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La legge non
scritta (talvolta scritta, comunque una
delle poche ad essere rispettate) della
lottizzazione elefantiaca che ha
caratterizzato la formazione di questo
presunto governo e che guarda non alla
competenza, ma al più bieco e degradante
compromesso, ha fatto sì che Guardasigilli,
com'è tristemente noto, fosse Mastella. Non
avendo la benché minima nozione di diritto
(voleva prendere ripetizioni da Andreotti:
un neo - ministro si fa dire ciò che deve
fare da un colluso con la mafia), si
presuppone che il vero ministro sia qualcun
altro. Come nel '94, primo governo
Berlusconi, al prestanome Alfredo Biondi,
d'altronde più dedito al vino che ai codici,
si sostituiva de facto Cesare Previti. Oggi,
invece, ci ritroviamo con Giuliano Pisapia
(Rifondazione Comunista, ex Autonomia
Operaia, ex Democrazia Proletaria), celebre
avvocato, nominato da Mastella a capo della
commissione ministeriale che deve riformare
il codice penale. L'uomo giusto al punto
giusto, dall'accorta sensibilità su temi di
impunità e depenalizzazione di tutto.
Secondo lui, da vero rifondatore, la colpa
di un reato non è del singolo: è della
società. Di qui la necessità di abolire la
pena detentiva e gli edifici carcerari,
senonchè, financo agli occhi di Mastella,
ciò appare francamente eccessivo. Fautore,
logicamente, di qualunque forma di amnistia,
indulto, grazia, meglio se in dimensione
pantagruelica, è sua la proposta
dell'abolizione dell'ergastolo. Quando
l'hanno letto sui giornali, Piero Grasso,
Rita Borsellino, le vittime della mafia,
trasecolavano. Benché tutti dovremmo
trasecolare: oggi in Italia l'ergastolo è
già di fatto abolito, giacchè non si
comminano pene superiori ai trenta anni che,
inevitabilmente, sono ridotti per via di
indulti, prescrizioni, patteggiamenti, riti
abbreviati, leggi indegne e regolari
condotte. Abolirlo è un regalo al terrorismo
e alla mafia: d'altronde è una richiesta di
Totò Riina in persona.
Pisapia vuole
creare il cosiddetto codice penale minimo
(perché non abolirlo questo codice penale?):
depenalizzazione di un gran numero di reati
o dichiararli irrilevanti quando siano
"tenui" o "occasionali" (l'occasione fa
l'uomo ladro, si sa) e, soprattutto,
ridimensionamento radicale delle pene
detentive. Con condanne da 1 mese a 3 anni,
subentra la detenzione domiciliare (celebre
una sua idea di limitarla al solo week-end);
da 3 a 20 anni, la detenzione ordinaria; da
28 a 32 anni, la detenzione di massima
durata.
Non ci sono molte parole da spendere: questa
è la sconfitta del diritto, la resa delle
sue prerogative.
La politica giudiziaria sin qui adottata,
l'indulto con i suoi non trascurabili
effetti collaterali (tra gli altri, cinque
morti), la legge sulle intercettazioni, vero
e proprio monstrum horribilis, il
mantenimento ad honorem di leggi nefaste
legate ad interessi particolari (ex-Cirielli,
falso in bilancio, Gasparri sopra tutte)
sono un quadro perfetto di questo nulla
chiamato Seconda Repubblica: compromessi al
ribasso, sbaciucchiamenti, trame oscure di
Potere, complementarietà delle fazioni
politiche con reciproche cortesie e
mercimoni su tutto. C'è da chiedersi: fino a
quando tollereremo tutto ciò?
gabro.v@libero.it
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