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Col pretesto
di un presidente dell'antitrust difensore
del trust che lo aveva nominato, serrano le
fila i centrosinistri pronti a tradire
programma ed elettori in materia di libera
concorrenza e pluralismo televisivi,
oltrechè di conflitto d'interessi.
A parte i soliti Sdi e Udeur, disponibili a
prescindere, i dalemiani, sempre ben attendi
a non rilasciare dichiarazioni ufficiali,
lanciano segnali inequivocabili agli addetti
ai lavori con l'avanscoperta del "Velino".
Ad ostacolare il ddl 1825 contribuiscono poi
i silenzi di quotidiani indipendenti(ad
eccezione di Repubblica) che paiono sulla
Luna (il Corriere dedica gli editoriali alle
liberalizzazioni, dai benzinai alle
assicurazioni, ma non sfiora neppure per
sbaglio l'iperconcentrazione di potere nel
settore decisivo delle televisioni e
dell'informazione in genere), le mezze
aperture di Bersani, il fondo di Rognoni
sull'Unità di ieri che invita a tener conto
delle posizioni del dottor Catricalà. Il
garante della concorrenza, dopo essersi
ovviamente espresso in passato a favore dei
tetti, ha atteso l'esternazione del
Cavaliere contro il "piano criminoso" per
rivelarsi in tutta la sua indipendenza di
autorità Pro-trust:"Non si può mettere un
tetto al fatturato di Mediaset. Ha ragione
Berlusconi". L'indomani in Commissione ha
tentato di mascherare facendo l'elenco delle
cose positive del disegno di legge, ma ha
puntato il dito sui due punti fondamentali:
chiedendo per i tetti una "base di calcolo
più ampia" e invitando a "ridestinare alla
tecnica digitale le frequenze lasciate
libere dagli operatori detentori di più di
due emittenti irradiate su frequenze
terrestri analogiche".
A parte che non ha senso paragonare la tv
generalista con la pay-tv (nettamente
inferiore come audience), e dunque
conteggiare assieme alla pubblicità delle
reti analogiche gli abbonamenti a Sky (si
sente dire che "Murdoch è il monopolista con
130 canali", allora perchè non scambiano le
frequenze cedendo a Sky i canali in chiaro?
ndr), nessuna autorità antitrust al mondo si
preoccupa degli effetti, dei danni economici
di un provvedimento che limita una posizione
dominante e favorisce la libera concorrenza.
Si è mai sentito qualcuno chiedere permesso
o perdono a Bill Gates quando è stato
colpito perchè aveva superato i tetti
massimi? In particolare nel Quarto Potere
alla base di ogni democrazia dovrebbero
essere massimi la concorrenza e il
pluralismo, che Maccanico ora vede bene in
termini di "contenuti" gestiti da un unico
grande operatore(ossia dal duopolio fittizio
al monopolio formale con tanti bei contenuti
di Mentana e Vespa che se le cantano e se le
suonano). In nessun paese occidentale,
eccetto l'Italia al 57esimo posto nelle
classifiche internazionali sulla libertà
d'informazione, un magnate può controllare 3
reti nazionali su 7, in grado di fagocitare
oltre il 60% della raccolta pubblicitaria.
La riforma Gentiloni, con l'altissimo tetto
del 45% per gli spot, e il fatto che le due
frequenze analogiche liberate dal 2009
scadrebbero nel 2012 quando scatterà il
digitale per tutti i canali, non
garantirebbe in ogni caso lo spazio vitale
per la nascita di un terzo polo: persino il
presidente di Mediaset ha ricordato che i
potenziali acquirenti non sono interessati.
Ma ai vari Catricalà sparsi per mezzo
Parlamento non basta: dev'essere un trauma
la sola prospettiva che per un istante possa
realizzarsi un minimo di concorrenza
televisiva. Dopotutto, partiti e Authority
sono riusciti a non accorgersi delle
sentenze della Corte Costituzionale che da
13 anni indicano di ridurre le reti Mediaset
da 3 a 2, della procedura d'infrazione
aperta dalla Ue contro la Gasparri e dei
favori garantiti al Biscione da Craxi ai
giorni nostri. Eppure s'è persino udito che
le liberali norme antitrust sarebbero atti
di "dirigismo", ravvisabile al contrario
nelle leggi che hanno aumentato a dismisura
la posizione dominante di Mediaset, buon
ultima la Gasparri con cui Confalornieri
contava di guadagnare "1 o 2 miliardi di
euro". Attenzione alla tempistica: su tutti
i tg- quotidianamente ridondanti di decine
di ininfluenti dichiarazioni di politici-
vengono censurate per due giorni le
posizioni di Maroni e Storace, e la replica
del diretto interessato Gentiloni, "Silvio
ha perso la testa", alle sobrie
argomentazioni dei "5 milioni in piazza
contro il piano criminale" raccontate come
frutto di un duro scontro Berlusconi-Prodi.
Ma ancora non basta: troppo compatto il
governo, troppo impazienti gli elettori, con
libere manifestazioni di appoggio al ddl
Gentiloni da parte di Passigli, Bassanini,
Giulietti e del responsabile Comunicazione
dei Ds Cuillo, di Margherita, Di Pietro,
Verdi e comunisti. Urge intervento d'una
autorità terza, che arriva domenica grazie
all'intervista dell'apposita Lucia
Annunziata, la terzista per cui "le tv non
contano e non spostano voti", come ha
confermato lo stesso Berlusconi in queste
ore, sottolineando che "la Rai metterà sul
digitale proprio RaiDue, la rete che rimanda
all'area liberale". Col pretesto Catricalà
si ricompatta la Cdl, l'Udc scatta
sull'attenti, l'Udeur ci mette la faccia e i
dalemiani iniziano a lavorare dietro le
quinte. Ossigeno per i fedeli al patto
confessato alla Camera nel 2003:"E' stata
data garanzia piena, fino dal '94, che le tv
non sarebbero state toccate" furono le
parole di Luciano Violante. Oggi, dopo 3
anni, Berlusconi ripete convintamente:"Non
troveranno 157 complici in Senato per il
piano criminale". Anche gli elettori sono
curiosi di sapere: quanti e chi sono i
"pattisti"?
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