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Questo lunedì
16 aprile 2007 ha riconfermato in occasione
dell’assemblea Telecom e in coincidenza di
alcune rilevanti novità, in primo luogo la
notizia del probabile ritiro di AT& T dalle
trattative con Pirelli per la quota Olimpia,
che in Italia la buona politica la sanno
fare solo i comici; che le cose iniziate
male finiscono peggio; che il centrosinistra
non ha risolto il conflitto di interessi di
Berlusconi perché attendeva che le
dimensioni del medesimo diventassero,
letteralmente, non quantificabili.
Il mondo politico ha dato ancora una volta
il meglio di sé e l’Unione questa volta è
riuscita a superarsi. Mentre la destra con
Gianfranco Fini si è fatta paladina del
libero mercato e dell’entrata di capitali
stranieri, da FI i collaboratori più stretti
di Berlusconi hanno attaccato il governo
perché “mette a rischio la libertà
economica” del paese.
Dall’esigenza
condivisibile di “preservare la rete” che
forse poteva essere avvertita e tutelata già
al tempo delle privatizzazioni, i DS sono
passati tout court alla difesa senza se e
senza ma dell’Italianità, cavallo di
battaglia già nell’estate dei furbetti per
mantenere in sella il più possibile Fazio
che non creava ostacoli a Consorte, e
conseguentemente alla sciagurata equazione
per cui qualsiasi italiano è sempre
preferibile ad uno straniero. Perciò ben
venga Berlusconi, che come ha ripetutamente
sottolineato Fassino “è un operatore del
settore che opera sul mercato e quindi può
fare un’offerta”; se poi si unisce al
“compagno” Colaninno, ex o tuttora capitano
coraggioso, la cui solidità mantovana e
sobrietà spartana è magnificata da Rinaldo
Gianola su l’Unità, è difficile contenere
l’entusiasmo.
E poi ci sarebbe anche una perfetta
quadratura del cerchio perché si tratta
sempre di quel Colaninno, impavido capitano
coraggioso, anticipatore dei furbetti con
cui ha ottimi rapporti ed affari, che sotto
l’occhio benevolo di Massimo D’Alema molto
attivo nel favorire l’Opa di Olivetti sulla
Telecom, si portò a casa per poco, e con
pochi soldi suoi, una società strategica che
rifila più tardi a Tronchetti Provera per il
doppio della quotazione di borsa. Vale forse
la pena di ricordare che D’Alema invitò
Mario Draghi che era contrario
all’operazione e voleva bloccare l’opa a non
partecipare e che Draghi gli chiese una
comunicazione scritta per sottolineare
ulteriormente la sua netta contrarietà; che
da quella privatizzazione e dalla successiva
cessione a Tronchetti, è nata ad opera di
Colaninno e Gnutti una serie di società
estere, formato scatola cinese, con al cuore
la Bell, sede in Lussemburgo, da dove
provengono i 7 miliardi di euro di
plusvalenza per Colaninno e Gnutti e a
seguire i 50 milioni di euro “per
consulenze” a Consorte e Sacchetti. Secondo
la ricostruzione puntuale di Report nella
puntata Tavaroli & C “Gnutti e Colaninno con
una mano vendono e con una mano comprano; a
guadagnarci sono state le società estere
[lussemburghesi] in buona parte controllate
da italiani”.
Qualche giorno fa quando erano scese in
campo AT & T e America Movil in una
intervista a QN , Stefano Vaciago,
economista docente alla Cattolica, uno
insomma che non fa il mestiere di Beppe
Grillo o di Daniele Luttazzi commentava
“Stavolta comprerà chi ha i soldi, ma dal
2001 è un grande pasticcio” e spiegava “Chi
compra deve dirlo e se supera il 29% deve
lanciare un’opa. Con il 18% non si va
lontano; è troppo per un buon manager e poco
per un buon padrone….Spero che l’Italia
diventi un paese normale.. chi acquista deve
avere i soldi e possedere una vera quota di
maggioranza. Non vedo come possono
peggiorare le cose per Telecom se la
comprano americani o europei…”. E sull’
“agognato” intervento di Mediaset ha
precisato “..Alla fine serve un partner
industriale. In Italia chi c’è? AT & T fa
telecomunicazioni; Mediaset fa TV. Mi sembra
una barzelletta pensare che chi produce show
si occupi di telefoni”.
Conclusione amara, oggi più ancora più
allarmante alla luce del ritiro dalla
trattativa degli americani e dell’ accordo
Berlusconi-Colaninno: “Il guaio è che peggio
di così le privatizzazioni non si potevano
fare…Abbiamo dato per poche lire aziende a
chi non aveva i soldi per comprarle. E’
questo il peccato originario di Telecom”.
E adesso Telecom, dopo la “spoliazione”
dell’ultima gestione, magnificamente
rappresentata dall’assenza per “malattia” di
Tronchetti Provera, “che manda un avviso
invece che riceverlo”, a conferma del mondo
alla rovescia denunciato da Beppe Grillo, ha
buone probabilità con grande soddisfazione
del mondo politico e in primis della
“sinistra”, di rimanere italiana affidata ad
un duo che è la personificazione dell’
identità tra politica e affari.
Silvio Berlusconi molti anni prima di
cumulare in sé stesso il potere politico, il
potere economico e il potere mediatico
ricevette da quel Bettino Craxi, fresco di
ascensione nel pantheon del sempre
costituendo partito democratico,
l’investitura di duopolista televisivo,
evidentemente in perpetuum; il capitano
coraggioso, senza macchia e senza paura
Roberto Colaninno che si divide tra l’amata
Mantova e noti paradisi fiscali era molto
assiduo a palazzo Chigi, quando Guido Rossi
lo definiva, senza successive ritrattazioni,
“l’unica merchant bank in cui non si parla
inglese”. Sia stato l’orgoglio ferito o
l’incontenibile desiderio di comunicare
amichevolmente con Condy, da allora ad oggi
con applicazione costante, Massimo D’Alema
ha ottenuto con l’inglese risultati che non
si possono negare.
Alla fine si sta purtroppo verificando
quello che i commentatori più accorti e i
cittadini non ancora totalmente
anestetizzati dal chiacchiericcio dei
salotti televisivi paventavano. Lo ha
sintetizzato perfettamente su la Stampa
Federico Geremicca: “prevale l’atavico
riflesso condizionato di una parte della
classe politica che può portare fino al
paradosso di considerare il peggiore
italiano preferibile al miglior straniero e
ad una difesa ad intermittenza
dell’italianità a senso unico e in senso
difensivo”.
Quali prospettive per un paese che ripete
all’infinito gli stessi vizi e gli stessi
mali persino con gli stessi nomi e cognomi?
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