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Cosa
vuol dire morire con dignità?
“Ha ragione Welby: è la vita che deve
essere dignitosa. La morte deve essere
opportuna, nel senso dell’approdo,
dell’arrivo nel porto alla fine di un
viaggio. Non è dignitosa una vita
divenuta insopportabile. Non è opportuna
una morte protratta artificialmente
contro la nostra volontà”. Queste sono
le parole di Marco Cappato esponente del
Partito radicale italiano e presidente
dell’Associazione Luca Coscioni, che ha
risposto ad un’intervista
sull’eutanasia, oggi che dopo le prime
pagine di qualche settimana fa,
l’appello di Welby sembra essere stato
archiviato.
L’eutanasia, la “morte buona” che fa
tanto paura ai nostri parlamenti, tanto
da far tremare aule e contorcere devoti
cristiani benpensanti degli scranni
parlamentari. Ma chi non ha avuto
un’esperienza, seppur indiretta, di un
amico o familiare immobilizzato a vivere
una vita che di umano e vivo residuava
ben poco. Persone incollate a macchinari
in qualche stanza d’ospedale dove non si
contano più giorni e stagioni. Persone
in coma da anni, con la flebile e viva
speranza di un miracolo che tarda a
compiersi. E’ la libertà di credere
costituzionalmente garantita dall’art. 7
della carta fondamentale. Ma l’eutanasia
non è la negazione di una vita,
tantomeno della libertà religiosa,
negazione di un CREDO o “Padre Nostro”,
è la possibilità sacrosanta per un
cittadino, individuo umano di sottrarsi
alla sofferenza di uno stato di
insopportabile costrizione medica che
non giova al miglioramento, ma ad una
permanenza dell’essere oggetto. Un mero
corpo che si mantiene in funzione quando
manca ormai ogni scintilla viva che
rende l’uomo, quell’essere meno
classificabile e misterioso della Terra.
Qualcuno diceva che “quando si smette di
sperare si comincia un po’ a morire”, ma
l’eutanasia arriverebbe a regolare (e
non imporre) la morte per chi la sceglie
come soluzione a delle situazioni che
oramai hanno un unico epilogo.
L’eutanasia potrebbe essere per molti la
speranza di non diventare un oggetto a
causa di una malattia che non si può
curare con l’attesa di una morte rapida.
In Italia c’è una legge che disciplina
la morte. Non la nostra, ma quella dei
nostri figli. L’aborto consente di
impedire che una vita nuova venga al
mondo, ma non dice che tutte le donne
devono abortire sempre e comunque alla
presenza di determinate circostanze.
L’eutanasia, non imporrà la morte a
tutti i malati gravi, ma lascerà coloro
che si trovano in condizioni critiche di
lasciar andare la barca… una morte buona
per liberarsi dal male. Chi si oppone a
una tale possibilità, dovrebbe farsi un
giro in ospedale e vedere quanta
sofferenza viene agli occhi, quanti
sguardi chiedono pietà e aiuto.
Aiutare significa non solo medicine da
business farmaceutici, ma anche una
legislazione adulta e sganciata da
Sancta Romana Ecclesiae.
Parlamento: libera nos a malo…
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