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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 26 SETTEMBRE 2006
La politica sorda al dolore
Daniela Gaudenzi

Il parlamento sembra pronto a votare come un sol uomo il decreto contro le intercettazioni illegali ed abusive dando allegramente fuoco anche ai consistenti corpi di reato o notitiae criminis che consentirebbero di perseguire gli intercettatori.
E’ lo stesso parlamento che fa muro, con qualificate ma non numericamente rilevanti eccezioni, al pacato e responsabile invito di Giorgio Napolitano a superare l’ipocrisia e la strumentalità ideologica che fino ad ora hanno impedito di affrontare il tabù, solo italiano, dell’eutanasia.

Tanto per essere realisti e per non indulgere a nessuna speranza fuori luogo bisogna rammentare, per esempio, che non troppi mesi fa un allora ministro della Repubblica, l’inarrivabile Carlo Giovanardi ha dato dei nazisti agli olandesi in quanto rei di prevedere l’eutanasia anche per i minori, in situazioni estreme e sottoposte ad una serie di controlli capillari.
Ma anche oggi, pur non toccando simili deliri, rappresentanti delle istituzioni, del governo e della maggioranza pongono un veto assoluto alla trattazione di un tema sempre più drammatico che coinvolge un numero sempre maggiore di malati e di famiglie con motivazioni inaccettabili e tout court antidemocratiche del tipo “non se ne parla: gli italiani non vogliono sentirne parlare”.

Il tema è stato rilanciato nel modo più autentico e drammatico da Piergiorgio Welby, distrofico impossibilitato a parlare, costretto a lasciare il suo messaggio alla voce meccanica di un computer per dire che vuole quella che lui definisce “una morte opportuna” per un uomo che da trent’anni non può più camminare, da venti non può più parlare e scrivere, da dieci non può più mangiare.
Con assoluta lucidità chiede la sua “grazia” al Presidente della Repubblica e gli ricorda “Presidente se fossi svizzero, belga, olandese potrei sottrarmi a questo oltraggio che ora è il mio corpo..”.

In Italia l’eutanasia è un reato punito con un pena che va dai 6 ai 15 anni; questo è il primo dato di cui tener conto, un dato che non corrisponde minimamente alla sensibilità della stragrande maggioranza dei cittadini di questo paese e con cui ci ritroviamo tragicamente a fare i conti.
Le “soluzioni”, in mancanza di un adeguamento legislativo, non si discostano dallo “spettro” dell’eutanasia clandestina di Marco Pannella, come trent’anni fa avveniva diffusamente con l’aborto clandestino o dal “turismo” della buona morte nei paesi dove l’eutanasia viene praticata: Svizzera, Belgio, Olanda, per chi naturalmente se lo può permettere sia in termini di conoscenza che di possibilità economiche.

Questo è lo stato delle cose al di là delle considerazioni pure in astratto condivisibili di chi come Francesco Merlo o Marcello Veneziani sostengono che la vita e la morte sono cose troppo importanti per lasciarle nelle mani della politica.
La realtà è molto più brutale e meno astratta; è fatta di cittadini e prima ancora individui indifesi che privati di un’esistenza dignitosa, senza domani ma più ancora senza presente chiedono a mogli, figli amici impotenti e disperati di essere aiutati a morire in un modo non disumano e si trovano negli ospedali, nelle case di cura o di “riposo” sottoposti a “cure”, accertamenti, indagini di ogni tipo fino all’agonia. In stato preagonico vengono sottoposti ad esami clinici e a torture di vario genere con pervicacia ed ottusità e per chi gli sta vicino diventa una lotta impari persino ottenere trattamenti finalizzati a contenere sofferenze intollerabili.

Spesso tra burocrazia, arroganza ed impotenza viene calpestata anche quella humana pietas tanto cara agli antichi, sacrificata, per supremo paradosso, sull’altare di un astratto e disumano “diritto alla vita”, ammantato di principi religiosi, da moderni che vivono tutti all’insegna del consumismo e dell’efficienza.

 

Indro Montanelli, lo ha ricordato Francesco Merlo nel suo articolo “Quella legge impossibile sul diritto alla morte” (Repubblica del 24/9/06), sosteneva “per dignità intendo (e dico anche) l’abilitazione a frequentare da solo la stanza da bagno..”.
Esprimeva con la lucidità e la franchezza note la stessa valutazione che in termini filosofici di fa Umberto Galimberti il quale, pur non schierandosi a favore della eutanasia, (Repubblica del 25/9/06) considera che “l’argomento della chiesa cattolica è troppo generico, quando non addirittura decisamente materialistico, se riduce il concetto di vita al semplice prolungamento biologico dell’individuo”.

E pone la distinzione unica che fa la differenza tra valore della vita e valore dell’individuo per giungere alla conclusione fondamentale che “la morte umana va assolutamente distinta dalla morte biologica che al limite non ci riguarda”.
E tra i diritti inviolabili dell’uomo, come singolo e dunque come individuo, non dovrebbe essere incluso quello, più estremo ma forse più fondamentale di qualsiasi altro, di poter morire dignitosamente e nel modo più sereno possibile, ma prima ancora secondo la incoercibile autodeterminazione di ciascuno?

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