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“Lode non
vendo, non macchio l’anima
d’util menzogna, né la mia cetra
il grato suon riscuote
di adulatrici note”
(Giovanni Fantoni, 1755 – 1807, poeta)
Nel desolante panorama italico di
(sedicenti) intellettuali di
corte e giornalisti asserviti pronti ad
assecondare ogni piaggeria del padrone, un
esempio dovrebbe far luce nelle tenebre.
Proviene dal Marocco. Potremmo proporlo ai
nostri connazionali giornalisti che prendono
soldi dai servizi segreti, che si fanno fare
i titoli di prima pagina dai politici, che
“confezionano la trasmissione addosso” ai
politici, che li lasciano discutere senza
far loro una domanda che sia una, che levano
l’audio quando il premier fa una colossale
gaffe e fanno servizi a favore “dell’intero
governo”, che sanno e non scrivono, che
scrivono in codice, che, prezzolati ed in
malafede, conducono campagne di
disinformazione, che si riducono a fare i
passa – carte delle infinite dichiarazioni
di esponenti politici: si tratta di Aboubakr
Jamai, giornalista che dirige un
settimanale, “Le Journal Hebdomadaire”. Una
vera e propria spina nel fianco della
monarchia di Mohammed VI in cui la
corruzione e la povertà sono fenomeni
endemici e la maggior parte della stampa si
dedica ad elogiare la (presunta) virtù del
re e dei suoi famigli. “Le Journal” è un
giornale “critico, polemico,
esasperante, arrabbiato e didascalico” (Jane
Kramer, “The New Yorker”). Ha una redazione
di 12 persone (“una sorta di fortezza
psicologica contro un mondo di compromessi”,
dirà Jamai) e vende 25mila copie in un paese
dove la somma totale dei lettori è di
300mila persone. Da quando Mohammed VI è
salito al potere nel ’99,
Jamai non gli ha dato tregua: “Maestà, non
comprendiamo il trattamento che riservate
alle voci dissidenti, né il perpetuarsi del
vostro controllo sulla radio e sulla
televisione”. Da lì passerà a denunciare:
“le estorsioni compiute dalla polizia e le
iniquità della giustizia”; il ruolo del
Parlamento, umiliato e ridotto a notaio che
deve ratificare le decisioni prese dal re;
il conflitto d’interessi del sovrano
(secondo Jamai, il monarca controlla più del
50% dei capitali investiti nel mercato
azionario marocchino, l’80% della produzione
agricola del paese, tutte le nomine e le
licenze per bloccare in nuce l’eventuale
concorrenza).
Intervisterà Abraham Serfaty, un dissidente
esiliato in Francia dopo aver trascorso 17
anni nelle carceri marocchine; Mohamed
Abdelaziz , il leader del fronte Polisario,
il movimento indipendentista del Sahara
Occidentale (dal 1976 sotto il dominio del
Marocco che ha sempre rifiutato o rinviato,
sicuro di perderlo, un referendum circa la
realizzazione del diritto
all'autodeterminazione del popolo saharawi).
Pubblicherà la
lettera di un dissidente socialista, in cui
si denuncia la partecipazione dei socialisti
nel tentativo di golpe
guidato da Oufkir, ministro dell’Interno
sotto Hassan II (1929 – 1999) e capo di una
banda di spie e torturatori che fungevano da
polizia politica.
Accuserà il ministro degli esteri, Mohamed
Benassa, di appropriazione indebita di fondi
pubblici avvenuta quando ancora non era
ministro, ma ambasciatore. Verrà condannato
a 60mila dollari di multa perché non
riuscirà a dimostrare che la società che
aveva gonfiato di ben 3 milioni di dollari
il prezzo della vendita di una residenza
dell’ambasciata fosse di proprietà del
ministro.
Il suo giornale, di tanto in tanto, è stato:
proibito, sequestrato dalla polizia,
boicottato, bersagliato da numerose querele,
abbandonato dai tipografi che lo stampavano.
Nel ’99 (fino al 2001) tutte le tipografie
marocchine hanno rifiutato di lavorare per
Jamai ed è stato costretto a far stampare
“Le Journal” in Francia, con conseguenti
copiose spese di importazione. Per quaranta
giorni, nel gennaio 2001, la rivista è stata
addirittura messa al bando.
Recentemente, dopo un processo farsa, il
coraggioso giornalista è stato condannato
alla multa più salata della storia del
Marocco: 350 mila dollari. Jamai s’è
macchiato della grave colpa di aver ospitato
sul proprio giornale il punto di vista dei
saharawi e del Fronte del Polisario. Non
pago, ha pubblicato estratti e resoconti del
rapporto Onu che accerta per tabulas gli
arresti indiscriminati, le torture e le
violazioni del governo marocchino nei
confronti dei saharawi. Nel dicembre 2005 ha
pubblicato un’inchiesta in cui denuncia che
il governo ha manipolato un dossier sul
Polisario per screditarlo, facendolo passare
per un gruppo di terroristi islamici. Per
tutto questo è stato condannato ad una multa
così gravosa che “significa il sequestro
governativo (…) un collasso fatale per la
redazione”. Si è dimesso, e probabilmente
andrà in esilio. Se non l’avesse fatto, con
quella multa, “Le Journal” avrebbe chiuso i
battenti.
Un uomo non disposto al compromesso che,
nonostante intimidazioni, stipendi miseri,
frustrazioni, si è battuto senza timori per
vedere la democrazia nel suo paese. “Avrà la
soddisfazione di poter dire: io c’ero”, come
dice un suo collaboratore. Semmai un giorno
in Marocco ci sarà democrazia, sarà anche
per merito suo.
Di un giornalista.
gabro.v@libero.it
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