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“Se per
caso facessimo rete Gentiloni, non so se
ci sarebbe Porta a Porta, ma comunque
non la faremo”. Responsabile dell’atto
di lesa maestà, dopo anni di
genuflessioni di politici e
pseudogiornalisti nella cosiddetta Terza
Camera del Parlamento, è il Ministro
delle Telecomunicazioni Gentiloni. I
simboli, si sa, sono importanti. Segnano
dei precedenti pericolosi per la Casta
che detiene senza soluzione di
continuità il potere politico e
mediatico in un Paese al 57esimo posto
nelle classifiche internazionali sulla
libertà d’informazione e col numero
record di pregiudicati e imputati in
Parlamento. Così come il disegno di
legge Gentiloni, nonostante non
recepisca le sentenze della Corte
Costituzionale che impongono da tredici
anni di ridurre da 3 a 2 le reti
Mediaset, intervenga solo limitatamente
sui tetti pubblicitari e rimandi al 2009
il trasferimento di Rete 4 e di una rete
Rai sul digitale, è un segnale positivo.
Tutto il contrario dell’infinita
discussione sul conflitto d’interessi,
dove per evitare l’applicazione della
legge Scelba sull’ineleggibilità per i
titolari di pubbliche concessioni o
l’incandidabilità
per chi non vende le proprie televisioni,
si è inscenato un apposito dibattito per
arrivare a soluzioni assolutamente
ininfluenti: a parte il fatto che
l’incompatibilità governativa
consentirebbe al Berlusconi capo
dell’opposizione di utilizzare la
potenza di fuoco delle tv prossima
campagna elettorale compresa, le
soluzioni del blind trust o della
sterilizzazione dei voti nel cda
dell’azienda ovviamente non contano
nulla nel caso di Mediaset, i cui
giornalisti saprebbero durante la
gestione fiduciaria chi è di fatto e
tornerà presto ad essere anche
formalmente il padrone. Invece sul
versante anti-trust l’eliminazione dello
scandaloso Sic, l'introduzione del pur
altissimo tetto del
45% per la raccolta pubblicitaria,
l’aver fissato entro 90 giorni l'obbligo
di presentazione di un piano di
trasferimento sul digitale, da attuare
entro 15 mesi dall’approvazione della
legge, e la vendita da parte dello Stato
delle frequenze analogiche liberate,
anche se non garantirà lo spazio vitale
per la nascita di un terzo polo
televisivo, segna una piccola sconfitta
- la prima in vent'anni - per il magnate
Berlusconi. Una cosa inimmaginabile per
chi ha sempre vissuto in simbiosi con la
politica sin dai tempi di Craxi e anche
nei governi di centrosinistra precedenti,
che hanno ignorato totalmente il
conflitto d'interessi e le più
elementari norme anti-trust, ha potuto
realizzare una continua crescita di
Mediaset, definita da D'Alema
"patrimonio del Paese".
Dopotutto come vuoi considerare
Berlusconi Silvio, imprenditore dai
primi miliardi di provenienza ignota,
pluriprescritto per corruzione e
finanziamento illecito, evasore fiscale
conclamato, la cui azienda pagava
tangenti alla Guardia di Finanza, col
braccio destro condannato in primo grado
per concorso esterno in associazione
mafiosa e tentata estorsione e quello
sinistro già pregiudicato per corruzione?
Stavolta invece il governo, che in
materia di Giustizia e Informazione si
sta comportando esattamente come i
precedenti non mantenendo nessuna delle
promesse elettorali, grazie al disegno
di legge sul riordino del mercato
radiotelevisivo potrebbe arrecare danno
all'uomo politico più ricco del mondo,
in grado di controllare direttamente o
indirettamente i gangli vitali del Paese
grazie all'innaturale e finora sempre
crescente potere mediatico, politico e
finanziario. E difatti si nota, dopo il
rifiuto di Gentiloni ad apportare
modifiche al testo varato in Consiglio
dei Ministri, che
al di là dei lacrimamenti d'ordinanza
cresce la preoccupazione di Giuliano
Ferrara alla ricerca disperata dei tanti
inciucisti in Parlamento, chiamati a
raccolta da continui messaggi
semiclandestini(sul Foglio). Non tanto
per il lontano trasferimento di Rete4 o
per la perdita di un 6,7% di pubblicità,
ma perchè in un’Italietta “caimanizzata”
sempre più eticamente analfabeta, una
piccola inversione di rotta è simbolo,
un precedente pericoloso. Da parte di un
Ministro che a differenza di tanti finti
avversari di Berlusconi ha il coraggio,
ma dovrebbe essere la normalità, di dire
ciò che pensa la maggioranza degli
italiani. In un paese normale, Porta a
Porta non ci sarebbe.
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