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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 16 AGOSTO 2007
Chi tira la corda che ci impicca?
Tommaso Merlo

Dalla legge Biagi in poi, il lavoro è divenuto una giungla in cui il lavoratore si è ritrovato spogliato di diritti acquisiti dopo decenni di lotte sociali. Oggi c’è chi difende ciò che resta di tali diritti e viene accusato di tirare troppo la corda, di inclinare cioè gli equilibri di governo, i giochi di potere. Come se sull’altare del consenso si potesse sacrificare proprio tutto, perfino i diritti fondamentali di chi vota e crede nei partiti che reggono la maggioranza. Stranezze della politica moderna, dove allucinati dai miraggi del mercato globale, si smantella lo stato sociale nell’illusione peraltro dimostrata falsa che i profitti futuri possano giovare a tutti. Come se nella crescente percentuale di emarginati non ci fossero lavoratori usati e scartati dal mercato.

 

Del resto sono fatti, la legge Biagi, pensata per agevolare la crescente dinamicità dell’economia, ha esasperato la flessibilità del lavoro trasformandola in una precarizzazione di massa dei lavoratori di ogni profilo. Perfino i laureati, perfino i masterizzati di ogni sorta si sono trovati sotto il costante ricatto di contratti a breve termine, senza garanzie, senza protezione, ridicolamente pagati. Non c’è più nemmeno il tempo di ambientarsi che ci si trova sotto ricatto del datore di lavoro. Con la valigia sempre pronta e il terrore di sbagliare, il lavoratore della democrazia avanzata si ritrova succube degli umori del padrone, delle dinamiche del momento e di un futuro impossibile da programmare. Una precarietà che dal lavoro ha ovviamente contagiato tutti gli aspetti della vita.

Certo, se fosse facile trovare un posto di lavoro, e se tale lavoro fosse in linea con il proprio curriculum, e se tale lavoro fosse bene pagato e se regnasse la meritocrazia. Insomma, se tale scenario da sogno fosse realtà anche in Italia, allora si potrebbe ragionare su qualche compromesso tra esigenze del mondo produttivo e quello del lavoro. Ma siccome in Italia di lavoro ce n’è poco e spesso è degradante come la bolgia dei call centre, e siccome le paghe sono ridicole rispetto al costo della vita, e siccome vige il regime pseudo mafioso delle conoscenze e delle corporazioni. Allora, prima di svendere i diritti dei lavoratori, i politici dovrebbero pensarci bene. Per lo meno perché è una questione di metodo, di priorità politica e quindi di buon senso. Anche perché per eliminare diritti bastano poche ore, per conquistarli ci vogliono decenni.

Se poi i politici proponessero soluzioni alternative alla perdita di diritti e protezione del lavoro, i cittadini potrebbero anche ragionarci sopra. Ma quello che i presunti riformisti propongono, e solo la rottamazione di diritti fondamentali del lavoro senza nulla in cambio. Non ci sono proposte concrete che prospettano un nuovo disegno del rapporto di lavoro. Nulla, la contropartita della precarietà selvaggia va a tutto vantaggio dei padroni. Di coloro che possono sottopagare i lavoratori e sbarazzarsene quando non ne hanno più bisogno. Grazie alla precarietà, il padrone può spogliarsi delle proprie responsabilità sociali, e trattare il lavoro come qualsiasi materia prima, come qualsiasi input del processo produttivo. Senza anima ma con il cappio della convenienza intorno al collo. E non è certo da un governo di centro sinistra che ci si aspetta di tirare quella corda.

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