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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 28 OTTOBRE 2006
Nel Paese dell'evasione fiscale
Gabriele Vecchione

“L’Italia è un gobbo: bisogna adattare il vestito alla gobba e non sanare la gobba”, diceva un lungimirante politico di inizio ‘900, Giovanni Giolitti. “Il ministro della malavita”, come lo chiamava Salvemini, non riuscì a conciare un buon vestito per la gobba italica e lo Stato finì nella morsa soffocante del fascismo. Mutatis mutandis, leggendo le pessime notizie che arrivano da un’inchiesta dell’Agenzia delle Entrate, non c’è nulla di buono da sperare per il nostro paese. “Roma” è il nemico, lo Stato è un nemico, è comunque lontano e serve solo quando mi serve una mano. Si leggano Verga, Ignazio Silone e Carlo Levi (“Cristo si è fermato a Eboli”), fini conoscitori delle menti popolari della loro epoca, ma molto validi anche per la nostra. Uniamoli alla disinvoltura morale di teorici dell’evasione all’italiana briatorei o berlusconiani, ed ecco che Fisco Oggi (rivista telematica dell’Agenzia delle Entrate) ci rivela che l’imponibile complessivo che sfugge al fisco è di 250 miliardi di euro l’anno: 250.000.000.000. Sono 2.000 euro a cittadino senza distinzioni tra chi ha reddito e chi no, tra neonato o disoccupato e stakanovista. La Banca Mondiale indicava l’ammontare dell’evasione a 300 miliardi, ma la cifra da prendere per buona è 250 miliardi. Cioè, il 6-7% del Prodotto Interno Lordo, cioè la spesa sanitaria nazionale.

 

La partitocrazia e la lottizzazione, criteri con i quali è stato formato il governo, hanno risparmiato il Ministero della Economia che è stato affidato ad un economista competente, anche se ora Padoa Schioppa lamenta di essere ostaggio di nove partiti. Egli fa l’elogio delle tasse: “Delle tasse bisognerebbe prima di tutto farne l’elogio, ossia dirne bene. Le tasse sono il prezzo che paghiamo per procurarci strade, giustizia nei tribunali, istruzione, sicurezza ai confini, ordine interno. Il gergo economico li chiama beni pubblici. Ma l’aggettivo non inganni: il bisogno che essi soddisfano è privato quanto lo sono la fame e il freddo (…) I beni pubblici hanno due caratteristiche: soddisfano bisogni elementari e nessuno sarebbe in grado di produrli da sé. Il bello delle tasse è che esse sono un modo civilissimo ed efficiente di far fronte alle spese comuni. Sono tra le migliori espressioni di una pacifica convivenza tra persone. Che non le si paghino volentieri è ovvio; ma chi non preferirebbe prendersi gratuitamente anche cibo e vestiti dai negozi?”.
Farne l’elogio può sembrare esagerato; ma, vivaddio, nel paese dell’evasione fiscale, un po’ di senso civile e di senso dello Stato.

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un dovere civile
Gabriele Vecchione

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