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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 27 AGOSTO 2007
Commissione antimafia

gabriele vecchione
 

Dopo la strage di Duisburg, l'uscita di un paio di libri sul tema (da ricordare: Lirio Abbate e Peter Gomez, I complici, ed. Fanucci e Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, L'agenda rossa di Paolo Borsellino, ed. Chiarelettere) si ritorna a parlare di mafia e dei soliti palliativi per combatterla (siamo prossimi, invece, alla resa incondizionata dello Stato).
Il concorso di tre fattori - politico, culturale, economico, accanto ad una severa repressione - può sconfiggere la mafia, ma dei tre l’elemento politico è debolissimo.
Ultimamente il presidente Forgione (Prc), per motivi di "garantismo", ha respinto Gaetano Paci, capace e onesto magistrato palermitano, come consulente della commissione, reo di aver messo sotto processo Gaspare Giudice (Fi), peraltro con una base probatoria assai forte. Cosa vuol dire essere garantisti? Secondo la lingua italiana, vuol dire garantire, durante il processo, i diritti degli imputati, dell'accusa e di tutte le parti. Secondo la Casta, non mettere sotto processo i potenti. Se osi toccarne uno, muori. Chi lo fa è un giustizialista: il magistrato buono è quello che non indaga: Borsellino e Falcone se la sono cercata.
Riepiloghiamo i (ne)fasti della commissione presunta antimafia.
Il 5 luglio 2006 421 parlamentari bocciano l’emendamento Napoli (An) - Licandro (Pdci) che avrebbe negato l’ingresso nella commissione a parlamentari pregiudicati o inquisiti per mafia. Tutto sommato una proposta di buon senso per scongiurare la situazione che Piersanti Mattarella incontrava nel Consiglio dei Ministri siciliano: egli muove “le sue denunce con i boss che ne vengono a sapere il contenuto mezz’ora dopo”. Lo ricorda Nando Dalla Chiesa in un esemplare articolo apparso su L’Unità del 21 novembre scorso. Una conditio sine qua non per l'aspirante commissario che in un paese normale neanche dovrebbe essere scritta.
Formatasi in clamoroso ritardo (a novembre, a legislatura iniziata da 7 mesi: se ne avrà a lamentare il Procuratore Piero Grasso ricordando l'elementare corollario che "la mafia non va in vacanza"), ha accolto tra le sue braccia non solo imputati, ma anche condannati. Scampato, beninteso, il pericolo di vedere politici collusi con Cosa Nostra (Andreotti) o direttamente al suo servizio (Dell’Utri) o comunque uno dei 6 onorevoli imputati per mafia dentro la commissione a far finta di combatterla. Ne fanno comunque parte: Paolo Cirino Pomicino, vero e proprio dinosauro addestrato a superare qualsivoglia temperie culturale, giudiziaria, anagrafica che è stato condannato in maniera definitiva ad un totale di 2 anni per corruzione e finanziamento illecito, Alfredo Vito, 2 anni per 22 episodi di corruzione con annessa parziale restituzione del malloppo e promessa ai giudici di non fare mai più politica. Spiccano anche Franco Malvano, ex questore di Napoli ed indagato per camorra e Carlo Vizzini, ex ministro delle Poste non uscito indenne da Mani Pulite, che, davanti a Piero Grasso, disse: “come possiamo sapere chi candidare e chi no? Come facciamo a distinguere con la mafia e chi no? Come facciamo a distinguere chi sta con la mafia e chi con l’antimafia?”: niente male per un uno che ha nel suo partito Dell'Utri. Sarebbe stato francamente eccessivo pretendere uomini rigorosi, dal forte senso dello Stato.
E’ una commissione nata male. E come tutte le cose nate male, finirà peggio. Come ha scritto Dalla Chiesa, e’ stata “materia di mercanteggiamenti” ed ha fondi limitati: è in limine mortis. Si muove peraltro con intenti sbagliati: il neo presidente Forgione, appena eletto, ha precisato: "non ci sostituiremo alla magistratura, ma ci limiteremo a ricostruire eventi storici". Invece la commissione ha gli stessi poteri della magistratura nella lotta alla criminalità organizzata e può assumere un ruolo di primo piano nella lotta alle mafie.
In aprile la commissione approva un codice di autoregolamentazione che prevede che i partiti non potranno candidare a elezioni comunali e provinciali (perché non nazionali?) soggetti imputati per reati gravi come associazione mafiosa, racket, usura, traffico di persone et similia. Ma l'impegno non vale per tutti, o meglio solo per quelli che aderiranno al suo dettato, ma tutti i partiti mantengono la libertà di candidare chiunque, non solo imputati, ma anche condannati e, in tal caso, dovrebbero motivare la loro scelta. Ma questo è un film già visto troppe volte. Perché candidate Cuffaro (che oggi, dunque, imputato per favoreggiamento alla mafia, non sarebbe candidabile)? - fu chiesto a Follini e Casini che rispettivamente risposero: "Cuffaro è persona perbene" (dicembre 2005); "Posso sbagliare ma nella mia responsabilità politica ritengo che Cuffaro sia una persona perbene" (febbraio 2006). In Italia fin quando la condanna non arriva al III grado sei innocente. Quando arriva, invece pure. Il codice rimarrà lettera morta: i partiti se lo potranno permettere perché la nostra opinione pubblica non controlla i candidati palmo a palmo e se anche lo facesse, per la sua subalternità al potere, tacerebbe. Nitto Palma (Fi) ha solerte messo in chiaro: "non saremo comunque mai disponibili a non candidare chi è vittima di persecuzioni giudiziarie". Dove per vittima di persecuzioni giudiziarie si legga: qualunque politico dei nostri sia messo sotto processo.
La politica oggi non può rappresentare un potere in lotta contro la mafia. Per incapacità, per mancanza di volontà, per convenienti collusioni. Perchè, come ha scritto Piero Citati su La Repubblica, "queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in gioco di puzzle". Fin quando non resterà "nemmeno uno spazio dove vivere e respirare".

gabro.v@libero.it

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