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Sono contento
di cominciare la mia rubrica settimanale che
ho deciso di chiamare “Un dovere civile” da
una citazione di Oriana Fallaci. A questa
donna, figura discussa e controversa, va
dato il merito di essere stata libera e
coraggiosa, due virtù che mancano a molti
dei giornalisti, degli scrittori e degli
intellettuali di oggi. A prescindere dalle
sue idee, la filosofia che animava i suoi
scritti non può che essere condivisa: “vi
sono momenti nella vita in cui tacere
diventa una colpa e parlare diventa un
obbligo. Un dovere civile, una sfida morale,
un imperativo categorico al quale non ci si
può sottrarre”. Sulla scorta dunque di
questa filosofia che vorrei fare mia, mi
sembra un dovere civile scrivere, data la
recente epidemia che lo sta funestando, del
popolo cubano. Non per ideologia
anticomunista o filoamericana, ma perché il
motto orwelliano “tutti gli animali sono
uguali, ma qualche animale è più uguale
degli altri” ancora vigente nella sinistra,
non può essere applicato anche alla
categoria delle dittature. Già Massimo
Giannini, vicedirettore di Repubblica, il 15
agosto scorso, ci aveva offerto un quadro
dell’isola: la proprietà privata resta di
fatto vietata (un fatto che può sembrare
affascinante, ma assai anacronistico),
l’economia va avanti grazie alla corruzione
e al sommerso, i servizi sono gratuiti, ma
uno stipendio medio è di 20 euro (“una
miseria”, commenta il giornalista) e “le
ragazze ti fermano a Parque Cespedes, al
centro di Santiago, per chiederti una
saponetta, o frotte di ragazzini scalzi ti
inseguono per le vie di Empedrado, all'Avana
vecchia, per chiederti una penna a biro (la
scuola gliene dà solo una all'anno)”,
ovunque si incontrano sacche di povertà,
carenze d’infrastrutture, i dissidenti sono
in carcere per il semplice motivo di essere
tali, da 50 anni non ci sono libere elezioni
ed un solo partito è ammesso, il partito
comunista ovviamente.
Nei giorni
scorsi sono emerse nuove notizie. In modo
clandestino, si capisce. I dissidenti sui
loro siti internet hanno denunciato
un’epidemia diffusa tra il popolo cubano sin
dall’ aprile scorso. A dar loro manforte,
molti medici e infermieri in forma anonima,
L’Organizzazione Mondiale della Sanità e la
giornalista messicana Yolanda Martinez,
reduce da un viaggio nell’isola. Un insetto
chiamato aedes aegypti trasmette il
dengue, la malattia meglio nota come febbre
spacca – ossa che provoca emorragie mortali.
Secondo medici e infermieri è una “crisi che
ha messo in ginocchio l’isola”; l’Oms parla
di un migliaio di morti; Yolanda Martinez ha
scritto che “in una sola provincia i morti
sono 270, tra cui dozzine di bambini”; ed ha
aggiunto: “non esistono cifre ufficiali
perché il regime ha imposto il top secret”.
Ed infatti Jose San Martin Martinez, il
responsabile del settore malattie infettive
al Ministero della Sanità ha detto che “il
pericolo di ‘un’epidemia di dengue non
esiste”, sebbene gli ospedali siano
stracolmi di malati di dengue.
Ma tutto
torna. Sempre la Martinez ha scritto che
nessuno si azzarda a pronunciare in pubblico
la parola dengue. Non sia mai i cittadini
cubani siano informati e prendano qualche
cautela. E’ la dittatura, bellezza.
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