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WWW.CENTOMOVIMENTI.COM - 3 FEBBRAIO 2007
Un esempio di giornalismo

gabriele vecchione

“Lode non vendo, non macchio l’anima
d’util menzogna, né la mia cetra
il grato suon riscuote
di adulatrici note”
(Giovanni Fantoni, 1755 – 1807, poeta)

Nel desolante panorama italico di (sedicenti) intellettuali di
corte e giornalisti asserviti pronti ad assecondare ogni piaggeria del padrone, un esempio dovrebbe far luce nelle tenebre. Proviene dal Marocco. Potremmo proporlo ai nostri connazionali giornalisti che prendono soldi dai servizi segreti, che si fanno fare i titoli di prima pagina dai politici, che “confezionano la trasmissione addosso” ai politici, che li lasciano discutere senza far loro una domanda che sia una, che levano l’audio quando il premier fa una colossale gaffe e fanno servizi a favore “dell’intero governo”, che sanno e non scrivono, che scrivono in codice, che, prezzolati ed in malafede, conducono campagne di disinformazione, che si riducono a fare i passa – carte delle infinite dichiarazioni di esponenti politici: si tratta di Aboubakr Jamai, giornalista che dirige un settimanale, “Le Journal Hebdomadaire”. Una vera e propria spina nel fianco della monarchia di Mohammed VI in cui la corruzione e la povertà sono fenomeni endemici e la maggior parte della stampa si dedica ad elogiare la (presunta) virtù del re e dei suoi famigli. “Le Journal” è un giornale “critico, polemico,
esasperante, arrabbiato e didascalico” (Jane Kramer, “The New Yorker”). Ha una redazione di 12 persone (“una sorta di fortezza psicologica contro un mondo di compromessi”, dirà Jamai) e vende 25mila copie in un paese dove la somma totale dei lettori è di 300mila persone. Da quando Mohammed VI è salito al potere nel ’99,
Jamai non gli ha dato tregua: “Maestà, non comprendiamo il trattamento che riservate alle voci dissidenti, né il perpetuarsi del vostro controllo sulla radio e sulla televisione”. Da lì passerà a denunciare: “le estorsioni compiute dalla polizia e le iniquità della giustizia”; il ruolo del Parlamento, umiliato e ridotto a notaio che deve ratificare le decisioni prese dal re; il conflitto d’interessi del sovrano (secondo Jamai, il monarca controlla più del 50% dei capitali investiti nel mercato azionario marocchino, l’80% della produzione agricola del paese, tutte le nomine e le licenze per bloccare in nuce l’eventuale concorrenza).
Intervisterà Abraham Serfaty, un dissidente esiliato in Francia dopo aver trascorso 17 anni nelle carceri marocchine; Mohamed Abdelaziz , il leader del fronte Polisario, il movimento indipendentista del Sahara Occidentale (dal 1976 sotto il dominio del Marocco che ha sempre rifiutato o rinviato, sicuro di perderlo, un referendum circa la realizzazione del diritto all'autodeterminazione del popolo saharawi).

 

Pubblicherà la lettera di un dissidente socialista, in cui si denuncia la partecipazione dei socialisti nel tentativo di golpe
guidato da Oufkir, ministro dell’Interno sotto Hassan II (1929 – 1999) e capo di una banda di spie e torturatori che fungevano da polizia politica.
Accuserà il ministro degli esteri, Mohamed Benassa, di appropriazione indebita di fondi pubblici avvenuta quando ancora non era ministro, ma ambasciatore. Verrà condannato a 60mila dollari di multa perché non riuscirà a dimostrare che la società che aveva gonfiato di ben 3 milioni di dollari il prezzo della vendita di una residenza dell’ambasciata fosse di proprietà del ministro.
Il suo giornale, di tanto in tanto, è stato: proibito, sequestrato dalla polizia, boicottato, bersagliato da numerose querele, abbandonato dai tipografi che lo stampavano. Nel ’99 (fino al 2001) tutte le tipografie marocchine hanno rifiutato di lavorare per Jamai ed è stato costretto a far stampare “Le Journal” in Francia, con conseguenti copiose spese di importazione. Per quaranta giorni, nel gennaio 2001, la rivista è stata addirittura messa al bando.
Recentemente, dopo un processo farsa, il coraggioso giornalista è stato condannato alla multa più salata della storia del Marocco: 350 mila dollari. Jamai s’è macchiato della grave colpa di aver ospitato sul proprio giornale il punto di vista dei saharawi e del Fronte del Polisario. Non pago, ha pubblicato estratti e resoconti del rapporto Onu che accerta per tabulas gli arresti indiscriminati, le torture e le violazioni del governo marocchino nei confronti dei saharawi. Nel dicembre 2005 ha pubblicato un’inchiesta in cui denuncia che il governo ha manipolato un dossier sul Polisario per screditarlo, facendolo passare per un gruppo di terroristi islamici. Per tutto questo è stato condannato ad una multa così gravosa che “significa il sequestro governativo (…) un collasso fatale per la redazione”. Si è dimesso, e probabilmente andrà in esilio. Se non l’avesse fatto, con quella multa, “Le Journal” avrebbe chiuso i battenti.
Un uomo non disposto al compromesso che, nonostante intimidazioni, stipendi miseri, frustrazioni, si è battuto senza timori per vedere la democrazia nel suo paese. “Avrà la soddisfazione di poter dire: io c’ero”, come dice un suo collaboratore. Semmai un giorno in Marocco ci sarà democrazia, sarà anche per merito suo.
Di un giornalista.

gabro.v@libero.it

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un dovere civile
Gabriele Vecchione

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