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Qual è la
posta in gioco in caso di caduta del
governo Prodi? Di certo, illudersi che
il fallimento di Prodi possa ridursi ad
un normale avvicendamento politico, o
possa risolversi in qualche manovra di
palazzo, è illusorio. Il problema è
molto più serio. Per capirlo bisogna
tornare a quando Berlusconi è sceso in
campo introducendo un diverso modo di
fare ed intendere la politica: il
populismo. Il populismo si basa su un
leader carismatico, un partito compatto
e disciplinato e un dialogo diretto con
gli elettori. Le regole democratiche e
le istituzioni sono spesso vissute come
un fastidioso fardello rispetto ai
progetti insindacabili del leader. Si
tratta, quindi, di un modello verticale
e aristocratico dove le decisioni
vengono prese al vertice, e gli
esponenti politici rispettano il preciso
quadro gerarchico dei ruoli, in piena
linea con la cultura politica di destra.
Il pregio principale del populismo è un
maggiore capacità nel fare le cose
perché le decisioni non devono passare
attraverso troppi filtri, e la volontà
dei capi non viene messa continuamente
in discussione. Il difetto principale,
invece, è che se il capo non è un grande
leader politico o se ha troppi scheletri
negli armadi, come nel caso di
Berlusconi, allora le leggi e le
istituzioni vengono umiliate, e gli
errori di pochi ricadono sulla testa di
tutti. Dall’altra parte, nel
centrosinistra, vige il modello
partitocratrico classico. Una coalizione
composta da tanti solisti, partiti e
uomini politici, ognuno dei quali
rappresentante di identità ed interessi
particolari. Una coalizione variegata in
cui domina il dialogo come anima del
processo democratico. Un sistema
orizzontale, che privilegia la
collegialità a tutti i costi. I vantaggi
di tale modello sono la democraticità,
almeno formale, del processo
decisionale. E che, in teoria, le
decisioni sono frutto di riflessioni
approfondite. Il galateo istituzionale è
poi rispettato, e i cardini della
repubblica al sicuro da terremoti
improvvisi. I difetti sono, invece,
l’inconcludenza e la litigiosità. Spesso
l’azione politica si perde in un fiume
di parole, e in scontri egoistici. I
leader sono costretti a continui
compromessi cosi che l’azione politica
risulta timida e confusa, e gli stessi
leader deboli perché sempre messi in
discussione. Si tratta di due modelli
contrapposti. Ora, per capire cosa
succederà dopo Prodi, basta capire le
ragioni che rendono il populismo
berlusconiano, nonostante tutto, ancora
cosi forte, come hanno dimostrato le
ultime elezioni politiche. Il populismo
è emerso a causa della disillusione
verso la politica, per l’esasperazione
verso la litigiosità e l’inconcludenza
dei partiti, e per il crollo di identità
politiche radicate. Esasperazione, unita
a una società sempre più indipendente e
dinamica, ha fatto emergere l’esigenza
di una politica che parli di meno, e
faccia di più. Una politica pragmatica e
capace di risolvere quei problemi che
persistono da decenni. Una politica
libera dai lacci burocratici ed
ideologici, e che riesca ad incidere
sulla realtà possibilmente senza
limitare la libertà personali, o mettere
troppo le mani in tasca ai contribuenti.
Cosa che il neo populismo berlusconiano
ha dimostrato di saper fare, o almeno di
voler fare, meglio rispetto al modello
partitocratrico del centrosinistra. In
tale contesto, se Prodi cade, nessuno
riuscirà a contrastare il ritorno del
Cavaliere, o di chi per lui. I
tecnocrati di centrosinistra potranno
forse ritardare la loro agonia con
qualche manovra di Palazzo, ma subito
dopo inizierà un lungo silenzio. La
coalizione di centrosinistra potrà
tornare solo quando dalle ceneri delle
logiche partitocratriche, dal tramonto
definitivo delle rimembranze
ideologiche, e dal totale ricambio della
classe dirigente, riemergerà un modo di
fare politica all’altezza dei tempi
moderni. In un era in cui i contenuti
politici confluiscono inesorabilmente
verso posizioni moderate, la sfida si
gioca sul piano gestionale. La strada
del futuro centrosinistra passa tra il
marasma partitocratrico attuale, e la
brutale superficialità del populismo.
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