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Quando ha
dovuto lasciare l’incarico gravoso che
si era assunto, riformare il mondo
malato del calcio, per assumere quello
forse altrettanto impegnativo e non meno
emergenziale in Telecom, Guido Rossi ha
detto qualcosa di particolarmente
significativo.
In una intervista a Repubblica ha fatto
un apprezzamento di Francesco Saverio
Borrelli che non è solo una sintesi
perfetta della sua passione civile e
della sua lealtà ai valori fondanti di
una democrazia liberale: quelle parole
esprimevano anche qualcosa di più di un
auspicio per i tifosi e soprattutto per
i cittadini italiani. “In questo paese
ci sono persone di una dedizione
magnifica come Francesco Saverio
Borrelli che ci fanno onore. …Nella
nuova impresa mi farò guidare dai suoi
principi: l’amore per lo Stato di
diritto, il senso della legalità,
l’avversione contro le interferenze
della politica”.
Non è altro che la fotografia dell’uomo
e del magistrato che si era assunto con
infinita generosità e con il coraggio
che ha sempre dimostrato un compito al
limite dell’impossibile e che aveva
rassegnato le dimissioni da capo
dell’ufficio indagini insieme a Rossi,
Gamberale, Ruperto.
L’auspicio e la speranza di Guido Rossi
erano che Francesco Saverio Borrelli
restasse a capo dell’ufficio indagini
per continuare a farle sul serio pur tra
mille ostacoli come ha sempre fatto e,
dopo le rassicurazioni ottenute dal
ministro Melandri, dal nuovo commissario
della Figc Pancalli e dall’apposita
commissione parlamentare, il capo
dell’ufficio indagini ha accettato di
ritirare le dimissioni.
I punti che in tutte le sedi, a
cominciare dalla commissione
parlamentare, l’ex capo di Mani Pulite
ha tenuto saldamente fermi sono
sostanzialmente tre e sono
irrinunciabili per rimettere in funzione
un sistema collassato sotto il peso del
marciume e delle connivenze: un
ampliamento dei poteri investigativi
dell’ufficio; una riduzione dei gradi di
giudizio e l’introduzione del
patteggiamento; una revisione autentica
della vendita dei diritti televisivi
tutta sbilanciata a favore dei club più
potenti.
La realizzazione di questi obiettivi è
la conditio sine qua non per superare il
passato e, al di là delle convergenze di
facciata, troverà resistenze forse
insormontabili.
Come notava, con grande tristezza
all’indomani delle sentenze “perdoniste”
e della sbornia mondiale, Gerardo
D’Ambrosio “gli italiani dimenticano
presto e se per Mani Pulite ci sono
voluti due anni per Calciopoli sono
bastati due mesi”. E se si tiene conto
del deleterio combinato disposto delle
prese di posizione a favore dei
truffatori e degli affossatori del
calcio da parte di politici
“rappresentativi”, dal guardasigilli
Mastella ai sindaci “di sinistra”, e
della compiacenza di gran parte
dell’informazione per “la disinvoltura”
dei manovratori, non si è autorizzati a
nutrire troppe speranze.
Le cosiddette “interviste” a Moggi
fondate sul monologo e sul divieto
assoluto di fare qualsiasi cenno alla
Gea dicono molto del clima in generale e
dello stato dell’informazione e del
servizio pubblico in particolare.
Non si può certo azzardare che la
“Repubblica fondata sul pallone” possa
almeno poggiare in un futuro prossimo su
un pallone pulito, ma c’è una certezza:
a capo delle indagini e a suggerire
autorevolmente le nuove regole, senza le
quali non è pensabile alcun durevole
cambiamento, resiste un uomo che non si
accontenta di rassicurazioni generiche e
che non ha timore di pestare i piedi a
chicchessia.
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