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“L’Italia
è un gobbo: bisogna adattare il vestito
alla gobba e non sanare la gobba”,
diceva un lungimirante politico di
inizio ‘900, Giovanni Giolitti. “Il
ministro della malavita”, come lo
chiamava Salvemini, non riuscì a
conciare un buon vestito per la gobba
italica e lo Stato finì nella morsa
soffocante del fascismo. Mutatis
mutandis, leggendo le pessime notizie
che arrivano da un’inchiesta
dell’Agenzia delle Entrate, non c’è
nulla di buono da sperare per il nostro
paese. “Roma” è il nemico, lo Stato è un
nemico, è comunque lontano e serve solo
quando mi serve una mano. Si leggano
Verga, Ignazio Silone e Carlo Levi
(“Cristo si è fermato a Eboli”), fini
conoscitori delle menti popolari della
loro epoca, ma molto validi anche per la
nostra. Uniamoli alla disinvoltura
morale di teorici dell’evasione
all’italiana briatorei o berlusconiani,
ed ecco che Fisco Oggi (rivista
telematica dell’Agenzia delle Entrate)
ci rivela che l’imponibile complessivo
che sfugge al fisco è di 250 miliardi di
euro l’anno: 250.000.000.000. Sono 2.000
euro a cittadino senza distinzioni tra
chi ha reddito e chi no, tra neonato o
disoccupato e stakanovista. La Banca
Mondiale indicava l’ammontare
dell’evasione a 300 miliardi, ma la
cifra da prendere per buona è 250
miliardi. Cioè, il 6-7% del Prodotto
Interno Lordo, cioè la spesa sanitaria
nazionale.
La partitocrazia e la lottizzazione,
criteri con i quali è stato formato il
governo, hanno risparmiato il Ministero
della Economia che è stato affidato ad
un economista competente, anche se ora
Padoa Schioppa lamenta di essere
ostaggio di nove partiti. Egli fa
l’elogio delle tasse: “Delle tasse
bisognerebbe prima di tutto farne
l’elogio, ossia dirne bene. Le tasse
sono il prezzo che paghiamo per
procurarci strade, giustizia nei
tribunali, istruzione, sicurezza ai
confini, ordine interno. Il gergo
economico li chiama beni pubblici. Ma
l’aggettivo non inganni: il bisogno che
essi soddisfano è privato quanto lo sono
la fame e il freddo (…) I beni pubblici
hanno due caratteristiche: soddisfano
bisogni elementari e nessuno sarebbe in
grado di produrli da sé. Il bello delle
tasse è che esse sono un modo
civilissimo ed efficiente di far fronte
alle spese comuni. Sono tra le migliori
espressioni di una pacifica convivenza
tra persone. Che non le si paghino
volentieri è ovvio; ma chi non
preferirebbe prendersi gratuitamente
anche cibo e vestiti dai negozi?”.
Farne l’elogio può sembrare esagerato;
ma, vivaddio, nel paese dell’evasione
fiscale, un po’ di senso civile e di
senso dello Stato.
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