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Dopo
cinque anni di governo Berlusconi, le
aspettative seguite alla vittoria del
centrosinistra, erano moltissime. E dopo
un avvio sotto tono, la legge
Finanziaria rappresentava l’occasione
per comprendere appieno la mission del
governo Prodi, la sua idea di paese, la
sua forza riformatrice. Ebbene, la via
crucis che la Finanziaria sta
percorrendo prima ancora di arrivare in
Parlamento, solleva parecchi dubbi sul
fatto che la classe dirigente di
centrosinistra abbia capito la posta in
gioco. E cioè, le conseguenze in caso di
un secondo fallimento politico. Per
comprenderle bisogna fare un passo
indietro. Quando, agli inizi degli anni
novanta, il successo politico di Forza
Italia e l’ascesa di Berlusconi, era
stata erroneamente attribuita ad una
potente operazione di marketing.
Interpretazione smentita anche dalle
ultime elezioni politiche dove, dopo
un’intera legislatura, Forza Italia si è
confermata primo partito. Il fenomeno
Berlusconi, alle sue origini, cosi come
oggi, si basa su un fortissimo desiderio
di modernizzazione. Un desiderio che,
unito alla devastante disillusione verso
i partiti e la politica in generale, ha
alimentato il populismo neoliberale.
Esasperati da una politica inconcludente
e autoreferenziale, oppressi da uno
stato pesante ed inefficiente,
disgustati da un declino morale che non
risparmia niente e nessuno, molti
cittadini, tra una coalizione di
politici di professione ed un
imprenditore di successo, sono ancora
tentati dalla seconda alternativa. In
tali periodi di crisi, del galateo
istituzionale, del politically correct o
perfino della morale non importa niente
a nessuno. Conta solo uscire dal
pantano, a qualunque costo. In tale
scenario, la sfida politica del governo
Prodi, è quindi duplice. Da una parte
contrastare l’antipolitica di cui si
nutre il populismo, e dimostrare che si
possa modernizzare il paese nel rispetto
delle regole e delle istituzioni.
Attraverso, cioè, una politica
democratica invece che con gli strappi
di un uomo forte. Dall’altra riaffermare
certi contenuti, e anteporre ad un
neoliberismo basato su un vago abbandono
al mercato, un modello di sviluppo
armonico e socialmente responsabile. E
dimostrare che vi sia un alternativa
allo smantellamento della cosa pubblica,
una via capace di riforme profonde ma
compatibili con le esigenze sociali.
Ebbene, la Finanziaria del governo Prodi
sembra fallire su entrambi i fronti. Da
una parte rimane impantanata nel circolo
vizioso delle concessioni e dei
compromessi tardivi, mostrando la
debolezza tipica di chi è costretto ad
accontentare tutti. Dall’altra, sui
contenuti, aumenta le tasse, come
conferma la Banca d’Italia, senza
proporre un chiaro e forte disegno di
riforme. Se Prodi e il suo ministro non
riusciranno in fretta a prendere le
redini politiche della situazione, la
Finanziaria potrà logorare oltre misura
l’intero governo, e scatenare il fronte
del governissimo. Morto anche quello, ci
aspetterà una nuova fase populista.
Questa volta più lunga e dolorosa.
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