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Una
celebre rubrica pubblicata su un noto
quotidiano nazionale qualche giorno fa
parlava dei giovani d’oggi ricchi e
raccomandati, notando una scarsa e
generale mancanza di competizione in
tutti. Una considerazione che fatta da
un signore un po’ in su con l’età,
lascia il tempo che trova. Per anagrafe
e parità di mezzi, rispondo con questo
appuntamento pre- pasquale alle sue
considerazioni.
Questo giornalista come ben saprà, tutti
i giorni si legge quanto sia malato
questo Paese, di come la competizione
non sia, ormai, che l’equivalente
dell’annientamento dell’altro, senza
sconti di ferocia e dignità. Dal mondo
dello sport fino alla politica, non si
fa altro che smascherare inghippi e
inciuci pur di raggiungere quello
stramaledettissimo primo posto che tutti
vogliono, al di là di tutte le regole. E
di esempi se ne potrebbero fare a
miliardi, si potrebbe andare avanti per
giorni. Dal mondo dell’Università dove
alcune cattedre sono occupate da intere
famiglie, dove di padre in figlio ci si
passa la poltrona, a certe famiglie dove
pur di avere qualcosa in più di un
proprio familiare, si instaurano cause
decennali che finiscono solo per fare la
fortuna degli avvocati. E nello sport? è
solo di pochi giorni fa l’immagine di un
padre che picchiava la figlia per non
essersi qualificata ai campionati di
sport. Un podio mancato e anche
l’affetto di un padre va a farsi
benedire, chissà in quale parrocchia.
Le 300 telefonate di Moggi al giorno per
sistemare gli scudetti della Juventus,
il doping di Pantani e Maradona e di
tanti altri per onestà di cronaca,
sempre in nome del comandamento “essere
primi, prima di tutto”.
Tragedie personali dai risvolti
pubblici. Fiumi di parole spese, che
mettono in discussione anche quei primi
posti, visto che in Italia con una
telefonata sembra potersi aggiustare
ogni cosa.
In
risposta alla celebre linea di confine
arriva questo modesto “Venerdì” a
suggerire che forse in questa società di
false promesse e vacui miti, sarebbe il
caso di recuperare il senso della misura
condito con abbondanti dosi di umiltà e
senso del dovere. Dove ciascuno non sia
allevato con il peso del primo della
classe, che tanto sarà sempre uno e
tutti gli altri condannati a sentirsi
nullità per aver fallito la conquista di
quell’unico posto. Un senso di colpa che
cova diffidenza e odio verso gli altri,
in un mondo che tende a globalizzarsi è
una pecca grave, che costringe a
comportamenti di facciata e rodimenti
interni. Gent.le Mario Pirani, mi
farebbe piacere che nella prossima
rubrica consigliasse a noi giovani di
lavorare per un mondo più giusto, di non
cercare competizione, ma collaborazione.
Ci dica che l’onestà è una strada
impervia, che difficilmente paga, ma che
a lungo andare sa dare delle laute
ricompense. Ci dica questo e non
alimenti in noi quel senso della sfida
che porterà i più a scegliere
l’imbroglio in cambio di quel primo
posto. Contribuisca anche lei a suo
modo, a far crescere delle donne e degli
uomini liberi, in un mondo dove spesso
ci si sente soli.
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