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Il 17 aprile
2007 sarà una data da ricordare: in
negativo. E' il giorno della morte del
giornalismo. Rovinato da tanti servi, da
editori provinciali e affossato dalla
politica. Una classe politica – e ci
scusiamo per l'inevitabile qualunquismo –
cinta dietro un muro di privilegi e pronta a
tutto per mantenere il potere. Una minoranza
organizzata contro una maggioranza
inebetita, un'oligarchia che agisce
nell'impunità o che si adopera per agire
super leges e allargare la propria sfera
impunitaria, che abbassa l'individuo libero
ed indipendente ed innalza invece
l'individuo assoggettato ed infeudato.
Questo sembra essere il nostro paese. Una
finta democrazia auto eletta che è, come
scrive Massimo Fini, "un ingegnoso
sistema per metterlo al culo alla gente, e
soprattutto alla povera gente, col suo
consenso". A volte collusa con gruppi
criminali, sempre organizzata in sistemi
clientelari e di occupazione degli enti
pubblici. E poi due fazioni: in lotta per la
spartizione del potere, spesso si incontrano
per sbaciucchiamenti ed inciuci, di tanto in
tanto si dividono, come si dice, alzano i
toni, per poi ricompattarsi davanti al
pericolo: oggi i giornalisti scomodi, domani
i magistrati che fanno il loro mestiere,
dopodomani le intercettazioni.
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Ed eccoci alla legge (che, se fatta dal
centrodestra, sarebbe bollata: "vergogna")
scritta da Mastella, il ministro
dell'impunità, e votata da tutti: 447 sì, 0
no, 7 astenuti. Una serie di sottigliezze,
di articoluzzi presentati all'opinione
pubblica in nome del cittadino e
della sua privacy. Per tutelare la
casalinga di Voghera e Mario Rossi che
finiscono irrimediabilmente tutti i giorni
sui giornali, in una gogna mediatica
e in un imbarbarimento inaccettabile.
Non puoi neanche delinquere in santa pace
che vieni, diamine!, intercettato: per
l'oligarca, questo andazzo (che non
si addice alla buona educazione, peraltro)
non poteva continuare. Era in gioco la
democrazia. Questa legge la salva e,
aggiunge lo squalo di Ceppaloni,
salvaguardia la dignità della persona.
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Se prima
gli atti – verbali d'interrogatorio,
ordinanze di custodia cautelare, verbali
di perquisizione e di sequestro – erano
coperti da segreto investigativo fino a
quando non fossero "conoscibili
dall'imputato", ora non li potremo più
conoscere (neanche parziali o riassunti)
fino alla conclusione dell'indagine
preliminare. Se poi si va a processo, è
vietata la pubblicazione degli atti del
fascicolo del PM, se non dopo la
sentenza d'appello. Dopo, cioè, circa
dieci anni dalla formulazione
dell'accusa. Oggi non conosceremmo le
accuse mosse a Dell'Utri, Wanna Marchi,
Cuffaro e Annamaria Franzoni, solo per
fare qualche nome. E poi: non sapremmo
nulla di Moggi, Fiorani, Consorte,
Gnutti, Pio Pompa, Pollari e nulla degli
scandali che ruotano attorno ai
succitati figuri. Cioè: non sapremmo
nulla di nulla.
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Le
intercettazioni dovranno essere
autorizzate dal gip dopo una "autonoma
valutazione" degli indizi di reato che
dovranno essere motivati. Tutto per
evitare "appiattimenti": si diceva, per
esempio, che Woodcock facesse
intercettare a suo uso e consumo. Tutto
falso, logicamente. Lo conferma il
ministro Mastella: le intercettazioni di
Potenza "sono state disposte con
provvedimento motivato da parte del Gip
e non risultano elementi in base ai
quali emerge che le attività processuali
siano state caratterizzate da
illegittimità o irregolarità". E nel
processo dunque la difesa potrà
contestare l' "autonoma valutazione"
del gip e potrà chiedere
l'inutilizzabilità delle
intercettazioni, fermando il processo o
rinviandolo ad kalendas.
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Il
giornalista che non obbedirà al giro di
vite rischia 30 giorni di carcere oppure
una multa da 10.000 fino a 100.000 euro.
Forte sarà l'inibizione: nessun
giornalista correrà questo rischio,
mentre avrebbe potuto correrlo l'editore
che generalmente può vantare un'ampia
disponibilità economica. Quando Mastella
portò in Parlamento il disegno di legge,
Enzo Biagi ebbe a commentare: "il
reato più grave diventa quello di chi
racconta certe cose anziché di chi le fa
(…) La colpa non è dello specchio, ma di
chi ci sta davanti".
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Diminuiscono i centri d'ascolto: uno per
ogni distretto giudiziario.
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La durata
delle operazioni dovrà essere di 15
giorni (sic) prorogabili fino a
tre mesi. Gli ultimi ma decisivi anelli
di lunghe catene agirebbero, oggi,
ancora, in totale impunità. Moggi, per
esempio, intercettato per mesi e mesi.
Vittorio Emanuele, a cui si è arrivati
dopo due anni di intercettazioni in
seguito ad una abbastanza ordinaria
inchiesta sull'usura. Lo stesso per
Fiorani, Ricucci, Coppola e Consorte.
Anziché ridurre il numero di reati, si
riducono le intercettazioni: la polvere
si mette sotto il tappeto e si vive
meglio. Basta fango sui giornali!
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Entro il
31 marzo di ogni anno il capo della
Procura dovrà inviare la relazione sulla
gestione delle spese delle
intercettazioni dell'anno precedente al
Guardasigilli che, a sua volta, la
invierà alla Corte dei Conti per "il
controllo dei costi". "E' un segno di
cambiamento", ha esultato (e quindi c'è
da preoccuparsi) il forzista Pecorella.
No: è una
minaccia per i PM che indagano troppo, che
escono dal recinto. L'azione
penale obbligatoria (ancora per poco) dovrà
dunque soggiacere a vincoli economici e sarà
privata, de facto, della libertà
che, per definizione, esige.
Cosa accadrà
in questo paese? Non ne sapremo più nulla.
La primavera che un anno fa promettevano
tarda ad arrivare. E non arriverà mai. E al
cittadino non resta che "essere oppresso,
umiliato, offeso e, sempre più spesso, anche
sbeffeggiato" (Massimo Fini).
gabro.v@libero.it
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