|
Il
parlamento sembra pronto a votare come
un sol uomo il decreto contro le
intercettazioni illegali ed abusive
dando allegramente fuoco anche ai
consistenti corpi di reato o notitiae
criminis che consentirebbero di
perseguire gli intercettatori.
E’ lo stesso parlamento che fa muro, con
qualificate ma non numericamente
rilevanti eccezioni, al pacato e
responsabile invito di Giorgio
Napolitano a superare l’ipocrisia e la
strumentalità ideologica che fino ad ora
hanno impedito di affrontare il tabù,
solo italiano, dell’eutanasia.
Tanto per essere realisti e per non
indulgere a nessuna speranza fuori luogo
bisogna rammentare, per esempio, che non
troppi mesi fa un allora ministro della
Repubblica, l’inarrivabile Carlo
Giovanardi ha dato dei nazisti agli
olandesi in quanto rei di prevedere
l’eutanasia anche per i minori, in
situazioni estreme e sottoposte ad una
serie di controlli capillari.
Ma anche oggi, pur non toccando simili
deliri, rappresentanti delle
istituzioni, del governo e della
maggioranza pongono un veto assoluto
alla trattazione di un tema sempre più
drammatico che coinvolge un numero
sempre maggiore di malati e di famiglie
con motivazioni inaccettabili e tout
court antidemocratiche del tipo “non se
ne parla: gli italiani non vogliono
sentirne parlare”.
Il tema è stato rilanciato nel modo più
autentico e drammatico da Piergiorgio
Welby, distrofico impossibilitato a
parlare, costretto a lasciare il suo
messaggio alla voce meccanica di un
computer per dire che vuole quella che
lui definisce “una morte opportuna” per
un uomo che da trent’anni non può più
camminare, da venti non può più parlare
e scrivere, da dieci non può più
mangiare.
Con assoluta lucidità chiede la sua
“grazia” al Presidente della Repubblica
e gli ricorda “Presidente se fossi
svizzero, belga, olandese potrei
sottrarmi a questo oltraggio che ora è
il mio corpo..”.
In Italia l’eutanasia è un reato punito
con un pena che va dai 6 ai 15 anni;
questo è il primo dato di cui tener
conto, un dato che non corrisponde
minimamente alla sensibilità della
stragrande maggioranza dei cittadini di
questo paese e con cui ci ritroviamo
tragicamente a fare i conti.
Le “soluzioni”, in mancanza di un
adeguamento legislativo, non si
discostano dallo “spettro”
dell’eutanasia clandestina di Marco
Pannella, come trent’anni fa avveniva
diffusamente con l’aborto clandestino o
dal “turismo” della buona morte nei
paesi dove l’eutanasia viene praticata:
Svizzera, Belgio, Olanda, per chi
naturalmente se lo può permettere sia in
termini di conoscenza che di possibilità
economiche.
Questo è lo stato delle cose al di là
delle considerazioni pure in astratto
condivisibili di chi come Francesco
Merlo o Marcello Veneziani sostengono
che la vita e la morte sono cose troppo
importanti per lasciarle nelle mani
della politica.
La realtà è molto più brutale e meno
astratta; è fatta di cittadini e prima
ancora individui indifesi che privati di
un’esistenza dignitosa, senza domani ma
più ancora senza presente chiedono a
mogli, figli amici impotenti e disperati
di essere aiutati a morire in un modo
non disumano e si trovano negli
ospedali, nelle case di cura o di
“riposo” sottoposti a “cure”,
accertamenti, indagini di ogni tipo fino
all’agonia. In stato preagonico vengono
sottoposti ad esami clinici e a torture
di vario genere con pervicacia ed
ottusità e per chi gli sta vicino
diventa una lotta impari persino
ottenere trattamenti finalizzati a
contenere sofferenze intollerabili.
Spesso tra burocrazia, arroganza ed
impotenza viene calpestata anche quella
humana pietas tanto cara agli antichi,
sacrificata, per supremo paradosso,
sull’altare di un astratto e disumano
“diritto alla vita”, ammantato di
principi religiosi, da moderni che
vivono tutti all’insegna del consumismo
e dell’efficienza.
Indro Montanelli, lo ha ricordato
Francesco Merlo nel suo articolo “Quella
legge impossibile sul diritto alla
morte” (Repubblica del 24/9/06),
sosteneva “per dignità intendo (e dico
anche) l’abilitazione a frequentare da
solo la stanza da bagno..”.
Esprimeva con la lucidità e la
franchezza note la stessa valutazione
che in termini filosofici di fa Umberto
Galimberti il quale, pur non
schierandosi a favore della eutanasia,
(Repubblica del 25/9/06) considera che
“l’argomento della chiesa cattolica è
troppo generico, quando non addirittura
decisamente materialistico, se riduce il
concetto di vita al semplice
prolungamento biologico dell’individuo”.
E pone la distinzione unica che fa la
differenza tra valore della vita e
valore dell’individuo per giungere alla
conclusione fondamentale che “la morte
umana va assolutamente distinta dalla
morte biologica che al limite non ci
riguarda”.
E tra i diritti inviolabili dell’uomo,
come singolo e dunque come individuo,
non dovrebbe essere incluso quello, più
estremo ma forse più fondamentale di
qualsiasi altro, di poter morire
dignitosamente e nel modo più sereno
possibile, ma prima ancora secondo la
incoercibile autodeterminazione di
ciascuno?
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com
|