WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 4 DICEMBRE 2007
La tv val bene un accordo
Daniela Gaudenzi

 

Che cosa c’è di male o di sospetto se i leader dei due maggiori partiti italiani, pressati in qualche modo dall’approssimarsi del referendum promosso da Guzzetta che aspetta solo la valutazione della Corte Costituzionale per prendere concretamente il largo, si incontrano per parlare appunto di riforme elettorale? Assolutamente nulla, in astratto, anzi l’evento dovrebbe essere registrato solo in positivo.
Ma se il paese è l’Italia, se il precedente più immediato è la bicamerale di nefasta memoria, se la transizione dura da oltre 15 anni e si è trasformata in una palude di trasformismo e tentativi di scambi opachi, se il “dialogo” sulle riforme ha avuto finalità puramente tattico-opportunistiche e non si è mai svolto in modo coerente e se, soprattutto, la “disponibilità” al confronto sottintende il veto assoluto su conflitto di interessi e superamento del mono-duopolio Media-Rai, allora è raccomandabile un supplemento di attenzione.
Un osservatore accorto, chissà se anche lui iscritto nella schiera dei “distruttori” contro i quali è subito partita la campagna di Giuliano Ferrara, ha notato che Silvio Berlusconi e Walter Veltroni “cioè due tra i più formidabili dissimulatori della storia repubblicana, hanno fatto di tutto per manifestare il loro affiatamento, la loro intesa, la loro concordia, la loro affinità: per il bene d’Italia, si capisce, ma un po’ anche per il loro personale tornaconto… Più passava il tempo e più si capiva che i due non solo si erano messi d’accordo sui contenuti, ma anche sulle forme che così importanti sono diventate al giorno d’oggi: logistica, orari, fotografie, precedenze, addirittura formule, è parso di capire, da utilizzare in conferenza stampa” (Filippo Ceccarelli, ”Lo show buonista di Walter e Silvio” la Repubblica, 1 dicembre 2007). 
Naturalmente il tutto servito con una “spontaneità” iperreale, alla luce di una casualità ricercata nel più infinitesimale dettaglio e con la ferrea e tacita intesa di non accennare da parte di Silvio alla “infame” provenienza di Walter al mai abbastanza vituperato Pci-Pds-Ds, e da parte di Walter di non nominare né alludere mai all’innominabile: conflitto di interessi e legge Gentiloni, argomenti di cui è facile prevedere che si perderà definitivamente nozione nei prossimi mesi.
Non deve essere proprio un caso che proprio a Marco Follini il neonato PD, per mano e volontà di Walter Veltroni abbia offerto in questi giorni una poltrona, non di secondo piano, quella di “responsabile per le politiche dell’informazione”. Ad “un esperto di televisione” che è stato vice-presidente del Berlusconi bis, che ha votato tutte le leggi che hanno garantito il monopolio del Cavaliere e favorito l’abbrutimento del servizio pubblico denunciato un po’ in extremis persino da Petruccioli, sempre quello che ha ricevuto l’investitura di presidente Rai palazzo Grazioli: 
Gasparri 1, Gasparri 2 (fintamente corretta dopo l’intervento del presidente Ciampi) decreto salva rete 4 altrimenti noto come salva Fede, legge Frattini sul conflitto di interessi, quella del “mero” proprietario, per intendersi, secondo la quale non esiste conflitto se il presidente-proprietario si assenta per andare in bagno mentre il Consiglio dei ministri delibera in materia di TV. 
A completare il quadro della “distensione” sul fronte televisivo, c’è anche la notizia che circola insistente secondo la quale il piano di riduzione dei ministri a cui il governo si accingerebbe per arginare l’ondata di insofferenza contro i costi della politica, includerebbe la rimozione del ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni che ritornerebbe ad occuparsi di affari romani.
In altre parole, benché la legge Gentiloni non sia assolutamente risolutiva del regime di duopolio televisivo e non garantisca la reale apertura del mercato ad altri soggetti, siccome Silvio non gradisce nemmeno che sia nominata e la considera insieme a Confalonieri come una espropriazione comunista ai danni Mediaset, perché gli garantisce qualche milione di euro in meno all’anno di raccolta pubblicitaria, ecco che come di incanto sparirà anche il ministro, con quel nome così minaccioso. 
Comunque forse basta lo slogan del numero due del neonato partito, Franceschini a chiarire lo spirito della concordia e a sottintendere il prezzo implicito: “Dobbiamo dimostrare che non c’è solo l’odio e dobbiamo fare autocritica tutti: siamo stati troppo odiatori”.

il martedi'
Daniela Guadenzi

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