoi detrattori, la politica dei piccoli partiti ha perso pezzi di potere. Altri pezzi li perde, poi, quando è costretta a costruire improbabili alleanze elettorali. Coalizioni che sono la sommatoria degli interessi particolari, e che confermano come il fine principale dei piccoli partiti siano le poltrone in parlamento. Perché senza le poltrone l'intero gioco fatale crollerebbe. Ma oggi in gioco c'è ben altro. La politica dei piccoli partiti ha frantumato il potere politico rendendolo impotente e irresponsabile. E poiché la democrazia non è una conquista eterna, se le aspettative del cittadino venissero deluse troppo a lungo, si potrebbero scatenare derive antidemocratiche. Cioè voglia di un sistema politico meno giusto e meno democratico, ma in grado almeno di esercitare un potere politico che si imponga sugli egoismi particolari. Per questo, invece di festeggiare l'epilogo di un iter imbarazzante, la politica dovrebbe riflettere su quanto successo, sul malcontento che serpeggia nel paese, e su come riconquistare l'indipendenza e il potere perduto, prima che sia troppo tardi.

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