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Il
Governo Prodi regge in Parlamento, e
festeggia un epilogo probabilmente
felice dell'odissea Finanziaria. La
stessa che i cittadini hanno bocciato
dalle piazze e dai sondaggi. Tra loro vi
sono minoranze che vogliono difendere
privilegi, e maggioranze che vogliono
cambiamento e modernizzazione,
aspettative deluse per l'ennesima volta
dalla politica dei piccoli partiti che
ha prodotto la politica dei piccoli
passi, e delle mezze misure. Cioè di
quello che rimane dopo che i progetti
politici sono passati al setaccio della
miriade di avidi attori che affollano
l'arena politica. Una tendenza che
allarga pericolosamente il divario tra
società e politica, fino a far presagire
scenari agghiaccianti. Ma da dove nasce
tale tendenza, e che conseguenza
potrebbe avere? L'origine del circolo
vizioso che impedisce al potere politico
di svolgere il suo ruolo, è la crisi dei
partiti tradizionali. Divenuti delle
piccole chiese senza fedeli,
imperniabili e avulsi dalla vita del
cittadino moderno, i partiti hanno
dovuto reagire. Ma invece di rinnovarsi,
hanno preferito occupare gli spazi
pubblici, ed appoggiarsi ad attori
esterni. Oltre, infatti, alle
lottizzazioni di massa che servono ai
partiti per opporsi al loro declino, la
politica dei piccoli partiti è vittima
di un gioco fatale con una miriade di
attori. Un gioco basato sullo scambio: i
piccoli partiti hanno bisogno di risorse
e voti, gli attori esterni vogliono
invece incidere sulle decisioni
politiche a loro vantaggio. Tra gli
attori esterni più attivi vi sono le
corporazioni, le associazioni di
categoria, i sindacati. Tutti organismi
basati su istanze sacrosante ma che data
la debolezza dei partiti, oggi riescono
a dettare l'agenda politica sbandierando
l'interesse dei loro affiliati come
interesse generale.
C'è poi la burocrazia, che dovendo
gestire realtà sempre più complesse, ha
sviluppato competenze specialistiche
tali da ritagliarsi fette di autonomia,
e quindi potere, tali da imporsi perfino
sulla politica rendendola operativamente
impotente. Ci sono poi gli affari, che
muovono una quantità di risorse immensa
rispetto ai piccoli partiti, e che
elargiscono appoggi in cambio di santi
in paradiso. Gli enormi costi della
politica mediatica rendono gli affari un
attore sempre più invadente. Insomma,
costretta ad assecondare le esigenze dei
suoi detrattori, la politica dei piccoli
partiti ha perso pezzi di potere. Altri
pezzi li perde, poi, quando è costretta
a costruire improbabili alleanze
elettorali. Coalizioni che sono la
sommatoria degli interessi particolari,
e che confermano come il fine principale
dei piccoli partiti siano le poltrone in
parlamento. Perché senza le poltrone
l'intero gioco fatale crollerebbe. Ma
oggi in gioco c'è ben altro. La politica
dei piccoli partiti ha frantumato il
potere politico rendendolo impotente e
irresponsabile. E poiché la democrazia
non è una conquista eterna, se le
aspettative del cittadino venissero
deluse troppo a lungo, si potrebbero
scatenare derive antidemocratiche. Cioè
voglia di un sistema politico meno
giusto e meno democratico, ma in grado
almeno di esercitare un potere politico
che si imponga sugli egoismi
particolari. Per questo, invece di
festeggiare l'epilogo di un iter
imbarazzante, la politica dovrebbe
riflettere su quanto successo, sul
malcontento che serpeggia nel paese, e
su come riconquistare l'indipendenza e
il potere perduto, prima che sia troppo
tardi.
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