|
Dalla
legge Biagi in poi, il lavoro è divenuto
una giungla in cui il lavoratore si è
ritrovato spogliato di diritti acquisiti
dopo decenni di lotte sociali. Oggi c’è
chi difende ciò che resta di tali
diritti e viene accusato di tirare
troppo la corda, di inclinare cioè gli
equilibri di governo, i giochi di
potere. Come se sull’altare del consenso
si potesse sacrificare proprio tutto,
perfino i diritti fondamentali di chi
vota e crede nei partiti che reggono la
maggioranza. Stranezze della politica
moderna, dove allucinati dai miraggi del
mercato globale, si smantella lo stato
sociale nell’illusione peraltro
dimostrata falsa che i profitti futuri
possano giovare a tutti. Come se nella
crescente percentuale di emarginati non
ci fossero lavoratori usati e scartati
dal mercato.
Del resto
sono fatti, la legge Biagi, pensata per
agevolare la crescente dinamicità
dell’economia, ha esasperato la
flessibilità del lavoro trasformandola
in una precarizzazione di massa dei
lavoratori di ogni profilo. Perfino i
laureati, perfino i masterizzati di ogni
sorta si sono trovati sotto il costante
ricatto di contratti a breve termine,
senza garanzie, senza protezione,
ridicolamente pagati. Non c’è più
nemmeno il tempo di ambientarsi che ci
si trova sotto ricatto del datore di
lavoro. Con la valigia sempre pronta e
il terrore di sbagliare, il lavoratore
della democrazia avanzata si ritrova
succube degli umori del padrone, delle
dinamiche del momento e di un futuro
impossibile da programmare. Una
precarietà che dal lavoro ha ovviamente
contagiato tutti gli aspetti della vita.
Certo, se fosse facile trovare un posto
di lavoro, e se tale lavoro fosse in
linea con il proprio curriculum, e se
tale lavoro fosse bene pagato e se
regnasse la meritocrazia. Insomma, se
tale scenario da sogno fosse realtà
anche in Italia, allora si potrebbe
ragionare su qualche compromesso tra
esigenze del mondo produttivo e quello
del lavoro. Ma siccome in Italia di
lavoro ce n’è poco e spesso è degradante
come la bolgia dei call centre, e
siccome le paghe sono ridicole rispetto
al costo della vita, e siccome vige il
regime pseudo mafioso delle conoscenze e
delle corporazioni. Allora, prima di
svendere i diritti dei lavoratori, i
politici dovrebbero pensarci bene. Per
lo meno perché è una questione di
metodo, di priorità politica e quindi di
buon senso. Anche perché per eliminare
diritti bastano poche ore, per
conquistarli ci vogliono decenni.
Se poi i politici proponessero soluzioni
alternative alla perdita di diritti e
protezione del lavoro, i cittadini
potrebbero anche ragionarci sopra. Ma
quello che i presunti riformisti
propongono, e solo la rottamazione di
diritti fondamentali del lavoro senza
nulla in cambio. Non ci sono proposte
concrete che prospettano un nuovo
disegno del rapporto di lavoro. Nulla,
la contropartita della precarietà
selvaggia va a tutto vantaggio dei
padroni. Di coloro che possono
sottopagare i lavoratori e sbarazzarsene
quando non ne hanno più bisogno. Grazie
alla precarietà, il padrone può
spogliarsi delle proprie responsabilità
sociali, e trattare il lavoro come
qualsiasi materia prima, come qualsiasi
input del processo produttivo. Senza
anima ma con il cappio della convenienza
intorno al collo. E non è certo da un
governo di centro sinistra che ci si
aspetta di tirare quella corda.
COMMENTA QUESTO ARTICOLo nel blog di
centomovimenti.com
|