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Dopo la strage
di Duisburg, l'uscita di un paio di libri
sul tema (da ricordare: Lirio Abbate e Peter
Gomez, I complici, ed. Fanucci e Giuseppe Lo
Bianco e Sandra Rizza, L'agenda rossa di
Paolo Borsellino, ed. Chiarelettere) si
ritorna a parlare di mafia e dei soliti
palliativi per combatterla (siamo prossimi,
invece, alla resa incondizionata dello
Stato).
Il concorso di tre fattori - politico,
culturale, economico, accanto ad una severa
repressione - può sconfiggere la mafia, ma
dei tre l’elemento politico è debolissimo.
Ultimamente il presidente Forgione (Prc),
per motivi di "garantismo", ha respinto
Gaetano Paci, capace e onesto magistrato
palermitano, come consulente della
commissione, reo di aver messo sotto
processo Gaspare Giudice (Fi), peraltro con
una base probatoria assai forte. Cosa vuol
dire essere garantisti? Secondo la lingua
italiana, vuol dire garantire, durante il
processo, i diritti degli imputati,
dell'accusa e di tutte le parti. Secondo la
Casta, non mettere sotto processo i potenti.
Se osi toccarne uno, muori. Chi lo fa è un
giustizialista: il magistrato buono è quello
che non indaga: Borsellino e Falcone se la
sono cercata.
Riepiloghiamo i (ne)fasti della commissione
presunta antimafia.
Il 5 luglio 2006 421 parlamentari bocciano
l’emendamento Napoli (An) - Licandro (Pdci)
che avrebbe negato l’ingresso nella
commissione a parlamentari pregiudicati o
inquisiti per mafia. Tutto sommato una
proposta di buon senso per scongiurare la
situazione che Piersanti Mattarella
incontrava nel Consiglio dei Ministri
siciliano: egli muove “le sue denunce con i
boss che ne vengono a sapere il contenuto
mezz’ora dopo”. Lo ricorda Nando Dalla
Chiesa in un esemplare articolo apparso su
L’Unità del 21 novembre scorso. Una conditio
sine qua non per l'aspirante commissario che
in un paese normale neanche dovrebbe essere
scritta.
Formatasi in clamoroso ritardo (a novembre,
a legislatura iniziata da 7 mesi: se ne avrà
a lamentare il Procuratore Piero Grasso
ricordando l'elementare corollario che "la
mafia non va in vacanza"), ha accolto tra le
sue braccia non solo imputati, ma anche
condannati. Scampato, beninteso, il pericolo
di vedere politici collusi con Cosa Nostra (Andreotti)
o direttamente al suo servizio (Dell’Utri) o
comunque uno dei 6 onorevoli imputati per
mafia dentro la commissione a far finta di
combatterla. Ne fanno comunque parte: Paolo
Cirino Pomicino, vero e proprio dinosauro
addestrato a superare qualsivoglia temperie
culturale, giudiziaria, anagrafica che è
stato condannato in maniera definitiva ad un
totale di 2 anni per corruzione e
finanziamento illecito, Alfredo Vito, 2 anni
per 22 episodi di corruzione con annessa
parziale restituzione del malloppo e
promessa ai giudici di non fare mai più
politica. Spiccano anche Franco Malvano, ex
questore di Napoli ed indagato per camorra e
Carlo Vizzini, ex ministro delle Poste non
uscito indenne da Mani Pulite, che, davanti
a Piero Grasso, disse: “come possiamo sapere
chi candidare e chi no? Come facciamo a
distinguere con la mafia e chi no? Come
facciamo a distinguere chi sta con la mafia
e chi con l’antimafia?”: niente male per un
uno che ha nel suo partito Dell'Utri.
Sarebbe stato francamente eccessivo
pretendere uomini rigorosi, dal forte senso
dello Stato.
E’ una commissione nata male. E come tutte
le cose nate male, finirà peggio. Come ha
scritto Dalla Chiesa, e’ stata “materia di
mercanteggiamenti” ed ha fondi limitati: è
in limine mortis. Si muove peraltro con
intenti sbagliati: il neo presidente
Forgione, appena eletto, ha precisato: "non
ci sostituiremo alla magistratura, ma ci
limiteremo a ricostruire eventi storici".
Invece la commissione ha gli stessi poteri
della magistratura nella lotta alla
criminalità organizzata e può assumere un
ruolo di primo piano nella lotta alle mafie.
In aprile la commissione approva un codice
di autoregolamentazione che prevede che i
partiti non potranno candidare a elezioni
comunali e provinciali (perché non
nazionali?) soggetti imputati per reati
gravi come associazione mafiosa, racket,
usura, traffico di persone et similia. Ma
l'impegno non vale per tutti, o meglio solo
per quelli che aderiranno al suo dettato, ma
tutti i partiti mantengono la libertà di
candidare chiunque, non solo imputati, ma
anche condannati e, in tal caso, dovrebbero
motivare la loro scelta. Ma questo è un film
già visto troppe volte. Perché candidate
Cuffaro (che oggi, dunque, imputato per
favoreggiamento alla mafia, non sarebbe
candidabile)? - fu chiesto a Follini e
Casini che rispettivamente risposero:
"Cuffaro è persona perbene" (dicembre 2005);
"Posso sbagliare ma nella mia responsabilità
politica ritengo che Cuffaro sia una persona
perbene" (febbraio 2006). In Italia fin
quando la condanna non arriva al III grado
sei innocente. Quando arriva, invece pure.
Il codice rimarrà lettera morta: i partiti
se lo potranno permettere perché la nostra
opinione pubblica non controlla i candidati
palmo a palmo e se anche lo facesse, per la
sua subalternità al potere, tacerebbe. Nitto
Palma (Fi) ha solerte messo in chiaro: "non
saremo comunque mai disponibili a non
candidare chi è vittima di persecuzioni
giudiziarie". Dove per vittima di
persecuzioni giudiziarie si legga: qualunque
politico dei nostri sia messo sotto
processo.
La politica oggi non può rappresentare un
potere in lotta contro la mafia. Per
incapacità, per mancanza di volontà, per
convenienti collusioni. Perchè, come ha
scritto Piero Citati su La Repubblica,
"queste innumerevoli mafie stanno per
saldarsi tra loro come in gioco di puzzle".
Fin quando non resterà "nemmeno uno spazio
dove vivere e respirare".
gabro.v@libero.it
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